La guerra mondiale e il coronavirus

La guerra mondiale e il coronavirus

LA OPINIONE di Roberto Chiararini*

Il Generale Francesco Paolo Figliolo, Personalità dell’Esercito Italiano, è stato individuato dal nuovo Presidente del Consiglio, per “gestire” la emergenza sanitaria In Italia.

Perché un Generale dell’Esercito e non un Virologo e/o uno Scienziato?

Eppure, sarebbe bastato accendere il televisore, per selezionare uno dei tanti “Scienziati”, che pure si avvicendano ogni minuto, nei vari palinsesti delle Tv nazionali

La domanda che in tanti mi stanno ponendo in queste ore, è: “perché la scelta è ricaduta su una figura Militare?”.

Certo, è un uomo aduso ai campi di battaglia, è un Esperto di logistica bellica, è apprezzato a livello internazionale dai Paesi alleati.

Forse perché la similitudine, tra una epidemia e la guerra, faccia maggior presa nell’immaginario collettivo?

Resta il fatto che nessuno ci dice perché un militare.

Ahhh, la Guerra…

Mio padre, mi raccontava spesso della Seconda Guerra Mondiale che, lui, aveva vissuto da adolescente e del bombardamento che distrusse Brindisi nel 1943.

In quello stesso anno, mio padre perse suo padre, il quale, nel tentativo tempestivo quanto vano di salvare una bambina che giocava, ignara, sotto un muro pericolante di una casa bombardata, perì insieme a quella piccola bimba innocente, sotto l’ammasso dei tufi che gli crollarono addosso.

Il padre di mio padre, fu seppellito al Cimitero, dopo tre giorni, perché fu difficile identificarlo

A seguito di quel grave episodio, a mio padre fu riconosciuto lo stato di “Orfano di Guerra”.

L’indomani mattina di quel bombardamento, la popolazione brindisina fuggì sfollata verso l’entroterra salentino, San Pietro Vernotico, Cellino San Marco, Sandonaci, Trepuzzi.

La gente in fila lungo la strada principale, oggi “provinciale per Lecce”, camminava in fila indiana con la paura del ritorno degli aerei nemici.

Lungo quella fila, numerosi erano i “Birocci” che proseguivano il loro lento cammino.

Per intenderci, parlo dei Carri utilizzati solitamente dai contadini, sui quali, quel giorno, oltre alle persone affette da problemi motori, vi erano collocate anche le vettovaglie e le suppellettili varie, insomma, il patrimonio della gente modesta di quel tempo.

Su uno di quei Birocci, nella parte retrostante, volgendo le spalle al carrettiere, sedevano due uomini, le cui gambe a penzoloni nel vuoto, assumevano un andamento ondulatorio simile ad un improvvisato quanto scoordinato balletto, per via dei sobbalzi e dei sussulti determinati dall’andamento un po’ insicuro e dinoccolato di quel carro.

Uno di quei due uomini, era un noto disagiato, che passava gran parte delle sue giornante nelle cantine della cittadina, a bere vino e inzuppando dentro il pane raffermo, mentre, l’altro, era un nobile dal cognome altisonante, di chiara origine spagnola (a Brindisi, c’è stata una forte influenza spagnola a causa della dominazione dei secoli passati e, in una percentuale molto alta, i cognomi dei Brindisini hanno, appunto, la radice spagnola) il quale, in tempi di pace, quando andava lungo la via, non guardava in faccia nessuno.

Ed andava con un passo veloce e con un atteggiamento altezzoso ed arrogante.

Quel giorno, il nobile, al quale facevo cenno prima, spogliato dei suoi panni di scena utilizzati sul palcoscenico della vita, finì per condividere, con quell’occasionale e disagiato compagno di viaggio di umilissime origini, il pane raffermo e il fiaschetto di vino, che si passavano di mano in mano, di bocca in bocca, per bere un sorso per uno di quel vino, cantando a squarcia gola, nella allegria più sfrenata.

E a poco servivano le precauzioni igienico-sanitarie di quel passaggio di bocca in bocca.

La loro allegria, rafforzava le difese immunitarie.

E, presumo che, la vitamina D, alimentata dal sole che splendeva quel giorno in cielo, facesse il resto.

Mio padre, che ne era stato l’involontario testimone, di quella insolita quanto incredibile scenetta da teatro, mi raccontava che, nel commento di chi era in fila in quella circostanza, si evidenziava come quei due avessero trasformato la paura, esorcizzandola, in una allegra ubriacatura.

L’aspetto più interessante di quel racconto di mio padre, stava nel fatto che la guerra aveva azzerato tutte le differenze sociali, tutto era appiattito.

E quando mio padre, negli anni ‘60, mi raccontava quel momento bellico di vita vissuta, esaltando la figura eroica di suo padre, immancabilmente, scivolava, poi, nella narrazione di quell’episodio legato a quei due uomini sul carro ed io avevo l’impressione d’averle realmente vissute entrambe quelle storie, in prima persona, benché a quell’epoca dei fatti non fossi ancora nato.

D’altronde, nel 1943, mio padre aveva appena 17 anni.

Ed ancora oggi, ce l’ho vive negli occhi quelle scene.

Tanto vive che, quanto sta accadendo in questi mesi, mi pare abbia delle analogie con il racconto di mio padre, in tema di azzeramento sociale, naturalmente.

Fermo restando che, il Coronavirus, non si può paragonare assolutamente ad una Guerra, perché chi lo dovesse sostenere, lo farebbe con scarso senso di obiettività

La Guerra, è un’altra cosa ed è gestita da coloro che credono di ridurre in schiavitù i propri simili, spargendo sangue, terrore e morte.

Ricerche storiche, hanno stimato che, nel corso del secondo conflitto mondiale, ci furono milioni di morti, oltre ad altri milioni di feriti, tantissimi mutilati gravi

Quindi, la Guerra mondiale, non ha nulla a che vedere con il Coronavirus, per “manifesta incongruità”

E poi, chi ha vissuto la Guerra, è stato testimone e/o protagonista di atrocità, che non ha mai più dimenticato

Ricordo, un grande invalido di Guerra, vissuto a Brindisi, un ex Ufficiale della Marina Militare che, negli anni 60’ usciva d’estate, peraltro solo la domenica pomeriggio, accompagnato dall’immancabile autista, un Marinaio in servizio presso il Comando di Brindisi.

Si sedeva al tavolino, posizionato sul piazzale antistante di un rinomato Bar della cittadina, per degustare il suo caffè.

Indossava la sua Divisa bianca, quella degli Ufficiali, ornata dai fregi e dalle Croci di Guerra.

Aveva il corpo ed il viso deturpato dall’incendio della sua nave da Guerra.

Le mani ed il volto sfregiati dalle bruciature, uscivano fuori da quella divisa bianca, sempre immacolata.

Stranamente, a noi ragazzini, non faceva ne paura ne orrore quel volto, anzi, eravamo affascinati da quell’uomo, che osservavamo da lontano, con rispetto e devozione, in definitiva con lo stesso rispetto che portavamo per i nostri genitori, così come, per educazione cristiana ricevuta, era d’uso a quei tempi.

Era il nostro Eroe, che alimentava le nostre fantasie adolescenziali d’avventura e, comunque, eravamo religiosamente sempre tanto grati a chi, con il proprio sacrificio, aveva garantito, a noi discendenti, la Libertà.

Le guerre, a torto o a ragione, sono in assoluto il male della storia, comunque la si scriva e chiunque la scriva e, questo, è indiscutibile.

Poiché, i conflitti mondiali, rappresentano l’incarnazione dello spirito malvagio, che emerge dallo spettro dell’essere umano e lo spinge verso le più disparate forme di atrocità e di crudeltà assoluta.

E non se ne può parlare tantomeno oggi, a poco più di 80 anni dall’inizio della Seconda Guerra mondiale, facendo improbabili quanto incongrui paragoni con le epidemie virali, anche e soprattutto in rispetto dei protagonisti di quell’epopea bellica che, oramai, son tutti morti: vittime e carnefici.

Ma non è ancora morta la retorica che mistifica l’essenza di quello stravolgimento della intera Umanità.

Eppure, noi siamo figli di quella guerra, di quei morti, ma anche di quegli uomini innocenti e puri (data la giovine età) che hanno creduto di sacrificare la loro vita in nome della Libertà.

Di quella gente che ha sacrificato la propria vita, in nome e a beneficio delle future generazioni.

Quanti fiumi di sangue versati inutilmente!

Immaginate se, i milioni di uomini che perirono in quel Conflitto mondiale, civili e militari, soprattutto giovani soldati, non fossero mai morti, se quella guerra non fosse mai state dichiarata, quanti rami generazionali e, dunque, discendenze avrebbero prodotto quelle vittime negli anni a venire, se solo fossero sopravvissute?

Rami generazionali che, a loro volta, in questi ultimi ottanta anni, avrebbero potuto generare altre centinaia di milioni di bambini che, purtroppo, non nasceranno mai più e che non conosceranno mai la realtà di questo mondo.

Signori, in nome di quei bambini mai nati, per carità, smettiamola.

La Guerra, è un’altra cosa.

E, poi, durante la Guerra, per la follia di molti, fu stroncata una intera Generazione di giovani Militari.

A meno che, oggi, sotto la cenere, non si nasconda una Guerra Mondiale batteriologica.

Nel qual caso, se mai un giorno dovesse essere stabilita una eventualità del genere, dovremo riscrivere tutta la Storia recente. Ma proprio tutta

Il Coronavirus, comunque vada, coi Giovani, ha poco a che fare. Altro che!

Roberto Chiavarini                                                                                                                                            

*Opinionista di Arte e Politica


Redazione

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