Il soldato  altamurano Giovanni Colonna  del 7° Rgt. Bersaglieri tra i superstiti del Laconia affondato da un sommergibile nel 1942

Il soldato  altamurano Giovanni Colonna  del 7° Rgt. Bersaglieri tra i superstiti del Laconia affondato da un sommergibile nel 1942

Giovanni Mercadante

foto Bersagliere Giovanni Colonna 

Una microstoria locale  che tocca la storia nazionale. Una vicenda in cui fu coinvolto come  superstite il soldato altamurano Giovanni Colonna nato il 20 febbraio 1915 inquadrato nel 7° Rgt. Bersaglieri sul  fronte dell’Africa settentrionale: teatro di guerra El Alamein, all’ombra delle Piramidi.

Il  fatto di guerra   è stato anticipato dal figlio Michele Colonna, il quale ha voluto raccontare allo scrivente la storia del suo papà, sapendo del mio rapporto con la Caserma  Felice Trizio di Altamura e di una mia precedente pubblicazione sul 31° Rgt. Carri, il  cui Reparto oggi disciolto, è stato sostituito dal 7° Rgt. Bersaglieri attualmente  sotto il comando del Col. Giovanni Ventura. La vicenda è narrata anche nella letteratura nazionale con gli avvenimenti bellici della 2. Guerra mondiale

Giovanni Colonna, figlio di Saverio e di Lucia Marvulli era primogenito di tre maschi e una femmina. La famiglia abitava in via Santini, 17  nei pressi di  Piazza S. Giovanni. Papà Saverio muore purtroppo nel 1935. Chiamato al servizio di leva nello stesso anno presso la Caserma Pizzo Falcone di Napoli nel 1° Rgt. Bersaglieri, dopo circa 6 mesi  di addestramento rientra  a casa perché  divenuto capofamiglia.

Frattanto i  teatri di guerra si estendono a macchia d’olio tra l’Europa e l’Africa settentrionale, dove diverse potenze cercano di tutelare i loro interessi colonialistici e così Giovanni nell’alternanza di congedi provvisori da tra il 1935-39 è costretto a presentarsi al Distretto militare di Bari, per l’aggiornamento del suo foglio di matricola n. 45523 in caso di chiamata alle armi.

I documenti di famiglia ricevuti in visione mi hanno permesso di tracciare la lunga storia di questo giovane altamurano.

Gli sviluppi  bellici diventano sempre più allarmanti, per cui  G. Colonna viene richiamato  l’1 giugno 1940  a seguito del  Regio Decreto n. 455 del 21.5.1940 e confermato nuovamente nel  1° Rgt. Bersaglieri. Le voci che corrono tra i militari sono contrastanti tra di loro su quale fronte verranno inviati, se in Albania, Grecia o Africa settentrionale.

Dopo una settimana giunge l’ordine dal Comando dello Stato Maggiore: destinazione Grecia, partenza 11 giugno 1940.

Il reparto, caricato su un convoglio ferroviario, attraversa tutto lo Stivale per giungere a Trieste dove vengono caricati altri soldati,  per continuare il  tragitto lungo la penisola balcanica per giungere a destinazione finale: Patrasso.

Dopo un alcuni mesi di permanenza sul suolo greco, il Comando italiano lo fa  rientrare a casa per una breve licenza; infatti riparte il 15 novembre 1940, imbarcato su una nave per l’Albania, dove giunge il giorno dopo nel porto di Durazzo, presso il Comando del 1° Rgt. Bersaglieri.

Il 25 aprile 1941 il nostro  riceve una licenza premio di 15 giorni più il viaggio, con obbligo di presentarsi presso la Compagnia Tappa di Bari.

Finita la licenza, si imbarca il 10 maggio per destinazione ancora porto di Durazzo dove giunge il giorno dopo.

Per ordini giunti dall’alto viene rimpatriato dopo circa un mese,  il 14 giugno; imbarcatosi a Durazzo, sbarca a Bari il giorno dopo.

Questo andirivieni con l’Albania diventa quasi un gioco da ping pong;

Con foglio  n. 216/84/m/1 del 28.7.1941 del Corpo di Divisione di Napoli viene trasferito  e inquadrato nel  7° Rgt. Bersaglieri di Brescia, 44° Btg. A.C. e C.A.  mobilitato con ulteriore foglio n. 83850/3 dello Stato Maggiore del Regio Esercito del 25 luglio 1941.

Cartolina d’epoca di propaganda fascista

Mentre queste disposizioni militari vengono smistate all’interno degli uffici del Reparto, G. Colonna viene imbarcato con altri commilitoni su un volo aereo da Castel Vetrano per destinazione Castel Benito, Africa settentrionale.

Qui praticamente  entra come protagonista nel  teatro di guerra di El Alamein, in pieno deserto egiziano, nell’area delle grandi piramidi,  dove si combatte una guerra tattica con mezzi corazzati tra gli alleati italo-tedeschi al comando del mitico generale  Erwin Rommel, detto la Volpe del deserto,  contro le truppe inglesi.

Inutile raccontare dei carri armati italiani “M13-40” che erano definiti “scatole di sardine” sia per le dimensioni (paragonabili ad una FIAT  ‘500) che per l’equipaggiamento armato  (una mitraglietta, con 2 persone di equipaggio, il cui pilota guidava il mezzo con le leve), a dispetto dei panzer tedeschi ben corazzati con lamiere di grosso spessore, torretta girevole, cannone di grosso calibro, con più soldati a bordo: capocarro, servente, mitragliere, pilota; insomma dei mostri d’acciaio che incutevano paura sia per la potenza dei motori che per velocità tattica e potenza di fuoco.

I nostri ridicoli carri armati sotto il caldo torrido africano diventavano delle padelle roventi, su cui si poteva friggere un uovo.

Immagini di combattimento nel deserto – cartolina d’epoca di propaganda fascista

E’ facilmente immaginabile in quale situazione di  inferiorità combattevano i nostri soldati mandati al macello. Però, come vuole la storica frase di cui si è ammantato il 7° Rgt. Bersaglieri: “Mancò la fortuna, non il valore”, i soldati italiani dovettero soccombere davanti alle soverchianti forze inglesi.

Giovanni Colonna venne fatto prigioniero di guerra ad El Alamein l’11 luglio 1942 e insieme ad altri soldati italiani scortati a Suez, attesero il loro destino a Port Tewfik. Infatti, giunse di lì a poco  il transatlantico Laconia appartenente alla flotta della Cunard Line  che imbarcò, secondo fonti storiche,  463 ufficiali e uomini di equipaggio, 286 militari inglesi in qualità di passeggeri, 1.800 prigionieri di guerra italiani (delle divisioni Trieste, Sabratha, Brescia, Pavia, Trento ed Ariete), più  103 guardie polacche e 80 tra donne e bambini.

I prigionieri italiani furono alloggiati nelle stive, in celle; la nave salpò dirigendosi verso sud, attraversando il Mar Rosso e toccando i porti di Aden, Mombasa, Durban e Città del Capo, durante il cui viaggio, costeggiando  le coste africane, cambiò destinazione, non più Gran Bretagna bensì  gli Stati Uniti spingendosi così in pieno oceano Atlantico.

La notte del  sabato 12 settembre la nave zigzagando a luce spente  per evitare di essere intercettata dai sommergibili tedeschi che pattugliavano le acque atlantiche, si trovava nei pressi dell’isola di Ascensione (territorio d’oltre mare della Gran Bretagna insieme all’isola di S. Elena),  quando venne silurato dall’U-156: il Laconia affondò in poco meno di due ore.

Secondo la ricostruzione della vicenda e i racconti dei superstiti riportati su Wikipedia, nonché  in un articolo del giornalista Pancrazio “Ezio” Vinciguerra del giornale La Voce del Marinaio  del 12 settembre 2016;

nel  libro di Antonino Trizzino “Sopra di noi l’Oceano/Longanesi & C./1962; e nel libro del giornalista e scrittore  Donatello Bellomo Prigionieri dell’Oceano – la tragedia del Laconia”/Sperling & Kupfer Editori, l’U-Boot tedesco si avvicinò per fare prigionieri gli ufficiali inglesi,  l’equipaggio si accorse che tra i naufraghi vi erano numerosi soldati italiani, quindi alleati;  molti erano riusciti ad aggrapparsi a zattere di fortuna, altri furono visti annaspare con le mani mozzate, perché gli ufficiali inglesi avevano impartito ordini, nel gettare in acqua le scialuppe di salvataggio, di non caricare a bordo nessun italiano;

in caso di resistenza i soldati polacchi di riserva erano autorizzati a mutilre le mani con l’ascia. Un ordine crudele, gratuito.

Le guardie polacche lasciarono chiuse le stive dei prigionieri italiani impedendogli di raggiungere le scialuppe di salvataggio; tra l’altro alcune delle trentadue scialuppe  erano state distrutte nelle esplosioni. In seguito alcuni gruppi di italiani riuscirono a liberarsi ma non ebbero possibilità di imbarcarsi sulle barche. Alle 21:11 il Laconia affondò di poppa innalzando la sua prua quasi in verticale, con ancora molti italiani a bordo e il comandante Sharp.

I naufraghi in acqua e sulle scialuppe si trovarono a dover fronteggiare gli squali, in mare aperto in pieno Atlantico, con poche probabilità di sopravvivenza.

La notizia del siluramento –  racconta il giornalista P. Vinciguerra – venne trasmessa al Befehlshaber der U-Boote (BdU) e l’ammiraglio Karl Dönitz diede ordine di salvare i naufraghi, allertando contemporaneamente alcune unità che incrociavano nelle medesime acque, tra le quali l’U-506, comandato dal capitano di vascello Erich Würdemann; e l’U-507, comandato dal capitano di corvetta Harro Schacht, affinché facessero rotta verso il luogo dell’affondamento.

Egli inoltre trasmise la richiesta di aiuto a BETASOM, la base sottomarina della Regia Marina di stanza a Bordeaux, ed il contrammiraglio Romolo Polacchini acconsentì, inviando uno dei sommergibili italiani, il Comandante Cappellini, agli ordini del Tenente di vascello Marco Revedin, per coadiuvare i tedeschi nelle operazioni di salvataggio.

Dai  racconti dei naufraghi italiani emerse subito una realtà inquietante: il giornale di bordo del comandante Hartenstein riportava: «00 h 77,22 – SO. 3. 4. Visibilità media, mare calmo, cielo molto nuvoloso; secondo le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri ed hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…», con il passare delle ore, la tragicità degli eventi può essere percepita dalle azioni che il comandante Hartenstein intraprese: dapprima egli inviò un messaggio al BdU chiedendo la “neutralizzazione diplomatica” del luogo dell’affondamento;

in seguito lanciò un’invocazione d’aiuto in lingua inglese sulle frequenze radio utilizzate dalla Royal Navy; gli inglesi ignorarono però questo messaggio temendo un’imboscata.

Il  comandante Hartenstein – continua ancora  il giornalista P. Vinciguerra –  riempie la coperta del suo sommergibile di naufraghi, stende sulla coperta del battello la bandiera della Croce Rossa, e lancia un radio messaggio in chiaro sulla lunghezza d’onda 25 agli inglesi:

Se qualche nave vuole aiutare a raccogliere i naufraghi dell’equipaggio del Laconia , non la attaccherò, a condizione che io stesso non sia attaccato da navi o aeroplani . Ho salvato 193 uomini, 4°52’ sud, 11° 26’ ovest . sommergibile tedesco“.

Nonostante ciò, il 17 settembre 1942 il sommergibile U-506 con 142 naufraghi sul ponte tra cui donne e bambini, venne attaccato da un grosso idrovolante americano che lanciò bombe a più riprese, che per fortuna non colpirono il battello ma arrecarono solo danni di una certa gravità. Alla fine delle operazioni i tre sommergibili dell’Asse e le unità francesi partite da Dakar salvarono 1.111 naufraghi di cui 661 tra inglesi e polacchi compresi donne e bambini, e solo 450 dei 1.800 italiani imbarcati. Tutti i superstiti raccolti furono trasferiti a Casablanca.

Restringendo il focus, la nave era stata sventrata e squarciata in due tronconi, dalle cui stive uscì indenne Giovanni Colonna. Affiorando in superficie ebbe la fortuna di aggrapparsi insieme ad altri commilitoni ad una carcassa che diventò la loro salvezza, perché restarono a galla per circa 3 giorni sotto una temperatura equatoriale oltre il  30-40°  di giorno e  molto più basse nelle ore notturne, senza cibo e senza acqua. E’ in questo dramma che G. Colonna, appena 27enne, fortunatamente di grossa tempra come tutti i Bersaglieri, dimostra coraggio, senza perdere la speranza di un possibile salvataggio. Tuttavia, il trauma dello stato confusionale se lo porterà appresso per molto tempo al rientro in Patria.

Il nostro, liberato dalla prigionia, con un volo areo militare  rientra in Italia ricongiungendosi  col 7° Rgt. Bersaglieri, dove usufruisce di una licenza premio di 15 giorni più viaggio. Il 16 marzo 1943 si presenta alla Tappa di Altamura e con altro foglio  del 24 aprile viene trasferito al Deposito del 7° Rgt. Bersaglieri di Brescia  che lo destina a sua volta il 4 giugno al 12° Rgt. Bersaglieri di Reggio Emilia.

Qui conosce il concittadino Domenico Lorusso.

L’8 settembre 1943, giorno  dell’armistizio,    a Reggio Emilia  i tedeschi circondarono  la caserma per fare dei prigionieri.

Colonna e Lorusso  riuscirono a scappare senza essere notati. Lì vicino c’era una tintoria; una signora li aiutò dandogli degli abiti civili. Da qui, vista la situazione molto drammatica,  si nascosero momentaneamente  in un vagone merci. Dopo varie peripezie individuarono il convoglio che partiva per Bari dove giunsero dopo alcuni giorni.

Intanto, i traumi subiti durante l’affondamento del transatlantico iniziarono  a farsi sentire sempre più frequenti; il 26 settembre 1943 si presenta alla Tappa di Bari, dove le sue condizioni fisiche molto provate sono confermate dal medico militare, il quale lo ricovera il giorno dopo  all’ospedale di Altamura  concedendogli una convalescenza di 30 giorni fino a novembre, con obbligo di presentarsi al Deposito n. 13 il 27 novembre 1943.

Purtroppo le sue condizioni   non migliorano, per cui  il 7 dicembre viene ricoverato all’ospedale militare di Bari dove dopo una decina giorni viene dimesso con un servizio condizionato di 180 giorni a cui segue il 16 dicembre una licenza illimitata (circ. n. 176)   con congedo illimitato ai sensi della circ. n. 40001 del 4.5.1945.

Con quel foglio di congedo illimitato per Giovanni Colonna la guerra è finita, anche se ufficialmente la data di liberazione è il 25 aprile 1945.

Negli anni a seguire, egli  parlava spesso   dell’immane  tragedia di cui era stato testimone diretto e ringraziava il cielo per essere stato risparmiato.

Giovanni Colonna muore  il 7 agosto 1973 lasciando  in famiglia  i documenti del suo servizio militare e il ricordo della vicenda del Laconia; fu uno dei molti sopravvissuti, senza alcun riconoscimento da parte dello Stato italiano,  ad aver onorato la Patria con alto senso del dovere.

Nel 2011 l’emittente televisiva Canale 5  mandò in onda il film “L’affondamento del Laconia”; un altro  dei sopravvissuti, Angelo Ferraro di 92 anni, guardò il  film durante il quale riaffiorarono nella mente tutti quei tragici giorni e il panico che si impossessò di loro;  nel contempo rilasciò un’intervista  alla giornalista M. Antonietta Filippini  che pubblicò il suo articolo il 3 ottobre 2011 sulla Gazzetta di Mantova, riportando la sua testimonianza.

Da parte dello scrivente è in corso una ricerca negli archivi militari tedeschi e inglesi, oltre a quelli nazionali di Roma, per ulteriori approfondimenti che coinvolsero il nostro concittadino.


Redazione

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