I DPCM (decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sono conformi alla Costituzione?

I DPCM (decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sono conformi alla Costituzione?

Premessa. Di fronte a una epidemia improvvisa e feroce, che tanti lutti ha causato nel nostro Paese e nell’intero universo, non si poteva agire con i consueti strumenti normativi, ma con provvedimenti idonei “a preservare l’uguaglianza delle persone nell’esercizio del fondamentale diritto alla salute e a tutelare contemporaneamente l’interesse della collettività”.

Il Governo Conte 2 ha scelto i DPCM, legittimati, come si sa, da decreti legge emessi ai sensi dell’art. 77, comma 2, Costituzione. Contro la procedura governativa si sono elevate grida di dolore da parte di sedicenti costituzionalisti che ritenevano i DPCM incostituzionali, strumenti per imporre la cd dittatura sanitaria. A questo punto il dubbio sull’incostituzionalità dei DPCM, ovvero i famosi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, era diventato il tema di discussione preferito dalle opposizioni politiche che i negazionisti hanno elevato a giustificazione delle loro aberranti tesi circa l’inesistenza del virus.

Ma di mezzo ci si è messa anche una limitata giurisprudenza che ha alimentato i dubbi sulla costituzionalità dei DPCM. Ad esempio, le decisioni del GdP di Frosinone (sentenza n. 516/2020) e del Tribunale di Reggio Emilia (sentenza 27.01.2021) hanno contribuito a diffondere i dubbi e ad alimentare le proteste di certi politicanti e dei negazionisti.  In entrambe le sentenze i giudici spiegano i motivi per i quali i DPCM, provvedimenti amministrativi, non possono creare nuove figure di illeciti civili e penali, soprattutto in ordine alle conseguenti sanzioni. Entrambe le sentenze ricorrono a motivazioni analoghe.

Prima di tutto, come precisa il Tribunale di Reggio Emilia, i comportamenti sanzionati sono di grande rilievo, concernendo la libertà personale. La tutela delle libertà delle persone è fondamentale e, pertanto, non può essere lasciata all’arbitrio di soggetti privati o pubblici. La violazione delle libertà individuali sarebbe un grave vulnus non solo per l’individuo ma per lo stesso Stato che ha il dovere di vigilare, attraverso l’Autorità giudiziaria, che non siano commessi soprusi da parte di chicchessia. Donde la necessità che alcuni fatti possono essere qualificati quali reati o, comunque, violazioni amministrative (ad esempio le norme del codice della strada), solo dalla legge. Si tratta di un principio di civiltà giuridica indiscusso e indiscutibile, al quale devono adeguarsi tutte le Autorità dello Stato (Parlamento, Governo, Magistratura).

I principi giuridici che le indicate sentenze ritengono gravemente violati sono: (a) la riserva di legge e l’irretroattività di norme penali (b) l’inviolabilità della libertà personale.

Principio di riserva di legge e di irretroattività nell’ordinamento giuridico. Il principio è di rango costituzionale. Infatti, l’art. 25, secondo comma, della Costituzione dispone. “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Principio fatto proprio dal codice penale che, all’art. 2, comma 1, enuncia: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituisca reato”. Principi sacrosanti, finalizzati a garantire i singoli cittadini dalle eventuali prepotenze dei pubblici poteri. Sia il principio di riserva di legge che quello di irretroattività, come è facilmente intuibile, operano congiuntamente.

I DPCM sono provvedimenti amministrativi, di rango inferiore nel sistema gerarchico delle fonti di diritto. Provvedimenti, quindi, non idonei a introdurre nell’ordinamento giuridico italiano sanzioni che non siano previsti dalla legge. A meno che non si tratti di provvedimenti emessi in seguito a una legge specifica. Al riguardo le due sentenze sono reticenti, limitandosi all’apodittica affermazione dell’inidoneità dei DPCM, provvedimenti amministrativi, a stabilire figure di reati e relative sanzioni.

Inviolabilità delle libertà della persona. Allo scopo di frenare il propagarsi dl COVID 19 il Governo ha emesso i famosi DPCM che vietano la libertà di circolazione. Il divieto si traduce in un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare, quasi una sanzione restrittiva della libertà personale stabilita in contrasto con il principio di inviolabilità della libertà personale di cui all’art. 13 Costituzione, per il quale non è ammessa alcuna restrizione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. Una vera e propria confusione concettuale in cui sono caduti i due magistrati.

Come ho già argomentato nel mio articolo “Il giudice, la legge e la Costituzione; l’esercizio della giurisdizione al tempo del corona virus”, pubblicato su questo giornale il 23 agosto 2020, la Costituzione ci attribuisce varie libertà (libertà di circolazione, di riunione, di associazione, di fede religiosa) che non possono essere compresse se non nelle ipotesi previste dalla stessa Costituzione. Infatti, gli articoli 16 e seguenti prevedono che il Parlamento, organo sovrano, può limitare le predette libertà per ragioni sanitarie e di ordine pubblico. In tali casi il Governo, che agisce sotto la propria responsabilità, provvede con decreti legge, da emanarsi per ragioni  straordinarie di necessità e urgenza e da convertire in legge entro sessanta giorni (art. 77). Con la conversione in legge il Parlamento convalida il giudizio del Governo sia sotto l’aspetto formale sia sotto l’aspetto sostanziale e lo esonera dalle sue responsabilità. Un altro concetto, a mio avviso, frutto di una cattiva lettura degli articoli 13 e 14, è quello secondo il quale la restrizione della libertà di circolazione, traducendosi in costrizione al proprio domicilio, richiederebbe un atto motivato del giudice.

I due giudici non tengono conto che i DPCM non sono provvedimenti di polizia ma contengono norme generali ed astratte, i cui destinatari sono tutte le persone domiciliati in territorio italiano e sono finalizzati a combattere drasticamente il propagarsi dell’epidemia. Anzi, esiste un preciso obbligo per il Governo di intervento ogni volta che sia messa in pericolo la sicurezza e l’incolumità delle persone.

La Corte Costituzionale fa chiarezza. Sulla questione si è pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 37 del 24 febbraio 2021 e pubblicata il 12 marzo 2021. Secondo la Corte, in una situazione come quella che ha interessato l’Italia e il mondo intero, il Governo ha il dovere di adottare strumenti normativi flessibili, come i DPCM, capaci di adattarsi alle pieghe di una situazione di crisi in costante divenire: “E’ perciò ipotizzabile che il legislatore statale, se posto a confronto con una emergenza sanitaria dai tratti del tutto peculiari, scelga di introdurre nuove risposte normative e provvedimentali tarate su quest’ultima. E’ quanto successo, difatti, a seguito della diffusione del COVID-19, il quale, a causa della rapida e imprevedibilità con cui il contagio si spande, ha imposto l’impiego di strumenti capaci di adattarsi alle pieghe di una situazione di crisi in costante divenire”.

La speranza ora è che coloro i quali presumono di sapere tre pagine più del libro smettano di lanciare anatemi contro il Governo e i suoi consiglieri.

Raffaele Vairo


Redazione

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