Home Cronaca La sofferenza non è un valore in sé

La sofferenza non è un valore in sé

Mi scrive un lettore: ” In merito ai possibili significati del male e soprattutto ai suoi effetti, vista anche l’assoluta delicatezza dell’argomento, io mi rimetto umilmente alla vita dei santi che hanno accettato il male con profonda umiltà. Ma mi rimetto anche al pensiero di un uomo, Emil Cioran, che valutò la sofferenza, e quindi il male, come libero pensatore, e quindi senza alcun intento religioso: “La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere cose che non si sarebbero percepite altrimenti… (L’inconveniente di essere nati, Biblioteca Adelphi 243, pag. 157)”.

Quando leggo simili riflessioni sulla presenza del dolore nel mondo, mi irrito sempre un po’ pensando all’effetto che possono fare su persone che soffrono terribilmente e che della sofferenza farebbero volentieri a meno. Stessa irritazione di quando lessi l’enciclica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II: il dolore che salva, il dolore che rende uomini nuovi. Facevo notare allora che non sempre la sofferenza eleva lo spirito, giacché spesso abbrutisce, incattivisce coloro che la subiscono.

Faccio notare oggi a questo lettore che non sempre la sofferenza apre gli occhi, alle volte rende ciechi. E gli faccio anche osservare che una cosa è rassegnarsi alla sofferenza qualora questa sia invitabile, altra cosa è godere della sofferenza, crogiolarsi nella sofferenza, oppure invocarla da Dio, come hanno fatto non pochi santi. Altra cosa ancora è procurarsi la sofferenza fino ad abbreviare la propria esistenza (lento suicidio) nell’illusione di far piacere a Dio, come pure hanno fatto alcuni santi.
Chiedevo allora: anche i bambini piccoli, i neonati con gravissime malformazioni che soffrono e muoiono, giungono ad “interiore maturità e grandezza spirituale”? Chiedo oggi al lettore che cita Cloran: anche ai bambini piccoli, ai neonati che soffrono e muoiono, la sofferenza apre gli occhi?

Questa visione del dolore come cosa buona e giusta comporta il rischio di rendere indifferenti davanti al dolore altrui e di irritare coloro che soffrono. Si pensi se certi discorsi sulla sofferenza che rende uomini nuovi, sulla sofferenza che apre gli occhi, qualcuno li avesse fatti a Maria ai piedi della croce o al Crocifisso stesso.

Sarebbe opportuno quando si parla del bene che può scaturire dalla sofferenza, tenere anche ben presente che la sofferenza non è un valore in sé, e che è ben triste la condizione dell’uomo se per elevarsi spiritualmente ha bisogno di soffrire.

Renato Pierri
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