“Jazz argentino e contaminazioni italiane”

 “Jazz argentino e contaminazioni italiane”

Conobbi Javier Girotto qualche anno fa. Del tutto casualmente ero venuta a conoscenza del fatto che avrebbe suonato ad Andria, dove assieme al mio compagno mi recai, scoprendo che il luogo dell’esibizione era il piccolo auditorium di una parrocchia e che si poteva assistere senza il pagamento di alcuna tariffa fissa per il biglietto. Inutile aggiungere che la cosa molto ci meravigliò. Il pubblico era ovviamente quello dei fedeli delle quotidiane celebrazioni liturgiche e non quello che abitualmente si può incontrare ad un concerto jazz. Incuriositi ci accomodammo ed assistemmo ad una indimenticabile esibizione dell’artista, in quell’occasione accompagnato tra gli altri  dal pianista Natalio Mangalavite. Data la particolarità del posto, fu possibile scambiare quattro chiacchiere con i due al termine del concerto, ricevendone l’impressione di persone profondamente umili e con un’idea di umanità diversa da quella occidentale.

Javier Girotto nasce infatti a Cordoba, in Argentina nel 1965 da una famiglia di origini italiane. Nel conservatorio della sua città studia clarinetto e flauto. Una borsa di studio per il prestigioso Berkley College of Music d Bostoni gli consente di dedicarsi allo studio del jazz e del sax in particolare e di diplomarsi “cum magna laude” in composizione, arrangiamento, sax ed improvvisazione. Ha venticinque anni quando raggiunge la Puglia per curare gli affari della sua famiglia, decidendo di stabilirsi in Italia definitivamente. Il gruppo con il quale raggiunge la notorietà sono gli Aires Tango, in cui jazz e tango sono fusi assieme e con i quali lavorerà a dieci produzioni. Il suo percorso di ricerca proseguirà poi  nel 1999 con i Cordoba Reunion, con i quali farà un percorso a ritroso alla scoperta del patrimonio culturale argentino antecedente alla nascita del tango.

Importante anche l’esperienza in trio G.S.M. con il pianista Mangalavite ed il nostro Peppe Servillo. Nel 2011 inaugura la propria casa discografica, la “J.G. records” e produce il cd “Alrededores de la Ausencia”. Dal 2009 al 2011 insegna jazz a Roma, presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Nel 2012 in duo con il pianista Michele Campanella si dedica alla musica classica, fondendo autori come Debussy e Ravel con l’improvvisazione jazzistica. Dello stesso anno è la tournée in Sud America assieme a Ralph Towner. Nel 2016 la sua carriera subisce però una battuta d’arresto a causa di una patologia rara alla mano sinistra, la ” distonia focale del musicista” risolta definitivamente solo due anni più tardi.

Girotto vanta collaborazioni con le figure più importanti del panorama jazz italiano ed  internazionale quali il compianto Kenny Wheeler, Gary Burton, il già citato Ralph Towner, Paul Mc Candless, Miroslav Vitous, Bob Mintzer, Nicola Piovani, Stefano Bollani, Danilo Rea, Paolo Di Sabatino e tanti altri, impossibili da menzionare  tutti, con i quali ha girato il mondo esibendosi in circa centosessanta concerti ogni anno. Ma qual è la cifra stilistica di questo infaticabile musicista? Per prima cosa converrà ricordare che in lui esibizione e ricerca sono fusi assieme, al punto tale che spesso durante i suoi concerti, prima di eseguire un pezzo, egli stesso lo presenta inquadrandolo storicamente ed esteticamente. La matrice espressamente sudamericana della sua musica non può essere messa in discussione e lo testimonia propria il suo interesse per forme compositive che a quel vasto mondo appartengono e che sono meno note al pubblico europeo.

Nonostante ciò, forse a causa dell’origine italiana e della lunga permanenza nel nostro paese, non è difficile rinvenire nelle sue composizioni una sintesi che tiene conto di altro, del jazz ad esempio prodotto nella capitale, ma anche della musica napoletana e del jazz della nostra migliore provincia. In certi assoli di Girotto par di vedere i nostri paesaggi, spesso raccolti intorno alla costa e di sentire la dolcezza del suono di quel mare. Molto presente ovviamente “la parola” della natura dell’America Latina, in una modalità di racconto a cui già Pat Metheny ci aveva abituato. Il suo messaggio poetico non è disperante, come invece è spesso il tango: la contaminazione europea ed in particolare italiana, ci parlano sì della solitudine dell’uomo, ma non gli tolgono la sua dimensione. L’essere umano che ci sembra venir fuori dalle sue composizioni compie un percorso senza certezze, tuttavia non rinuncia a cercarle: ha ancora coscienza di essere microcosmo all’interno di un sistema che lo comprende, nel quale la sua consapevolezza fa ancora la differenza con il resto dell’universo.

A quanti abbiano voglia di immergersi nel mondo poetico di Girotto, consiglio un cd che mi sta particolarmente a cuore, “Alrededores de la Ausencia”, nel quale trova esplicito spazio il dramma dei desaparecidos argentini e la matrice popolare della musica del suo paese. In questo suo lavoro più che in altri è a mio avviso presente quel nuovo Umanesimo dell’artista a cui sopra ho fatto riferimento.

Rosamaria Fumarola.


Redazione

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