Home Violenza Delinquenza minorile: un fenomeno criminale preoccupante?

Delinquenza minorile: un fenomeno criminale preoccupante?

Intervista a Vincenzo Musacchio, docente di diritto penale, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra, è stato allievo di Giuliano Vassalli nonché amico e collaboratore di Antonino Caponnetto. 

Intervista di Lucia De Sanctis 

Professore, stiamo assistendo a un aumento della delinquenza minorile, ma esiste realmente un aumento dei crimini commessi da minorenni?

    I casi di delinquenza minorile trovano spesso ampio spazio nel mondo dei mass media. Non si può tuttavia parlare d’incremento numerico dei reati (lo confermano i dati del Ministero della Giustizia 2019-2020). Nonostante ciò, un dato preoccupante c’è. A un esame più specifico dei dati, emerge una trasformazione qualitativa dei crimini commessi da minorenni. La maggior parte di essi sono crimini violenti che rivelano purtroppo un preoccupante nuovo modello culturale e d’identificazione criminogena. I crimini minorili caratterizzati da violenza sono compiuti sempre più di frequente da minori organizzati in gruppi. Su questi fenomeni occorrerà riflettere e agire al più presto prima che diventino patologici.

    Quali possono essere le cause che conducono a una simile escalation di violenza tra giovanissimi?

    Uno studio criminologico condotto dall’Università Bicocca di Milano su tali fenomeni criminali ci conferma che si parte dall’intenzione di emulare i crimini commessi dagli adulti fino al desiderio di andare contro le regole sociali, dal semplice piacere provato nel prendere in giro chi è diverso, nel lessico, nel vestiario o nelle fattezze fisiche all’uso di alcool e droghe che poi comportano condotte antisociali. Protagonisti di simili condotte devianti ai danni di cose o persone sono giovani ragazzi, minorenni, che si riuniscono in gruppi con il preciso scopo di commettere reati. Si parte dal furto di smartphone e accessori griffati per arrivare agli atti vandalici, alle rapine, alle aggressioni, alle violenze sessuali, allo spaccio fino all’omicidio.

    Qual è il substrato sociale da cui provengono questi baby criminali?

    L’identikit del membro tipo di una baby gang ha tra gli otto e i sedici anni, prende di mira i propri coetanei, spesso nell’ambito del contesto scolastico, gli anziani, i disabili e in generale tutti i soggetti più deboli e vulnerabili. Erroneamente si pensa che la microcriminalità trovi terreno fertile nelle situazioni degradate, in cui sussistono condizioni critiche, sia a livello economico sia sociale e familiare. In realtà una percentuale piuttosto alta di fenomeni di criminalità minorile afferisce a quegli ambienti in cui l’estrazione sociale è medio-alta. Si tratta spesso di adolescenti incensurati, con alle spalle famiglie benestanti, che vivono annoiati nel benessere e che scelgono il gruppo per innalzare ulteriormente il proprio status.

    Quali sono i contesti in cui queste forme di violenza si realizzano?

    L’ambito nel quale più frequentemente, e più facilmente, si sviluppa il fenomeno è la scuola di ogni ordine e grado. La motivazione è piuttosto semplice: quello scolastico rappresenta l’ambiente in cui nascono le prime amicizie e nel quale avvengono le prime esperienze d’inserimento all’interno di un gruppo. Dalla nostra analisi sul fenomeno criminale si potrebbe affermare che la baby gang rappresenti l’evoluzione ulteriormente negativa del bullismo. Con l’avvento di internet, ovviamente, molte condotte criminali possono essere realizzate anche online con conseguenze del tutto simili al mondo reale alcune delle quali possono condurre anche alla morte della vittima.

    Come poterne uscire?

    Il punto critico su cui incidere è l’educazione carente, povera di regole da rispettare, o addirittura la totale assenza di orientamento socio-educativo da parte dei genitori. E’ chiaro che non esista un’unica motivazione che spinga a commettere atti di microcriminalità, ma una cosa è certa: sul fenomeno possono giocare un ruolo decisivo, la famiglia e la scuola. Secondo una teoria molto attendibile i genitori percepiscono i figli sempre più annoiati, aggressivi, maleducati, ma al tempo stesso li ritengono fragili e bisognosi di protezione. Per i ragazzi avere una garanzia di appartenenza è fondamentale, quando non la trovano in famiglia, spesso cercano dei surrogati, la baby gang o anche il mondo virtuale rappresentano un surrogato, un “luogo” dove sentirsi parte di qualcosa e dove si ha un ruolo, dove in pratica ci si sente riconosciuti.

    Occorre una maggiore repressione?

    Non credo che la soluzione sia nel diritto penale. Il metodo preventivo, se attuato con serietà e mezzi efficaci, sarebbe senza dubbio migliore.  Lo Stato, la famiglia, la scuola dovrebbero intervenire prima che un minore riesca a entrare in un circuito criminale, magari rinforzando nei giovani la percezione dei valori morali e la distinzione tra bene e male. Naturalmente a seguito di un’adeguata ed efficace prevenzione occorrerebbe predisporre anche leggi più severe. Non sono ovviamente d’accordo con chi afferma che i minori imputabili sono responsabili, per cui, mettiamoli in carcere e buttiamo via la chiave. Preciso che la mia idea di prevenzione s’incardina sulle politiche sociali da parte dello Stato e sulla comprensione delle situazioni di disagio e dei bisogni reali in modo da intervenire prima che se ne manifestino gli effetti negativi.

    Quali gli artefici di questa prevenzione?

    La famiglia e la scuola dovrebbero collaborare insieme per ottenere dei risultati soddisfacenti su più fronti. Io direi riconosciamo nelle condotte di questi ragazzi una richiesta di aiuto: è un primo passo per cominciare ad agire su più fronti.

    Sarebbe utile abbassare l’attuale limite di quattordici anni per l’imputabilità. Qual è la sua opinione?

    Onestamente credo il vero problema sia comprendere quando il singolo soggetto, caso per caso, a prescindere dall’età anagrafica, abbia sviluppato un livello di maturità per essere considerato colpevole e rispondere penalmente della sua condotta. Non sono tra i sostenitori dell’abbassamento dell’età imputabile. Si rischierebbe di avere condannati e detenuti bambini.

    Cose ne pensa invece del carcere minorile, è necessario?

    Oggi purtroppo non esistono le condizioni per rinunciare a uno strumento come l’istituto di pena minorile. Al suo interno naturalmente si dovrebbe operare concretamente sul piano dell’educazione e dell’accompagnamento del minore verso la consapevolezza rispetto al reato compiuto. Solo in tal modo la carcerazione avrebbe un senso.

    Nessuno parla delle vittime, chi le tutela se il sistema non le considera?

    L’attenzione per le vittime è un dovere imprescindibile di ogni ordinamento giuridico. La migliore garanzia per una vittima di reato è quella che vi siano buone leggi per aiutare e garantire il rispetto delle richieste di chi ha subito un danno. Gli istituti di mediazione e di riconciliazione tra autore e vittima del reato sarebbero un buono strumento da utilizzare a tale scopo.

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