Ricostruire l’“idea di Italia”

Ricostruire l’“idea di Italia”

Anche gli osservatori più comprensivi e indulgenti nei riguardi del governo Draghi si attendono segnali netti di discontinuità rispetto al passato prossimo e remoto, sia nella ripartizione dei compiti sia nella più esatta cornice storica entro la quale intende collocarsi.

I punti stimati

Smaltiti gli entusiasmi di circostanza, viene l’ora del pragmatismo: non empirismo affannato del press’a poco, ma il transito al programma attuabile e dei possibili tempi della sua realizzazione. Proprio perché “le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano” (parole del conte Camillo Cavour citate da Mario Draghi nel discorso del 17 febbraio, mercoledì delle ceneri) dai primi passi si comprenderanno meglio i punti stimati e la rotta del nuovo governo.

Grazie… Ma a chi?

Draghi ha ripetutamente ringraziato il “Conte II”, che ha “affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”. Eppure l’“illustre estinto” è finito alle corde e ha dovuto rassegnare le dimissioni proprio perché non aveva fatto il dovuto, e lo vediamo bene. Per un anno, dal 31 gennaio 2020,  non ebbe (o non mostrò di avere) la percezione della pandemia incombente e delle sue possibili conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Rispose alzando la bandiera gialla dell’Emergenza Permanente, moltiplicando misure contraddittorie dagli esiti reiteratamente deludenti, secretando le decisioni di esperti e comitati vari e lasciando briglia sciolta a “scienziati” surrogati della “politica”. Ha fallito i tre principali obiettivi che si era dato. È clamorosamente mancata la riapertura delle scuole “in presenza” e in sicurezza almeno a tempi alterni, con adeguata organizzazione della didattica a distanza per scolari e studenti di tutte le regioni. Le conseguenze sono devastanti. Malgrado gli auto-elogi, il piano di vaccinazione per arginare la diffusione del contagio si è disperso in viottoli secondari (la priorità delle fatue e appassite “primule” rispetto all’approvvigionamento e alla distribuzione di fiale e siringhe) e ha accumulato i ritardi che sono sotto gli occhi di tutti. A sua volta è e sarà ancora a lungo in elaborazione il documento che l’Italia deve presentare all’Unione Europea in tempi ormai stretti per ottenere i benefici del Recovery Plan. Il suo ristagno va addebitato al prof. Giuseppe Conte, che tentò di gestirlo direttamente da Palazzo Chigi nell’inerzia (o connivenza) colpevole del Partito Democratico (Nicola Zingaretti) e di Liberi e Uguali, in combutta con i Cinque Stelle: tutti  poi “indignati” nei confronti di Matteo Renzi, che denunciò il vulnus democratico che quel metodo (e la tentata “confisca” dell’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica da parte del prof. Conte) stava infliggendo all’Italia. Per il bene generale, deliberò l’uscita dalla maggioranza, rivendicando  quanto sopravvive di un Paese sovrano.

Questo è il passaggio storico che anche il presidente Draghi dovrebbe ricordare e sottolineare con particolare apprezzamento, proprio perché senza di esso l’Italia non potrebbe iniziare a risalire la china.

Lo scenario politico-parlamentare

Vaticinato come meramente “di alto profilo” e in corso di composizione divenuto tecnico-partitico (non tutto eccelso), il governo ora in carica (in attesa di ormai tardiva nomina di viceministri e sottosegretari con relative deleghe, scompaginata per il caos regnante tra i Cinque Stelle) è appesantito dalla conferma di ministri la cui opera suscitò perplessità (è il caso della titolare dell’Interno, prefetto Luciana Lamorgese) e molte motivate avversioni (come Roberto Speranza, ministro per la Salute) per ordinanze improvvide emanate nel corso del tempo, lesive dei diritti costituzionali dei cittadini e senza efficaci contropartite.

La vera discontinuità tra il Conte II e il governo Draghi, al di là delle intenzioni e delle dichiarazioni della vigilia, è scaturita dai “fatti”, che “sono ostinati”. Lo smottamento dei Pentastellati (una ventina al Senato, il doppio alla Camera, tra voti in Aula e assenti non giustificati agli occhi dei “guardiani del grillo”) ha creato un’opposizione quantitativamente e qualitativamente non prevista alla vigilia e destinata a pesare sulla durata del governo e sulla legislatura, incluso il passaggio, sempre più impervio e stretto, dell’elezione del futuro Capo dello Stato.

Per inciso, ma la questione meriterà apposita riflessione, risulta sconcertante l’ipotesi di una rielezione di Mattarella “a tempo” per consentire a Draghi di consolidare l’opera dell’esecutivo e di transitare da Palazzo Chigi al Quirinale proprio quando l’azione del governo attuale potrebbe cominciare a dare frutti: un “processo di maturazione”, questo, che richiede molto più degli ormai due risicati anni residui della legislatura in corso, come del resto ha fatto intendere Draghi stesso quando ha indicato quali orizzonti temporali il 2026, il 2030 e, già che c’era, il 2050 (chi vivrà vedrà…). Riesce quindi impossibile determinare a priori la durata di una rielezione “a tempo” e “sub condicione” del Presidente della Repubblica ora in carica, un ulteriore strappo istituzionale che prospetta un altro e più rilevante interrogativo: se l’Italia oggi abbia più bisogno di un arbitro al di sopra della mischia, qual è e deve essere il Capo dello Stato, o di un presidente del Consiglio competente, concludente e quindi duraturo. Sono interrogativi resi più inquietanti dalla constatazione, mai abbastanza ripetuta, che le Camere attuali sopravvivono indebitamente al voto con il quale esse stesse deliberarono la riduzione dei seggi parlamentari poi confermata dal referendum celebrato alla vigilia della seconda ondata del covid-19. Camere talvolta plaudenti (come fecero alla rielezione di Giorgio Napolitano) ma quanto meno ansimanti.

Ma, come dicevano gli antichi, hic Rhodus, hic saltus. Il problema di Draghi è quello di tutti i governi precedenti: disporre di una maggioranza davvero leale e coesa. Certo esso non ha nulla a che vedere con quello precedente, il cui presidente non esitò a questuare senatori raccogliticci, con tanto di “cerotto” offerto dal Partito democratico. A parte Forza Italia, Italia Viva, Più Europa e altri gruppi “centristi”, nei suoi confronti si sono scanditi dissensi e voti contrari, in misura e con toni decisamente inattesi a contrastanti con la pacatezza del suo discorso programmatico e delle repliche. A parte il “no” di una frangia della Sinistra Italiana paleozoica e quello franco e argomentato dell’on. Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia, colpisce e peserà il “si” del capogruppo pentastellato alla Camera, che ha ripetutamente ed elegantemente promesso a Draghi di “rompere le scatole”, e di una grilloide decisa a “fargli  le pulci” (partendo dal presupposto che il neo-presidente e i ministri ne nascondranno molte nei loro provvedimenti… pelosi).

Il clima, insomma, non è affatto dei migliori. Proprio perché bisogna rassegnarsi all’evidenza, in attesa di vedere come i fatti risponderanno ai buoni propositi, anche gli osservatori più comprensivi e indulgenti nei riguardi del governo nascente (tale rimane sino al suo completamento) si attendono segnali netti di discontinuità rispetto al passato prossimo e remoto, sia nella ripartizione dei compiti sia nella più esatta cornice storica entro la quale intende collocarsi.

Molti si  domandano come e quando verrà ridimensionata, se non radicalmente mutata, la massa abnorme di compiti e connessi poteri di spesa “ad libitum” affidata da precedenti governi e in specie dal Conte II al dottor Domenico Arcuri. Dopo decenni di polemiche sui “boiardi di stato” e mentre scivolano come acqua sulle pietre libri irridenti l’impotenza dei “politici” quali l’anonimo Io sono il potere (ed. Feltrinelli)è possibile che tutto rimanga come prima?

Del pari, finalmente rimossa la non rimpianta ministra “democratica” di Trasporti e Infrastrutture (che aggravò i guai della già martoriata Liguria), quando e come verrà affrontata la sicurezza dei pendolari, in specie studenti? (è solo una goccia nel mare, ma se non si dà qualche segnale visibile di svolta effettiva, la delusione è destinata a prendere il sopravvento).

La scuola che verrà…

Nel discorso programmatico Draghi ha insistito sull’urgenza di riqualificare l’istruzione tecnica superiore, cenerentola del sistema scolastico italiano. La sua promozione e diffusione è tra i vanti della Nuova Italia che non è affatto nata nel 1945 ma nel 1861. Gli Istituti per geometri e ragionieri formarono la spina dorsale del progresso economico-sociale del Paese, cresciuto a ritmi europei malgrado le scomuniche dei papi. Tanta parte della rete ferrostradale e dei piani regolatori di 150 anni orsono furono prodotti in piena autonomia dagli uffici tecnici delle Province (oggi sciaguratamente svilite da un Parlamento miope e auto-lesionistico) e dei Comuni, popolati di geometri altamente qualificati. Da “uomo di banca”, Draghi sa bene che i “ragionieri” furono l’ossatura di casse di risparmio, banche popolari e casse rurali dalla seconda metà dell’Ottocento, nonché dell’amministrazione anche di medie e grandi aziende. Nell’atrio dell’Istituto “Germano Sommeiller” di Torino il geniale preside Gaetano Fiorentino, poeta garbato, collocò le gigantografie dei diplomati illustri, tra i quali Giuseppe Pella e Vittorio Valletta. Erano “professionisti” che lavoravano almeno dieci ore al dì, sei giorni su sette, perché avevano un’“idea dell’Italia” e coltivavano quell’amore per la Patria che è “passato di moda” proprio perché a ridosso del 1945 si sono diffuse e sono prevalse tante ideuzze anti-nazionali.

Poiché il presidente del Consiglio ha citato Cavour, va ricordato quanto della Scuola disse, scrisse e ripeté Giovanni Giolitti, massimo statista dell’Italia liberale, all’indomani della Grande Guerra (1915-1918). Il Paese doveva risollevarsi da una catastrofe non inferiore a quella del 1940-1945. La Vittoria, merito delle Forze Armate, cioè della Nazione guidata da Vittorio Emanuele III Re-soldato, era costata circa 680.000 morti (in massima parte giovani), un milione e più di mutilati e feriti, il balzo del debito pubblico da 14 miliardi a oltre 90. Il tutto fu aggravato dall’epidemia di febbre “spagnola” che mieté circa 500-600.000 vite in pochi mesi. Al confronto è pallida cosa la “crisi” odierna. Lo Stato lavorò alla ricostruzione con ministri di eccellenza e misure immediate e lungimiranti, senza sprechi. Fu il caso di Antonio Fradeletto, Cesare Nava, Giovanni Raineri e Alberto La Pegna alle Terre Liberate.

A conclusione del suo programma elettorale Giolitti disse: “Per il risorgimento economico dell’Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza con i popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell’istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”, mentre “un popolo tanto vale quanto sa”.

“Da noi l’istruzione elementare è insufficiente. Molto peggio ancora procede l’istruzione media. L’istruzione classica è ancora la parte principale dell’insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; la scuola tecnica non ha di tecnico che il nome; è per la massima parte un duplicato della scuola classica. La parte principale dell’insegnamento di Stato dovrebbe essere, in tutti i gradi, istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata”. Alla testa andava posta l’ “alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l’alta industria, e organizzata in modo da attrarre le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza”. Per incentivare il progresso degli studi, nel solco della tradizione risorgimentale, le cattedre andavano (come anche oggi andrebbero) rimesse a concorso ogni dieci anni, in modo da aprire la strada ai giovani studiosi e da mandare fuori ruolo i “pantofolai” ripetitivi. Era il 1919. Tutto è stato scritto. E dimenticato.

Che cosa è accaduto in Italia da decenni? È dilagata l’ossessione della “liceizzazione” di tutti gli istituti superiori, la moltiplicazione delle “etichette” su corsi variopinti, né classici, né scientifici, né tecnico-professionali. Sperimentazioni e “fai-da-te” hanno creato una selva selvaggia dalla quale troppi giovani escono abbacinati. Per l’Istruzione il nuovo governo non ha niente da “inventare”, parecchio da sfoltire e molto, semmai, da riscoprire, da quella costruita 150 anni orsono da Michele Coppino e Francesco De Sanctis. Se poi proprio ha bisogno di prendere esempio dalla Danimarca anche per la scuola, può rileggere che cosa scrivevano le Relazioni ministeriali dopo il 1870, quando ministro dell’Istruzione  era Quintino Sella: in quel Paese gli studenti delle superiori erano tenuti a esercitazioni militari, ad  attraversare canali e fiumi zaino in spalla. Gli italiani avevano capito che a Sedan i francesi di Napoleone III erano stati sconfitti non dai “soldati” ma dai “maestri” tedeschi, perché da un secolo avevano instillato negli allievi l’“Idea della Germania”.

Altrettanto bisognava fare in Italia: una realtà politica appena nata, ma una nazione bimillenaria. L’Italia era Europa e l’Europa era Italia. Non vi era alcuna contraddizione. Appartenevano l’una e l’altra a un’unica civiltà, che aveva radici in Roma, la Città Eterna di Mommsen e Gregorovius, di Mazzini e Garibaldi e, infine, di Vittorio Emanuele II che vi trasferì la capitale, mano tesa verso gli inviolati Sacri Palazzi e la Città leonina che lo stesso Pio IX chiese a Raffaele Cadorna fosse presidiata dai “piemontesi” che garantivano ordine e disciplina.

Il pitagorico Arturo Reghini

Ha fatto bene il presidente Draghi a ribadire la centralità dell’“amore per l’Italia”. Non è affatto nuovo. È quello dei patrioti che le sacrificarono i beni, la libertà personale, la vita. È quello di Carlo Alberto di Savoia che, abbandonato dagli altri stati italiani a cominciare da quello pontificio, si batté da solo per l’indipendenza, abdicò, morì esule a Oporto e insegnò a tutti, Cavour incluso, il prezzo richiesto dalla guerra per l’indipendenza e l’unità della Patria. È quello insegnato da Giosue Carducci, da Giovanni Pascoli e da Arturo Reghini (Pontremoli, 1878-Budrio, 1946), matematico, ermetico, gnostico, massone, “profeta” del primato morale e civile che, a suo assennato giudizio, risaliva a Virgilio, Dante, Machiavelli e includeva Cesare e Napoleone I: “italiani pur essi” e non meno “europei” di quanti hanno omesso la civiltà greco-latina dai fondamenti dell’Unione Europa.

“Oggi l’Italia sta risanando” scrisse Reghini per il Natale di Roma del 1923. “Affiorano le antiche virtù”. Affinché altrettanto avvenga oggi occorre andare oltre le cronache quotidiane, non arrestarsi al luttuoso 1945, un anno che gli esuli forzati da terre italiane ricordano con angoscia. Occorre risalire alle sorgenti dell’Italia, al Risorgimento.

Aldo A. Mola 


Redazione

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