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Lino Guanciale: «Io, sedotto dal fascino di Taranto»

È considerato «il bello delle fiction», ma dietro il fascino a tratti tenebroso e severo di Lino Guanciale ci sono fatica, sacrificio, impegno. C’è, soprattutto, una carriera teatrale già notevole a 41 anni, partita con il piede giusto in un Romeo e Giulietta di Shakespeare diretto da Gigi Proietti e andato in scena nel 2003, con l’attore abruzzese allora 23enne al suo primo ingaggio nel ruolo di Paride.

Oggi è il protagonista della serie Rai Il commissario Ricciardi, tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni e diretta da Alessandro D’Alatri. Eccellenti gli ascolti: la puntata di lunedì scorso, 15 febbraio, ha sbaragliato ogni concorrenza con 5milioni 636mila telespettatori, pari al 23,2% di share.

Scorrendo il curriculum di Guanciale, sembra di riandare agli albori della televisione, quando gli autori di una giovanissima Rai decisi a produrre i primi sceneggiati attinsero a piene mani al mondo del teatro. «Se devo dare un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la strada della recitazione – risponde al telefono a una domanda precisa – non ho dubbi: comincino dal teatro e si troveranno bene anche davanti alla macchina da presa».

È ormai un pugliese d’adozione. Il 18 luglio scorso ha sposato Antonella Liuzzi, una bella ragazza di Noci (Bari) che è responsabile del master in Corporate Finance (finanza aziendale) presso la Bocconi School of Management di Milano. Del resto, nel centro storico di Taranto sono state ambientate molte delle scene della Napoli Anni ‘30 che fa da sfondo alle indagini di Ricciardi. Tra le altre sequenze, in un vicolo del capoluogo jonico sono stati dati i ciak del tenero gioco di sguardi tra il commissario e la dirimpettaia Enrica (Maria Vera Ratti). Stasera, su Raiuno, andrà in onda il quinto episodio, intitolato Vipera.

Guanciale, partiamo dall’inizio. Quando e come un ragazzo di buona famiglia come lei, figlio di un medico e di una insegnante, decide di lasciare Avezzano, insomma la sana provincia, per fare l’attore?
«Fino all’ultimo anno di liceo scientifico ero intenzionato a iscrivermi a Medicina. In effetti la recitazione mi attirava fin da bambino, ma avevo timore a seguire questa passione, tutto sommato ancora embrionale, forse per la prospettiva di una vita incerta, irregolare, che se vogliamo è tipica del mestiere di attore. Solo all’ultimo anno di scuola ho avuto una vera e propria esperienza in teatro».

Ed è stato amore a prima vista con il palcoscenico?
«Sì. E ne ho parlato a casa».

I suoi genitori l’hanno ostacolata?
«Assolutamente no. In prima battuta sono stati molto sorpresi. Ma poi hanno sostenuto la mia scelta. E quando sul sito dell’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” è apparso il mio nome tra gli ammessi, abbiamo festeggiato tutti insieme con un ricco pranzo».

Chi la conosce la descrive come un timido.
«Confermo. Ho un carattere riservato. Per entrare in sintonia con qualcuno ho bisogno dei miei tempi. Anche se devo dire che questa professione mi ha reso un po’ più estroverso rispetto a qualche anno fa».

«L’allieva», «Non dirlo al mio capo», ora «Ricciardi». Il pubblico televisivo l’ha incoronato super interprete di fiction. Tornerà al teatro?
«Spero al più presto, anche se la pandemia ha fortemente penalizzato il mondo del palcoscenico. Il teatro è il momento formativo più prezioso per un attore. Lì è sempre “buona la prima” e inoltre stando in scena devi gestire due situazioni in una: concentrarti sul personaggio e sentire il pubblico in platea, interagire con le sue reazioni».

L’anno scorso ha trascorso due mesi sul set a Taranto. Che cosa le ha lasciato quel periodo?
«Non conoscevo la città. Il borgo antico, adagiato su una lingua di terra tra due mari, è meraviglioso, stracarico di storia. Quando sento “bisogna salvare Taranto” odo un’assurdità. Taranto è di uno scrigno di cultura e di tradizioni che aspettano solo di ottenere la giusta visibilità».

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

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