Il ruolo di Bettino Craxi nell’ «accordo di modificazioni del concordato lateranense»

Il ruolo di Bettino Craxi nell’ «accordo di modificazioni del concordato lateranense»

Già nel 1967 le forze politiche avevano programmato, dopo un ampio dibattito parlamentare, di procedere alla revisione delle norme pattizie concordatarie al fine di eliminare le distonie tra i precetti del 1929 ed i principi supremi dell’ordinamento costituzionale. L’introduzione di modificazioni unilaterali, per il tramite di una legge costituzionale ad hoc, non solo costituiva una strada impervia per la mancanza di maggioranze parlamentari, ma rappresentava anche un percorso che avrebbe compromesso una raggiunta e oramai sperimentata prassi nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica.

Nel 1983 l’ecclesiasticista prof. Pietro Gismondi succedeva all’On. Gonella nella guida della delegazione italiana e nell’aprile dello stesso anno veniva definita la sesta bozza di riforma. Quest’ultima venne utilizzata dal Governo in carica, del quale era Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi, per la fase finale delle trattative. L’Esecutivo era interessato ad assumere l’autorevole responsabilità di chiudere l’annosa controversia, che si trainava fin dal dibattito in Assemblea Costituente, e riteneva il nuovo testo concordatario sufficientemente garantista per quel «recupero di sovranità» rispetto agli impegni assunti nel febbraio del 1929. La rinnovata normativa poi ha trovato fonte nell’«Accordo di Villa Madama» e nel Protocollo addizionale ad esso collegato sottoscritti dalle parti il 18 febbraio 1984 e resi esecutivi con la legge ordinaria dello Stato 25 marzo 1985, n. 121.

Per Craxi, come si evince in modo lucido dal dibattito in Parlamento sulle decisioni alla vigilia della firma con l’allora Segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli, era chiara la necessità di un «accordo di libertà» il quale da un lato doveva cancellare gli anacronismi propri di un’altra epoca storica, dall’altro riconoscere il ruolo della Chiesa romana e del cristianesimo in generale nella costruzione dell’identità nazionale. Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) che, con la Costituzione pastorale «Gaudium et Spes», aveva posto le direttive per quella «sana collaborazione» tra Stato e Chiesa, Craxi era perfettamente consapevole, forse molto più dei leaders democristiani, che la fede di un popolo e la sua preghiera erano un bene da preservare e valorizzare nel cammino di tutta la Nazione. L’acquisizione dei socialisti nell’area di governo e le responsabilità che ne conseguirono, sollecitarono la classe dirigente del partito ad una nuova considerazione della «questione cattolica», mutando in senso costruttivo la posizione assunta in Assemblea Costituente con il voto contrario sull’art. 7 della Costituzione repubblicana, ma al contempo mantenendo la promessa di una revisione del Concordato.

Un Accordo «nuovo», coerente con i caratteri di una società democratica, che rivolge le sue finalità dalle ragioni delle istituzioni alle ragioni della tutela della persona umana, divenendo in questo modo il modello ed il paradigma delle successive convenzioni stilate dalla Santa Sede con altri Stati.

Cav. Dott. Matteo Pio Impagnatiello

(Componente del Comitato scientifico di Unidolomiti)

Prof. Daniele Trabucco

(Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico).


Redazione

Redazione