I Love Puglia. I Trabucchi del Gargano

Compito precipuo di un giornale è quello di informare i suoi lettori non solo su tutto quello che accade dietro l’angolo ma anche su  quello che accade ogni giorno nel mondo:  politica, eventi straordinari, cronaca rosa e cronaca nera.

Il Corriere Nazionale, assieme a Progetto Radici, che ho l’onore di dirigere, intendono allargare questo orizzonte per offrirlo  alla vasta platea dei suoi lettori, nei quali vanno ricompresi anche i tanti italiani nel mondo  che continuano ad  amare con immutata passione la Puglia, la loro terra natia che  portano  nel cuore. Mi  sembra opportuno e doveroso offrire al lettore uno spaccato  di questa nostra terra straordinaria ,nella sua storia presente e passata ,tant’è che viene  unanimemente riconosciuta come una delle regioni più belle del mondo.

Vorrei , in maniera diffusa e capillare, parlare della sua storia millenaria,  del suo mare, delle sue coste, delle Cattedrali sul mare, dei Castelli federiciani, dei suoi riti ancestrali, del suo folclore e di quella gastronomia che richiamandosi ai valori della cucina mediterranea ha conquistato tutto il  mondo.

Lo faró,  come sempre ,con amore e con il massimo impegno per stabilire uno straordinario fil rouge tra la mia terra e  il lettore proprio per  favorirne la conoscenza.

Antonio Peragine

direttore@corrierepl.it

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I Trabucchi del Gargano 

Come le Torri costiere di avvistamento antropizzano la penisola salentina così i trabucchi caratterizzano la costa garganica. Il trabucco è un’antica macchina da pesca tipica delle coste garganichemolisane e abruzzesi, tutelata come patrimonio monumentale nella costa dei Trabocchi (in Abruzzo) e nel Parco nazionale del Gargano (in Puglia); la sua diffusione, però, si estende lungo il basso Adriatico fino ad alcune località della provincia di Barletta-Andria-Trani. È presente anche in alcuni punti della costa del basso Tirreno. Il trabucco, o trabocco, è un’imponente costruzione realizzata in legno strutturale che consta di una piattaforma protesa sul mare ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d’Aleppo, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro dall’acqua, due (o più) lunghi bracci, detti antenne, che sostengono un’enorme rete a maglie strette detta trabocchetto. La diversa morfologia della costa abruzzese e garganica ha determinato la compresenza di due diverse tipologie di trabocco: quella garganica prevede l’ancoraggio ad uno sperone di roccia di una piattaforma estesa longitudinalmente alla linea di costa, dalla quale si dipartono le antenne.

La tipologia originale abruzzese, tecnicamente detta bilancia, insiste spesso su litorali meno profondi e si caratterizza pertanto per la presenza di una piattaforma in posizione trasversale rispetto alla costa, alla quale è collegata da un ponticello costituito da pedane di legno, inoltre le bilance hanno un solo argano, azionato elettricamente spesso, anche quando il mare è perfettamente tranquillo e la rete è molto più piccola di quella dei trabucchi garganici; altra caratteristica che differenzia le due tipologie è la lunghezza e il numero delle antenne, più estese sul Gargano (anche il doppio di quelle di Abruzzo e Molise).

Per alcuni studiosi pugliesi, il trabucco sarebbe un’invenzione importata dai Fenici. La più antica data di esistenza documentata risale al XVIII secolo, periodo in cui i pescatori dell’Abruzzo dovettero ingegnarsi per ideare una tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. I trabucchi, infatti, permettono di pescare senza doversi inoltrare per mare: sfruttando la morfologia rocciosa di alcune zone pescose della costa, venivano costruiti nel punto più prominente di punte e promontori, gettando le reti verso il largo attraverso un sistema di monumentali bracci lignei.

Secondo una antica tradizione di tutto l’Adriatico, venivano realizzati degli impalcati per la navigazione da cabotaggio per il trasporto dei prodotti della terra come cereali, olio, vino, sale, mortella, legname da costruzione, verso i mercati della Dalmazia, del Regno di Napoli, dello Stato della Chiesa, dell’Austria e della Repubblica di Venezia. In pratica, non esistendo strade di collegamento a lunga percorrenza sul territorio, a causa della sua orografia accidentata, era onere delle locali autorità feudali o della borghesia terriera costruire e mantenere queste strutture per facilitare lo smercio dei prodotti delle loro terre. Alessandra Bulgarelli Lukacs, studiosa dell’Università Federico II di Napoli, sostiene che la costa abruzzese, tra il Sangro e Ortona, era punteggiata di queste strutture dette caricatoi-scaricatoi in grado di ospitare piccolo naviglio di uso cabotiero. È questo dunque lo scenario da cui emerge e prende corpo il trabocco, che noi conosciamo.

I trabocchi, dunque, sarebbero nati da strutture create, secondo la tradizione e la pratica del tempo, per dare sbocco ad attività economiche del territorio, a cui i coloni protagonisti di quella stagione agro-silvana seppero dare una diversa e utile destinazione, impedendone la distruzione al mare e tramandando così ai posteri un patrimonio culturale e morale di inestimabile bellezza e valore storico e culturale. Nel 1889 Gabriele D’Annunzio affittò una villa presso San Vito Chietino, rimanendo colpito dai trabocchi, in particolare dal trabocco Turchino, che descrisse nel suo romanzo Il trionfo della morte (1894).: «La macchina pareva vivere d’armonia propria, avere un’aria e un’effige di corpo d’anima”. Il trabocco, come dicevamo in premessa,  è tradizionalmente costruito col legno di pino d’Aleppo, il pino comune in tutto il medio Adriatico è un materiale pressoché inesauribile, data la diffusione nella zona, modellabile, resistente alla salsedine . Alcuni trabocchi sono stati ricostruiti negli ultimi anni, grazie anche a finanziamenti pubblici, ma hanno però perso da tempo la loro funzione economica che nei secoli scorsi ne faceva principale fonte di sostentamento di intere famiglie di pescatori, acquistando in compenso il ruolo di simboli culturali e di attrattiva turistica.

Alcuni trabocchi sono stati persino convertiti in ristoranti. Il termine “trabocco” deriva per sineddoche da quello della rete suddetta, ossia da trabocchetto, usato anche nell’uccellagione ed è sinonimo di ‘trappola’; il pesce, infatti grazie a questo marchingegno cade in una trappola. La tecnica di pesca, peraltro efficacissima, è a vista. Consiste nell’intercettare, con le grandi reti a trama fitta, i flussi di pesci che si spostano lungo gli anfratti della costa. I trabocchi sono posizionati là dove il mare presenta una profondità adeguata (almeno 6m), ed eretti a ridosso di punte rocciose orientate in genere verso SE o NO, in modo da poter sfruttare favorevolmente le correnti. La rete (che tecnicamente è una rete a bilancia) viene calata in acqua grazie ad un complesso sistema di argani e, allo stesso modo, prontamente tirata su per recuperare il pescato. Ad almeno due uomini è affidato il durissimo compito di azionare gli argani preposti alla manovra della gigantesca rete, nei piccoli trabocchi della costa molisana e abruzzese l’argano è azionato spesso elettricamente. Sul trabocco operano in norma quattro uomini (che si spartiscono i compiti di avvistamento del pesce e di manovra), detti “traboccanti”. Diffusissimi lungo tutta la costa della provincia di Chieti, di cui sono originari, i trabocchi sono così frequenti che danno vita alla cosiddetta costa dei Trabocchi, che si estende precisamente da Ortona a Vasto. I trabocchi sono però diffusi anche più a sud ed in particolare sulla costa garganica, soprattutto nella zona tra Peschici e Vieste, dove vengono chiamati “trabucchi”; gli stessi  sono addirittura tutelati dal Parco nazionale del Gargano e sono ritornati in attività grazie all’azione di salvaguardia e di valorizzazione del parco, che li ha adottati in segno di rispetto della tradizione e dell’ambiente garganico. In realtà erano molto numerosi anche sulle coste pugliesi più a sud del Gargano, dove recenti ricerche storiche hanno evidenziato diversi residui strutturali di antichi trabocchi ancora ben visibili, per esempio a Barletta, dove ne sopravvive ancora uno sia pure in pessime condizioni di conservazione, degli originari cinque, tutti ubicati sui bracci del porto.

A Trani in numero certo di quattro (probabilmente cinque) tutti scomparsi e a Molfetta dove certa è stata verificata la presenza di almeno un trabocco, a Cala San Giacomo, poi scomparso. Volendo programmare una escursione sulla costa garganica è ancora possibile visitare alcuni trabucchi enormi e maestosi che si sono salvati dall’incuria del tempo e dall’ignoranza di quanti non hanno saputo o voluto proteggere e conservare queste importanti testimonianze culturali che per secoli hanno antropizzato tutta la costa garganica estendendosi sia a sud che al nord della stessa. I trabucchi in definitiva erano strumenti strumenti indispensabili per la pesca, attività prevalente per queste popolazioni, fonte di reddito e di risorse alimentari. Ed allora via, si parte da Peschici sul cui litorale è possibile visitare il Trabucco di Forcichella, a poca distanza il Trabucco di Manaccora  tra i più conosciuti  soprattutto per il patrimonio archeologico in esso custodito; poi abbiamo il Trabucco di Punta Usmai, il Trabucco di San Nicola,  il Trabucco Calalunga, il Trabucco in località Monte Pucci. Sul litorale che da Vieste porta a Rodi Garganico si trovano il Trabucco del Porto, il Trabucco di San Francesco, il Trabucco in località Molinella, il Trabucco Isola la Chianca, il Trabucco San Lorenzo e il Trabucco Tufara o Puzzache  nei cui pressi  è possibile visitare una delle caratteristiche Torri costiere risalente al XVI° secolo e l’area archeologica delle miniere di selce della “defensola”. Uno straordinario viaggio suggestivo e surreale nel tempo alla ricerca del tempo perduto.

Giacomo Marcario

Comitato di Redazione del Corriere di Puglia e Lucania


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