La questione dei “cambi di casacca” e la rappresentanza politica

La questione dei “cambi di casacca” e la rappresentanza politica

Le frequenti fughe dei parlamentari verso gruppi politici diversi da quelli in cui sono stati eletti ha accentuato il dibattito sulla rappresentanza politica. Molti sostengono la necessità di predisporre rimedi per impedire che il cambio di casacca avvenga impunemente. La questione morale esiste e andrebbe rafforzata con interventi per stigmatizzare comportamenti che appaiono, agli occhi degli elettori, dei veri e propri tradimenti, perpetrati, più spesso, per interessi lontani anni luce da quelli proclamati dai partititi di loro provenienza. Certi comportamenti, com’è ovvio, costituiscono un grave vulnus al peso politico dei partiti da cui i fedifraghi provengono e creano equilibri politici ben diversi da quelli iniziali. I molti deputati e senatori transitati, ad esempio, dal gruppo 5Stelle o da FI, sono approdati nei gruppi misti di Camera e Senato o nelle case di altri partiti (soprattutto nella Lega). Ma nessuno, a quanto risulta, ha dato le dimissioni dalla carica parlamentare. Anzi, hanno continuato a frequentare le Camere come se nulla fosse, non palesando alcun disagio per la fuga da un territorio politico all’altro. Il caso più eclatante è quello dei parlamentari di Italia Viva, i quali, eletti in maggioranza nelle liste del PD, dopo la formazione del Governo Conte 2, si sono trasferiti in un partito nuovo, costituito proprio al fine di accoglierli. Qui è evidente la premeditazione degli scappati di casa che, però, nessuno ha condannato con la fermezza dovuta in un caso così grave. Dico “così grave” perché la loro fuga dal PD non ha avuto conseguenze solo sul partito di provenienza, che si è visto indebolito a causa dei transfughi, ma ha cambiato completamente il colore politico del Conte 2. Senza che nessuno se ne sia accorto e senza che ne sia seguita una nuova richiesta di fiducia ai sensi dell’art. 94 della Costituzione. Anzi, il Governo ha continuato – imperturbabile – nella sua attività e nessuno, né della maggioranza né dell’opposizione, ha fatto notare la sua grave metamorfosi.

Ma la questione non può essere relegata all’etica personale. Anzi, è una questione di rilevanza costituzionale. Al riguardo l’art. 67 Costituzione recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Senza vincolo di mandato.  Istituzionalmente, dunque, i parlamentari sono rappresentanti del popolo che è titolare della sovranitàE, quindi, ogni membro del Parlamento rappresenta l’intero popolo sovrano. Ciò comporta che i deputati e i senatori non sono vincolati al partito che li ha fatto eleggere, ma all’intera comunità nazionale a cui solamente devono rendere conto. Il popolo ha il potere di sanzionare i cambi di casacca esprimendo, alla scadenza del loro mandato, un voto contrario alla loro rielezione. Un po’ poco per un popolo che possiede la virtù di dimenticarsi degli eventi politici nel giro di pochi mesi.

Evidentemente, coloro i quali chiedono che si applichi la decadenza dalla carica per i parlamentari che si trasferiscono in gruppi diversi da quelli nei quali sono stati eletti, si rifanno all’istituto di diritto privato del mandato con rappresentanza, dove il rappresentante ha il dovere di attenersi agli accordi stipulati nel contratto di mandato. La configurazione giuridica dei rapporti tra gli elettori e gli eletti è radicalmente diversa dall’istituto del mandato con rappresentanza disciplinato dal diritto privato, dove il rappresentante deve dar conto del suo operato al rappresentato. Nel caso di rapporti tra elettori ed eletti si tratta, invece, di rappresentanza politica, che è un rapporto di diritto pubblico disciplinato da norme costituzionali nell’interesse della collettività. Tanto concede agli eletti una illimitata libertà di agire, disciplinati da norme costituzionali, che mirano all’esclusivo interesse dell’intera collettività nazionale. Il legislatore costituente ha con evidenza presupposto che i membri del Parlamento sarebbero stati guidati, nell’esercizio delle loro funzioni, da un forte senso morale che, purtroppo è completamente assente in alcuni di loro.

A questo punto non resta che sperare in una campagna educativa che ponga al centro del nostro operare l’interesse generale, sola guida per una corretta politica. A cominciare dallo studio della Costituzione ignorata da gran parte dei politici italiani.

Raffaele Vairo


Redazione

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