“Amore vuol dire Gelosia”. Titolo di un film, ma a volte realtà

Femminicidio e violenza

Essere geloso, oggigiorno, è una delle cose più stupide al mondo, provocando problemi a volte gravi – anticamente forse un po’ meno perché l’amore era più genuino, sentito con cuore, anima e mente.

di Giovanni Mongelli

Eppure anche allora accadevano episodi simili a quelli attuali, con attacchi eccessivamente morbosi che condizionano la mente delle persone, fino ad arrivare ad essere gelosi persino delle cose materiali. La gelosia è una reazione umana che assume nel tempo il significato di timore di un eventuale rivale che possa ottenere l’affetto di qualcuno a noi caro. A volte si confonde con l’invidia, tipica nei rapporti umani, osservata addirittura nei bambini di cinque mesi. La gelosia è un sentimento legato alla possessività, che spesso non ci fa vivere al meglio il rapporto: diventiamo gelosi quando pensiamo di perdere qualcuno, e ciò ci provoca dolore; qualsiasi tipo di gelosia ha fondamentalmente la stessa sembianza, la stessa natura, ma ci sono diverse cose da raccontare, come la provenienza, il modo in cui la si vive, il perché ecc.  Importante, sia in situazioni lavorative che sentimentali, bisogna essere abbastanza complici da non vivere la gelosia in maniera da non aver più fiducia reciproca, anziché vivere in eccessiva simbiosi col bisogno costante di sapere dove e con chi sia l’altra persona.

Bisogna poi anche accontentarsi di quello che si ha a volte, nel caso di “gelosia materiale”, degli obbiettivi che si riescono a raggiungere avendo sempre fiducia di sé stessi, perché quando si hanno i veri valori della vita pian piano si arriva ovunque. Anche se nascendo ognuno di noi ha già il proprio DNA che lo contraddistingue, modificandola un po’ ci porta spesso in alto in tutto; con la gelosia accade che alla fine si scoprono i propri mostri anche se mentiamo, perché, per modo di dire “girando l’angolo tutto si può fare ad insaputa di entrambi”.

Poi il degrado:

La gelosia (spesso seguita da aggettivi come incontenibile, morbosa, patologica) è una parola-spia sul femminicidio, sulle violenze sessuali e sulle violenze domestiche, persino nelle nostre aule dei tribunali avvengono pregiudizi e stereotipi sulle donne uccise, come si legge purtroppo in centinaia di sentenze, non da lucidi killer, ma da maschi “accecati” dalla gelosia, dalla rabbia, in reazione a un loro comportamento: la decisione di mettere fine a un matrimonio, la relazione con un altro, la decisione anche di sottrarre se stesse ei propri figli a partner e padri pericolosi.

Oppure – e la frase appare spesso nelle sentenze di condanna “attenuata” per uno stupro – si legge che l’aggressore o gli aggressori avrebbero agito sulla base di un “impulso sessuale”, causato da uno sguardo di lei, dal suo abbigliamento. Dunque lo stupro come qualcosa di irrefrenabile, da punire con minore durezza.

“Uno studio del Ministero della Giustizia rileva che nel 70% delle sentenze dei femminicidi vengono concesse le attenuanti – spiega la magistrata Paola Di Nicola – E questo è davvero un dato che fa riflettere”.