R i s v e g l i o  

Arte, Cultura & Società

 L’angoscia aveva un luogo fisico, interno. Una sensazione di macigno irremovibile collocato nella zona viscerale. Era anche un luogo psichico: l’impressione di un sole che scompaia dal firmamento, una gioia infantile calpestata, una rabbia che non ha dove mordere per i feroci assalti del mondo…e poi tutto nega, nega e cancella dallo sguardo, spandendo la polvere bianca del niente su ogni cosa come fosse gesso spolverato da una lavagna. Era il sipario desolato che lentamente si alza, svelando il mondo delle cose inconsistenti.

E questo venire a galla, questo stesso moto lento e inevitabile – come l’assurdo caso che prende con sé le cose e diventa destino – era tutta la malattia di secoli barricati in esse, il pallido raggio di una senescenza che si prolunga negli oggetti della terra, e adesso, in questo specchio malinconico delle cose, riflette che tutto l’essere, la verità cercata, è l’insignificanza.

Questo luogo dell’anima, non ben definibile, era la nausea. Provò nausea per tutta questa folla inutile di eventi e cose, per il tempo nelle sue declinazioni, per il destino che alcuni chiamano caso, e il caso che tanti riveriscono come destino, e le altre cose che il mondo immagina e forse non sono.

Il pensiero di lui era all’apice dell’offuscato sentire che la pervadeva, nel declinare di tutte le cose in quel solo punto che era adesso la nausea.

Un senso oscuro, imprecisato, la guidò al ricordo di quella sera di gennaio, il primo dell’anno: l’atmosfera rarefatta dalla confusione, il ronzio minimo e ineludibile che pervadeva le stanze e si diffondeva uniforme. Uno stordimento lieve, dolciastro, come da ubriacatura, aleggiava sulla musica e sulle persone. In un filo invisibile, teso tra la moltitudine, si muoveva il loro stesso via vai disordinato, i discorsi concitati o languenti, i gesti, i bicchieri e il fumo, la risata sonora in un gruppo, i passi di un ballo “anni ‘60”.

Ma tutto era inconcreto. La realtà rimaneva al suo posto: era distante. E per quanto strano, ogni cosa era eccessivamente. Solo qualche gesto emergeva isolato dal caos e rimaneva fermo in se stesso, fuori da tanto fluire, come se per un po’ qualche meccanismo si fosse inceppato e qualcosa non riuscisse più ad andare avanti. Quel gesto diveniva allora un enigma o forse un emblema di tutto il resto, di tutto quell’altro che fluiva al di là dello sguardo consapevole.

Egli continuò ad apparirle intrappolato in quel semicosciente e sgradevole trasparire delle cose, mescolava il suo essere al caos fluido delle sensazioni: i bicchieri, il fumo, la gente, una montagna di paltò e di pellicce rovesciate sul divano, quel parlottare inconsistente, tenue e disinvolto, e che, a volte, irrompeva fragoroso mentre passava tra i gruppi in conversazione.

Appariva e spariva come un’ombra dietro a quell’atmosfera da capogiro ed era come tutto il resto: una presenza mai frontale; e ancora adesso rimaneva ancorato in quell’involucro enormemente intricato: proprio quello che non le aveva permesso, quella sera, di carpire nulla di autentico della sua realtà: non la voce, non i gesti o la persona, nemmeno il viso o qualche suo discorso, una frase.

E poi, fulminea, ebbe l’immagine di lui, chino sul suo viso, come quando facevano all’amore, ed era nitido in ogni particolare, così nitido da essere vivo e presente. La bocca socchiusa si protendeva con tutto l’essere nello sforzo di far sua una cosa che è altra, e il tentativo disperato era un divorare e un digerire l’altro da sé, assimilandolo a se stesso.

Andò in cerca di una frase, una frase di lui, uno stralcio della loro conversazione. Pensò che certo l’aveva amata molto. E aveva sofferto molto per lei, per quell’altra. Ma quanto? Quanto era quel “molto” per lui?

– Volevi sposarla? – gli aveva chiesto. E l’attesa di quella risposta era già un supplizio.

-Certo. L’amavo davvero tanto!

“Davvero tanto!”. Non sarebbe mai riuscita a sapere, in termini di sentimenti, quanto sentimento di lui fosse  “davvero tanto!”

L’aveva certo amata con passione, con dedizione estrema. Così se la figurava bellissima, di una bellezza che stupisce. E ora lo immaginava in questo stupore per lei e ne era sconvolta. Ne vedeva il dolore, l’impotenza, l’accanimento con cui desiderava di averla, quando egli stesso, per un’occulta, inavvertibile ragione, aveva deciso che non poteva e non doveva essere sua. E aveva pronte mille giustificazioni per questo, ma non si accorgeva di quanto fossero labili.

C’era qualcosa di malato in quella logica che lei prese ad amare con tutte le sue forze, assumendo la malattia dentro di sé: era un’oscura contraddizione più vera della più sfrontata verità.

Il bello e il cattivo di quel passato che non era suo, prese dimora in lei in virtù del suo desiderio di totale appartenenza. Ma lui non sapeva tutto questo, su cosa girassero i cardini della sua sofferenza. Aveva presente solo il suo se stesso…e certo si sarebbe stupito del suo pianto.

Come una folgore la illuminò la scena della prima svestizione di lei, della donna la cui bellezza stupiva. Le si impose la crudeltà di quel dono immacolato che l’anima di lui accoglieva in ginocchio. E avrebbe disperatamente voluto esser lei quel simulacro, quella luce così attesa.

Perché non le avevano concesso di far nascere sulla pelle di quell’uomo tanto desiderato, i brividi di esaltazione e di piacere che erano destinati all’altra? Perché non le parole o il fuoco del desiderio?

Il gusto di quella sofferenza rallentò ogni gesto. Ogni gesto ripeteva in sé il tormento, caricando in un’inverosimile lentezza, il bello e il terribile di quell’operazione: il seno sbocciò come un fiore dai vestimenti leggeri. Si aprirono come veli sul custodito splendore. Ed egli era là illuminato da quella grazia. E solo i suoi occhi riuscivano a sfiorarla.

Ma tutto questo era comunque avvenuto, passato oltre, transitato senza che lei ci fosse; tutto questo era la realtà di lui imprendibile per quanto amata, imprendibile per quanto rivissuta e desiderata, tutto l’altro di lui che sarebbe stato sempre “altro”, per quanto struggente, per quanto patetica fosse la voglia di possederlo dentro di sé.

Ebbe come la percezione che si facesse giorno. Una luce minima parve rischiarare la stanza: e non era quella dei fanali che illuminavano sino a metà nottata la stradella privata e l’ingresso ai cancelli; non era il chiarore lunare o il riverbero notturno della città ai piedi della collinetta.

Lentamente affioravano i contorni delle cose: masse, prima oscure, indistinguibili, diventavano lo specchio alla destra del letto, l’armadio enorme che lo fronteggiava, e poi i quadri dal lato opposto, e sotto di essi, le due poltrone affiancate. Persino il tappeto, ora, appariva tale.

Non aveva mai pensato che il farsi del giorno potesse apparire così incalzante. Lo aveva sempre immaginato lentissimo e indistinto.

Il lampadario non pendeva più come un grappolo oscuro dal soffitto: pur nell’indistinta percezione se ne indovinava la forma. Pareva trarsi esso stesso dal viluppo delle ombre e allontanarle da sé con gesto quasi umano.

Decise di alzarsi. Fece qualche passo e accese le luci nel corridoio. Nella stanza vicina si protendeva il chiarore vago e azzurrognolo che stava di fuori. La villa di fronte era come il cielo: azzurra; e i tetti verdi non lo erano ancora. Il silenzio rimaneva ovunque alto, notturno. Ma poi, tendendo l’orecchio, le parve che un cinguettio esile, solitario, giungesse da qualche lontananza.

Fu allora che decise. Ed era una specie di tremore indecifrabile con una certezza nel fondo che non riusciva ancora a vedere. Eppure la certezza era là, simile a un oggetto intravisto nell’acqua un po’ torbida.

Andò in cucina. Preparò e mise sul fuoco una caffettiera. Nell’abitudine alle cose di sempre, gli oggetti le parvero venirle incontro, svegliati dalla sua solerzia; le parvero animarsi e prendere realtà dal contatto con le sue dita. E questo gioco banale rivivificava il circolo della quotidianità.

Le parve che la vita incominciasse a ruotare lentamente intorno a un’altra percezione, assestandosi su un nuovo asse.   Ma la percezione era indefinibile e non prendeva nome da nessuna cosa.

Era, tuttavia, certa che avrebbe dovuto allontanare da sé quella realtà così desiderata per una di estrema sofferenza; che avrebbe dovuto negarle l’esistenza con un gesto effimero, come un insetto che rimanga, per caso, schiacciato sotto il nostro piede. E questo perché un’impossibilità la legava a un essere così “altro” da divenire sacro nella distanza.

Che non potesse mai raggiungerlo era necessario al sacro, che bisognava proteggere; e il sacro era, appunto, la contraddizione convulsa di uccidere per dar vita, di perseguire coerentemente, e sino in fondo, e di continuare a chiedere ciò che è irraggiungibile, per non averlo, o meglio, per non “voler averlo”: poiché il sacro null’altro è che la contraddizione che dà vita a una coerenza o una coerenza che è tale solo se, fino in fondo, è contraddizione.

Questo, in ultimo, le parve essere l’essenza del mondo e delle cose che sono mosse dall’Amore, e persino l’ombra della sostanza di Dio.

Rossella Cerniglia  ( da “Il tessuto dell’anima”)