Il Principe, l’anima e la tecno-democrazia

Politica regionale, nazionale e internazionale

Il tempo è galantuomo e confermerà o smentirà il dibattito acceso sull’incarico a Mario Draghi.

È il quarto governo tecnico negli ultimi 28 anni. Ciampi, Dini, Monti e adesso Draghi. Tre presidenti del consiglio, su quattro provenienti dalla banca d’Italia. Il tasso di crescita medio del primo decennio di questo secolo dell’economia italiana è stato il più basso del mondo.

Negli ultimi 5 anni la crescita inferiore alla metà di quella della zona euro. Il giurista Carl Schmitt scrisse in Dialoghi e Potere “anche il Principe più assoluto deve fare affidamento su resoconti e informazioni ed è indipendente dai suoi consiglieri  (…) Davanti a ogni camera del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima. Non c’è potere umano che non abbia questa anticamera e questo corridoio “.

Anche Schmitt resterebbe pensieroso e preoccupato del potere assunto dai tecnici tanto da giustificare il termine oggi, di tecno-democrazia. Il fatto eclatante è che a circa tre decenni dal Governo Ciampi e dieci dal governo Monti la politica è stata commissariata. Poco cambia se il fallimento più della politica è di questi politici. Un insieme di soggetti responsabili della crescita del debito pubblico dal 2008, per 917 miliardi di euro! Seicento i vari governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e 320 mld dei governi Conte di cui 141 da pandemia.

Governi di tecnici che nessuna democrazia, in occidente ha mai avuto! Certificato anche il fallimento del neobipolarismo, che sembrava essere nato con un nuovo centrosinistra Pd e M5S e destre dall’altra parte. Io credo che nessuno possa cancellare il proprio passato e, le azioni di Draghi gran commis di stato e poi banchiere centrale italiano e comunitario non si possono azzerare. Anche l’apparente ritorno al keynesismo di Draghi, dopo l’intervista al Times ha una sua coerente spiegazione.

Voglio ricordare tre episodi. La lettera firmata insieme a Trichet e inviata al governo italiano. Una lettera dove una banca centrale intima a un governo cosa fare!  Cosa   a) una profonda revisione della pubblica amministrazione; b) piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; c) privatizzazioni su larga scala; d) riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; e) riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; f) criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità; g) riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali; la motivazione? Ripristinare la fiducia degli investitori.

Nella intervista a Federico Rampini sul Corriere della Sera del 14 luglio 2017, Monti afferma che il padre del Fiscal Compact è stato proprio Mario Draghi e aggiunge: Draghi doveva accreditarsi presso quel mondo tedesco che era preoccupato per l’arrivo al vertice della BCE di un italiano, sia pure con ottima reputazione. Draghi decise anche di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce, che avevano dato ossigeno al governo Berlusconi nell’estate e autunno 2011.  Conseguenze? Lo spread schizzò a 511 punti base e il governo Berlusconi si dimise sostituito da Monti. Terrificante constatare, che una banca centrale usa lo strumento monetario per estromettere un governo democraticamente eletto oltre a imporre le cose da fare a uno Stato sovrano. Conferma poi che le variazioni di spread dipendono unicamente dalla BCE.

IL secondo ricordo di Draghi banchiere centrale lo rileviamo nelle dichiarazioni di Varoufakis: “Draghi è stato decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles. Penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo. La questione Britannia prima smentita e solo grazie alle dichiarazioni del presidente della Repubblica Cossiga, confermata. Il discorso di Draghi sul Britannia, fatto il 2 novembre 1992, in qualità di direttore generale del Tesoro e reso pubblico recentemente da alcuni giornali. Abbiamo estrapolato una parte che riteniamo importante:  un’ampia privatizzazione è una grande decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante (..) Questo processo  ( le privatizzazioni ; ndr ) da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale. Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.

Quattro  anni fa al Senato il presidente della commissione Industria Muccihetti organizzò un  convegno dal titolo: “ Lo Stato azionista. Finalità, regole, strumenti. Un primo bilancio delle privatizzazioni venne fatto già nell’ottobre del 2000 dall’Ufficio Studi di Mediobanca, allora retto dal professor Coltorti, per la Commissione Bilancio della Camera. Mediobanca ne ricavò un saldo positivo per lo Stato imprenditore nel suo complesso, sia pure al netto di una certa distruzione di valore avvenuta in capo all’Iri. Lo smantellamento dell’Iri, concluso nel 2002 con la fine della liquidazione decisa due anni prima dal governo D’Alema, diede comunque un saldo positivo per 20 miliardi, al netto dei debiti comunque ceduti o rimborsati. Un saldo che sale verso i 24 miliardi, ove si consideri anche il valore della Rai, passata al Tesoro.  La damnatio memoriae, fatta calare sullo Stato imprenditore, resta sempre possibile nel dibattito politico, ma non pare giustificata dai numeri sul piano storico. Uno smantellamento della industria pubblica di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Un saccheggio a favore di gruppi internazionale e nazionali!  E ancora le sue dichiarazioni dopo l’istituzione del Fiscal Compact, in una intervista al Wall Street Journal: Non c’è alternativa al consolidamento fiscale , il modello sociale europeo appartiene al passato . Nella lettera al Financial Tim, dove alcuni intravedono il Draghi convertito al keynesismo, in perfetta coerenza con il suo pensiero super liberista , lo Stato deve intervenire per operare salvataggi,  che tradotto in soldoni non è che l’antico privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Infine nel discorso di Rimini dello scorso anno, da CL lancia un monito sul dopo crisi connesso, a livelli di debito molto elevati.  Quindi zero assistenzialismo e investimenti in infrastrutture e capitale umano. Infine rilevo che il Recovery Plan di Conte identificava tre ambiti strategici (transizione verde , digitalizzazione e innovazione ) e tre priorità Sud, giovani e donne. Vedremo come sarà modificato dalla eterogenea maggioranza bulgara e soprattutto se saranno introdotti gli strumenti di valutazione ex ante dei progetti.

Erasmo Venosi