Finalmente Draghi!

Diritti & Lavoro

Grazie Mattarella, grazie Merkel. Ora possiamo salvarci e rinascere. Ma gli italiani devono costruire una nuova classe dirigente.

Mario Draghi (Fonte foto Wikipedia)

Avete notato? Mercoledì Mario Draghi è entrato nel cortile del Quirinale per recarsi a ricevere dal Capo dello Stato il mandato (pieno e senza limiti di tempo) di formare un nuovo governo – ultima chance per evitare il ricorso alle elezioni anticipate – a bordo di una Volkswagen Passat station wagon, auto inusuale per questo tipo di circostanze. Certamente si tratta di una pura casualità, ma a volte anche le circostanze fortuite possono assumere una straordinaria forza simbolica. In questo caso l’auto tedesca dell’ex presidente della Bce allude al ruolo che Angela Merkel ha avuto nella tormentata vicenda italica. Non tanto dal lato della scelta fatta ricadere su di lui, che ovviamente Mattarella ha compiuto in piena autonomia ancorché confortato da diversi colloqui con la stessa cancelliera e con il presidente francese Macron, quanto da quello del prescelto, la cui disponibilità ad accettare non era affatto scontata.

Sì, è vero, a chi gli tirava la giacca, Draghi ha sempre detto “no grazie, non fa per me”. Tutto è cominciato 15 mesi fa, quando è terminato il suo incarico alla Bce e a Francoforte è arrivata Christine Lagarde: da allora si è allungata a dismisura la lista di chi, talvolta ammiccando talaltra evocando la patria che chiama, gli ha detto, gli ha fatto dire o semplicemente ha lanciato un messaggio con la speranza che arrivasse a segno, che avrebbe dovuto andare a Palazzo Chigi. Ma lui ha sempre parlato con tre soli interlocutori. Guarda caso quelli che il 28 ottobre 2019 erano con lui sul palco della cerimonia con cui a Francoforte si era celebrato il suo addio alla Bce: Sergio Mattarella, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Sono loro che lo hanno convinto ad accettare fastidi e rischi di un’esperienza che si sarebbe volentieri risparmiato: “devi salvare l’Italia, e con essa l’Europa”. Non avrebbe potuto dire di no. Per un momento era sembrato che potesse bastare un impegno politicamente meno impegnativo: tornare a via XX Settembre, in quel ministero dove per anni aveva lavorato come direttore generale del Tesoro. Poi il precipitare degli eventi – dalla forzatura di Conte di non dare subito le dimissioni e cercare, infruttuosamente, un manipolo di parlamentari disposti a tutto, alla mission  impossible di Fico con il maldestro tentativo di leader sgangherati di mettere nero su bianco un “contratto di governo” – gli ha fatto capire che bisognava prendere di petto la situazione.

Illuminante è stato, domenica 31 gennaio, un articolo di Tonia Mastrobuoni, inviata di Repubblica in Germania, dall’eloquente titolo “Le nuvole di Roma nel cielo sopra Berlino”, nel quale si raccontava che dietro un formale “non commentiamo vicende interne di altri paesi” c’era nel governo tedesco una fortissima preoccupazione per il precipitare della crisi politica a Roma, con il rischio che l’Italia da un lato si infilasse nel tunnel di una sanguinosa campagna elettorale e dall’altro che le elezioni anticipate potessero consegnare il bastone del comando alla destra populista e sovranista e che fosse poi quella maggioranza ad eleggere a inizio 2021 il successore di Mattarella, cioè l’unica figura politico-istituzionale italiana ritenuta a Berlino, così come a Parigi e Bruxelles, pienamente affidabile. Per questo la Merkel si è spesa in prima persona. Forte della consapevolezza che se Draghi nei suoi otto anni alla Bce ha potuto realizzare una politica monetaria all’insegna del quantitative easing e del famoso “whatever it takes”, è stato possibile per quel patto di ferro che loro due avevano stretto, in base al quale ogni tanto la cancelliera tuonava contro gli eccessi di deficit e di debiti pubblici e il lassismo dei tassi d’interesse a zero, per tacitare sia le componenti di governo che erano alla sua destra (a cominciare dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble) sia la tetragona Bundesbank, ma nella sostanza lo “copriva”. Entrambi pragmatici, avevano deciso di lasciare ad altri la disputa ideologica sulla opportunità o meno della “austerità”, e di affrontare le difficoltà dell’Europa nel pieno della crisi del 2011 – che in Italia portò lo spread quasi a 600 punti e costrinse Berlusconi a cedere il passo al governo Monti – senza che ancora non fosse stata digerita la crisi mondiale del 2008, cercando di evitare gli errori commessi da fine 2009 in poi nella gestione della crisi greca. Insomma, sintetizzando un po’ brutalmente il patto voluto da colei che noi italiani presto rimpiangeremo, era: Mario tu fai quel che devi fare, che io abbaio ma non mordo.

Su questa intesa si è salvata e retta l’Europa nell’ultimo decennio. E grazie a questa intesa ora si può salvare l’Italia, caduta nel baratro di una crisi sanitaria, economica e sociale che non poteva non diventare crisi politica. Anzi del sistema politico, visto che dopo il fallimento dei due governi Conte – a proposito, se un civil servant della statura di Draghi viene considerato un “tecnico”, l’avvocato del popolo venuto dal niente come dovrebbe essere catalogato? – il fatto che si sia stati costretti a ricorrere ad una figura come quella dell’ex presidente della Bce mette una pietra tombale sulla stagione impropriamente definita Terza Repubblica (e che io ho preferito chiamare Seconda bis). Esattamente come il governo Monti lo fu per la fase repubblicana che si era aperta nel 1994. A caldo si è detto, ora come allora: è morta la politica. Certo, quando la politica abdica e crea le condizioni perché una figura esterna ad essa venga chiamata a surrogarla, significa che è collassato l’intero sistema politico-istituzionale. Però, né il governo figlio dello spread del 2011, né tantomeno ciò che venne dopo, furono in grado di chiudere la transizione apertasi nel 1992 con la rovinosa caduta della Prima Repubblica, formalmente causata da Tangentopoli ma in realtà prodottasi già nei tre anni precedenti dall’incapacità dei partiti tradizionali di gestire le conseguenze geopolitiche innescate dalla caduta del Muro di Berlino e la fine del mondo diviso in due blocchi.

Ora, dunque, sono due le domande strategiche che l’incarico a Draghi suscitano. La prima: la sua chiamata in campo consentirà di porre fine alla stagione del populismo – cosa facilitata sia dalla sconfitta di Trump sia dalla creazione di un debito europeo condiviso – sulla base di una linea di frattura che separi chi è europeista senza riserve da chi rimane ottusamente sovranista? Personalmente ne sono convinto, e tanto meglio se questa faglia – che per convenzione potremmo definire “Ursula sì e Ursula no” – produrrà un terremoto dentro le attuali forze politiche, che di una scomposizione e ricomposizione della rappresentanza politica abbiamo un bisogno assoluto. La seconda domanda è conseguenza della prima: l’irrompere sulla scena di Draghi potrà davvero definitivamente archiviare la “transizione infinita” apertasi oltre un quarto di secolo fa e che al paese è costata un prezzo salatissimo, quello di un inesorabile e progressivo declino? Qui il mio auspicio è altrettanto forte, ma meno salde le mie certezze. Perchè in un tempo breve – un anno se a gennaio prossimo fosse chiamato a succedere a Mattarella, due e qualcosa se arrivasse a fine legislatura – Draghi dovrebbe compiere un doppio miracolo. Da un lato, riuscire a fronteggiare l’emergenza pandemica e quella economico-sociale, predisponendo un piano vaccinale efficiente, riscrivendo daccapo il Recovery in modo che sia davvero utile per l’Italia e convincente agli occhi dell’Europa, e facendo alcune delle riforme strutturali sempre rimandate, almeno quelle che possono rendere virtuoso (“buono” come ha detto Draghi) il debito contratto per il rilancio e la modernizzazione del Paese. Dall’altro lato, Draghi dovrebbe anche avviare quel processo di trasformazione dei nostri assetti e delle nostre regole istituzionali, passaggi senza i quali non si può parlare di una “nuova Repubblica”. Insomma, roba da far tremare i polsi, considerata la qualità del ceto politico-parlamentare con cui dovrà fare i conti. Certo, l’uomo del “whatever it takes” ha l’autorevolezza e il peso necessario per indurre il Paese a formare una nuova classe dirigente costruita intorno ad una Assemblea Costituente chiamata a ridisegnare la Repubblica su basi finalmente più moderne, solide e autenticamente europee. Ma è dai tempi della bicamerale del 1997 affidata a Massimo D’Alema che i nostri politici provano a riscrivere le regole, e finora è stato fatto poco e male, perché si è finito col riformare la Costituzione solo a colpi di maggioranza, generando due referendum bocciati dai cittadini.

Insomma, anche per un uomo della statura di Draghi non sarà facile imprimere una svolta al sistema. Ma non dipenderà solo da lui. Un aiuto importante gli potrà venire dall’Europa, cioè laddove Draghi trae il massimo della credibilità e del consenso. Se, come le premesse della sua nomina fanno credere, Merkel (e poi chi le succederà) e Macron gli daranno la possibilità di trasformare l’asse franco-tedesco in un triangolo che comprenda anche l’Italia, Draghi potrà avere la forza (e non solo l’autorevolezza, che già possiede) di dire con schiettezza al Paese le cose che occorre fare per trasformare il Paese, e che negli ultimi tre decenni nessun uomo politico è stato capace nemmeno di pensare. L’altro aiuto gli potrà venire, paradossalmente, proprio dalle forze che hanno incarnato il sistema e che tuttora sono rappresentate in Parlamento: tanto più il loro disfacimento sarà veloce e accentuato, tanto più Draghi potrà contribuire a scrivere una nuova pagina della vita repubblicana. Che poi si chiami Seconda Repubblica (considerato che quella vera, cioè figlia di una reale discontinuità istituzionale, non c’è mai stata), si chiami Terza o addirittura Quarta Repubblica, poco importa.

Intanto la fiamma della speranza si è riaccesa. Forse sarà perché in tempi non sospetti prima ho sostenuto la necessità e poi indicato la concreta possibilità che Draghi fosse chiamato a salvare il Paese dal disastro e avviarlo ad una fase di rinascita, ma mai come in queste ore ho ricevuto così tante manifestazioni di stima per aver indicato la “strada giusta”. C’è tanta voglia che Draghi riesca, e sono sicuro che questo desiderio scatenerà gli animal spirits evocati da J.M. Keynes, quelle emozioni istintive che guidano il comportamento umano, e quello imprenditoriale in particolare, senza le quali non ci può essere crescita e sviluppo, da troppo tempo sopite. Ma occorre che queste energie siano convogliate anche verso la società nel suo insieme, verso la cosa pubblica, verso la politica. L’Italia produttiva e non parassitaria deve cogliere in Draghi quella scintilla che ne infiammi il desiderio di costruzione di una classe dirigente, basata sulla competenza, sulle idee e sulla capacità di mettersi al servizio dell’interesse generale. Forza.

Enrico Cisnetto