Brucia, ragazzo brucia.“Ultimo divo” Gianni Macchia

Arte, Cultura & Società

L’opinione di Roberto Chiavarini

Premetto di non essere uno Storico e/o un Critico Letterario e/o Cinematografico, ma sono solo uno dei tanti ragazzini “Testimoni” di un’Epoca in cui si formarono i famosi “Moti Studenteschi”, che presero vita nel 1968 e che si prolungarono fino al 1975 ed oltre.

In premessa, dobbiamo partire doverosamente dagli anni compresi tra il 1958 e il 1963 quando, l’Italia, conobbe il momento magico dei grandi cambiamenti economici e sociali, conquistando Diritti impensabili, mai vissuti prima e che, la Storia recente, ha archiviato come gli anni del “Boom Economico”.

Fu proprio in quegli anni che, il nostro Paese, divenne una tra le maggiori nazioni industriali del mondo.

Ma, anche in tutto il mondo, ci fu un cambio di passo e le nuove scoperte scientifiche nel campo della Medicina, dell’Ingegneria, delle conquiste Spaziali e così via dicendo, concorsero, tutte, a tagliare il cordone ombelicale tra le generazioni anteguerra e quelle successive del dopoguerra.

Rimaneva, però, un nodo socialmente irrisolto: la dimensione della donna italiana nel contesto familiare e sociale.

Un “Tabù” invalicabile, vuoi per le pressioni praticate dalla Chiesa conservatrice, vuoi per una classe politica e sociale bigotta ed arretrata.

Ma anche del dominio assoluto dell’uomo sulla donna.

Due grandi partiti, poi, in quel periodo, si contesero il potere in Italia: la Democrazia Cristiana ed il partito Comunista.

Due blocchi che si tennero testa l’un l’altro.

Da qui la grande genialata della quale la sinistra fu maestra: coinvolgere le masse giovanili studentesche, in una azione di lotta politica.

Ed è giusto chiedersi: quel “tacito patto” tra la politica e i giovani di allora, maturò tra le parti in cambio di cosa?

Nell’abbattimento dei “Tabù” generazionali, con gli slogan che fecero presa nella mente degli adolescenti.

Era il ’68 e i ragazzi, dalle scuole Medie alle Università, scesero in piazza, contro il cosiddetto regime Borghese.

Già, la Borghesia, il male oscuro del novecento, da abbattere ad ogni costo, quantomeno nelle intenzioni dei tanti Intellettuali che erano impegnati in battaglie ideologiche e di massa.

È bene sapere che, l’Arte in genere, e le Arti Visive in particolare, da sempre, sono state al fianco dei grandi momenti storici, essendo esse stesse interpreti della propria contemporaneità.

A ciò, non si sottrasse neanche il mondo della Canzone e del Cinema divenendo, in un tutt’uno, punta di diamante dell’indottrinamento ideologico del ’900.

Così, accadeva pure per la Televisione, agli albori nell’immediato dopoguerra.

Per la prima volta l’Umanità intera, poteva assistere in tempo reale agli avvenimenti che si succedevano quotidianamente nel mondo.

Ma fu il Cinema che, in particolare, assunse il ruolo di spartiacque storico, un po’ sulla falsa riga di ciò che era accaduto nell’America degli anni 40, 50 e ’60, con John Wayne, divenuto la icona del nazionalismo Yanke, attraverso una innumerevole produzione di film Western.

Ed è proprio in questo contesto, che si inquadra la importanza, in Italia, della figura dell’attore Gianni Macchia.

Gianni, balzò alle cronache, proprio alla fine degli anni ’60, protagonista del famoso film “Brucia ragazzo brucia”.

Un film antiborghese, che ruppe gli schemi, i ben pensanti insorsero, i produttori finirono in Tribunale, costò loro un processo per oscenità.

Ma come spesso accade, in tutti i corsi e i ricorsi storici (quelli del 1992 “docet”) sull’onda emotiva di un rinnovamento sociale, fu proprio il Pubblico Ministero di quel processo a “scattare” una fotografia di quel cambiamento socio-politico.
Certo, il film era “hard” per quell’epoca; ironia della sorte, la migliore “critica sociologica” la fece proprio il Pubblico Ministero: “La visione saltuaria delle due principali attrici con i seni nudi, e la visione parziale, ed in gran parte suggerita, dei due rapporti sessuali tra il bagnino e la protagonista, non sono fini a se stesse né dirette ad eccitare il desiderio sessuale. Costituiscono, invece, l’espressione necessaria di un discorso volto ad illustrare con serietà di intenti critici, morali ed ideologici, la situazione drammatica di una donna, conseguenza di concezioni limitate, anguste e a volte false circa i rapporti sessuali nell’ambito della famiglia e della società”.

Ecco, in questo articolato dispositivo giudiziario, veniva rimarcata la situazione drammatica della donna, conseguenza di concezioni limitate, anguste e a volte false, anche e soprattutto circa i rapporti sessuali nell’ambito ideale del matrimonio, della famiglia e della società.

Quindi, implicitamente, per una certa area politico-intellettuale, la borghesia era l’unica colpevole dei mali sociali ed oscuri che la donna viveva.

Bisognava scardinare gli argini imposti dalla famiglia arcaica.

E chi, meglio di Gianni Macchia, avrebbe potuto somministrare nella mente dei giovani, la possibilità di mettere in atto una rivoluzione culturale sul ruolo sociale della Donna?

Gianni, lo fece attraverso il canovaccio di una Trama, le cui dinamiche da lui sapientemente interpretate, liberavano la evoluzione del pensiero femminile, compresso e condizionato fino a quel momento, da una famiglia tradizionalista e non ancora pronta ad accettare le trasformazioni di genere.

Insomma, Gianni Macchia, ha riconosciuto a tal punto la prepotenza del male, tanto da evidenziarlo con acutezza introspettiva e con la chiarezza scientifica di esperto sociologo.

Conscio come era, che i paletti inibitori posti in essere da una società bigotta, per quanto iniqui e ben studiati, avevano sempre una storia e un tempo, oltre il quale non si poteva andare.

Dunque, Gianni Macchia, messaggero, con la sua Opera di Arte Visiva, esprimeva un concetto demolitore di uno dei pilastri portanti di quel momento storico, ovvero la famiglia borghese, completando, così, l’opera demolitrice iniziata già nel 1961, da Pietro Germi, uno dei più grandi Registi Italiani, con il Film “Divorzio all’italiana”, interpretato da un altro “Bello” del Cinema italiano, Marcello Mastroianni.

Il messaggio contenuto nell’Opera interpretata da Marcello Mastroianni, dal canto suo, metteva a nudo le deformazioni di una civiltà e del sistema di relazioni sociali che imperava all’epoca, che molte volte sfociava nell’orribile “delitto d’Onore, molto in voga a quei tempi, quale soluzione all’infedeltà coniugale

La Morale che se ne ricava mettendo a confronto i due Film,  è  quella che non può esistere giustizia sociale senza rispetto della libertà della donna, libertà che non deve essere solo affrancamento dalla schiavitù, ma anche soprattutto della condizione umana e della sua Dignità.

I due Film, di Mastroianni e di Macchia, furono, in realtà, due rappresentazioni di denunzia, che fecero da battistrada ad una prima iniziativa parlamentare, ovvero l’abrogazione del reato di adulterio del 1968, alla quale seguì l’introduzione del divorzio nel 1970 (legge 898), successivamente fu introdotta la riforma del Diritto di famiglia nel 1975 (legge 151), e, per concludere, le norme giuridiche sul delitto d’onore vennero definitivamente abrogate il 5 agosto 1981 (legge 442).

Un grande risultato, dal momento che i soli due Film citati, furono così eloquenti, da rendere al grande pubblico l’idea del gravoso problema che, come una cappa, incombeva sulla società italiana di quel tempo.

Un grazie, dunque, a Gianni Macchia, che ho avuto l’Onore di conoscere recentemente, idolo della mia generazione, che portò in sé e con sé una idea di modernità e di rinnovamento sociale della donna, che rimarrà nella Storia e nella Sociologia del nostro Paese.

Un traguardo storico, insomma, la cui eco rimbalza ancora nelle cronache attuali, e non solo della Cinematografia

ROBERTO CHIAVARINI

Opinionista di Arte e Politica

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