“I giovani danno cittadinanza a ogni memoria di dolore”. Studenti di terza media ricordano così il giorno della memoria

Formazione, Scuola & Università

L’istituto comprensivo “Giacomo Masi di Cavezzo” celebra il giorno della memoria. Riportiamo l’appassionata lettera dei prof e i lavori dei loro alunni per il 27 gennaio. Un bell’esempio di scuola, in cui si educa l’uomo prima che lo studente.

Camminiamo dentro pareti di parole, voci, eventi, persone, il cielo è sopra, ma non vediamo di lato. La calamità è così, ci chiude in un mondo che è l’unico possibile, dove si allontanano futuro e passato perché l’oggi è incombente, necessario, quello. Il tempo del Covid, ma in genere il tempo del Dolore, tende a resettare la memoria, quella a lungo termine: si vive qui e ora, facendo al meglio ciò che ci riesce, ma col rischio di fissare lo sguardo sulla nostra sofferenza e assolutizzarla. Per non dilatare oltre misura il nostro male, diventa quindi necessario fare spazio ad altre memorie. Ed è qui che entrano in gioco i giovani, i soli capaci di farlo. I ragazzi, per natura, sono aperti, non stratificati, sentono il dolore proprio e nello stesso tempo sono in grado di ascoltare quello altrui, accolgono insieme la sofferenza del loro presente e quella della Storia. Diventano silenziosi davanti alla morte sempre, sia che venga dalla corsia di un ospedale, sia che venga dal ricordo di una trincea o di un lager. Non fanno differenze, danno cittadinanza ad ogni memoria di dolore. Per questo è sempre intenso e altamente educativo per noi adulti vivere insieme con loro il Giorno della Memoria, a cui non abbiamo rinunciato nemmeno al tempo del Covid! La Memoria della Shoa, non è un sentimento, la memoria è giustizia, l’oblio ingiustizia.
Il lavoro che segue, considerate le restrizioni del momento, è stato fatto “come abbiamo potuto”, ma con la stessa passione di sempre. Si struttura in due sezioni, una dedicata alle “parole della Memoria”, l’altra alle “immagini della Memoria”. La prima sezione, che introduce alla seconda, si presenta come un’antologia di poesie e testi narrativi prodotti dai ragazzi dopo un confronto vivo con opere letterarie e documenti d’epoca analizzati in classe; la seconda è una raccolta di video, foto, immagini … dove la parola e le emozioni vengono riscritte attraverso linguaggi plurimi e multimediali. Il nostro lavoro di insegnanti è stato prevalentemente di guida, accompagnamento, rifinitura per dare risalto ad un prodotto già nato formato, come lo è tutto ciò che esce dall’animo di ragazzi motivati.
Non ci resta che dire, come di consueto, grazie e buona visione!
I prof. Bacchelli, Golinelli, Piva, Pullè

Le parole della memoria

Cosa hai fatto a te stesso?

(di Christian Cigarini 3^B)

Che non succeda mai più,

ghetti, deportazioni,

stermini,

carrozze stipate di uomini,

donne, vecchi e bambini

che discendono verso

l’Inferno.

Non rivedi in quei corpi straziati

i tuoi padri,

i tuoi fratelli,

i tuoi amici,

i tuoi compagni?

Mi rivolgo a te,

uomo,

cosa hai fatto a te stesso?

Auschwitz

(di Domenico Vasaturo 3^B)

Nei campi ci sono molte persone,

non si sente mai ridere,

ma si sente solo un grande buio muto.

Come può un uomo uccidere un bambino?

Quando riuscirà un uomo a dimenticare la violenza?

Quando riuscirà a dimenticare la cattiveria e l’odio?

Ancora si sentono gli spari:

sono morte centinaia di persone che ora vivono in questi versi.

L’uomo che ha commesso ciò non si è ancora pentito.

Ad Auschwitz nevicava,

ma nessuno giocava:

tra tutte le cattiverie che possedeva, l’uomo scelse la peggiore.

La vita di un ebreo

(di Enrico Testi 3^B)

Cammino con passo tremante verso un grande treno,

la paura mi percuote pensando alla pena da scontare:

chissà dove mi porta – pensa la mia mente senza freno –

sento il cuore battere forte, la mia pelle tremare.

Che orribile viaggio, che orribili sensazioni,

sento il fiato degli altri passeggeri sul collo,

imploriamo cibo ancora sui vagoni,

io accasciato a terra, come a mollo.

Siamo arrivati finalmente:

appena sceso, vedo un cancello,

entro sperando nella buona sorte.

Che minaccioso posto, per nulla bello!

Accompagnato da due tedeschi armati,

sento imponente la loro voce,

cammino sui miei piedi scalzi e bagnati

verso una stanza: le docce.

Dobbiamo ricordare

(di Giancarlo Benatti 3^B)

Dobbiamo ricordare

che c’erano uomini, mamme, bambini, malati,

tutti quanti impotenti a cambiare i loro destini.

Dobbiamo ricordare

una ragazza costretta a guardare il cielo dalla sua soffitta

e che non si è data mai per sconfitta.

Dobbiamo ricordare

un paio di scarpette rosse,

buttate in cima a un mucchio di scarpe abbandonate.

Dobbiamo ricordare

l’uomo che lavorava nel fango

e la donna senza capelli e senza nome.

Dobbiamo ricordare

le urla di chi ha ordinato loro di scavarsi le fosse,

ma loro lo hanno fatto a testa alta, nonostante le percosse.

Dobbiamo!

Dobbiamo!

Ricordare per non dimenticare

coloro che hanno perso la vita,

perché solo così

potremo far sì che quella scia di odio e violenza

che fu l’Olocausto

non possa più verificarsi.

In memoria di Primo Levi

(di Diego Melangola 3^B)

Oggi si spera nell’eterna tranquillità,

la salute è cosa quasi scontata,

di diritti come la libertà

ogni persona è beneficiata.

Ma poi riaffiorano tante memorie

che mi tormentano da molti anni:

fanno più male di mille sparatorie,

tutto questo per colpa dei tiranni.

Ricordo quell’uomo deriso e umiliato,

che perse ogni speranza in quel luogo sperduto,

senza vita giacque poi accasciato

e nell’oscurità il suo spirito è caduto.

Ricordo quella donna disfatta

a cui venne sottratta la vita,

trattata peggio di una blatta,

divenne alla fine impazzita.

Ogni cuore era mutilato,

ogni persona spacciata,

ogni uomo veniva annullato,

ogni donna spezzata.

Racconto questo per assicurarmi

che ciò non si ripeta

e che, sia io vivo o morto,

ciò che accaduto si ricordi in tutto il pianeta.

Prigioniero libero

(di Federico Campi 3^B)

Alzo lo sguardo oltre le mura,

vola la mia anima,

non ci sono barriere nell’azzurro infinito,

una pace silenziosa mi inonda.

Il mio corpo al destino si abbandona,

nulla imprigiona il mio pensiero,

nemmeno tu, nemico mio,

che ti sei preso tutto

senza pietà.

Dentro non sento catene,

mai avrai la mia libertà.

Lotterò fino all’ultimo degli istanti.

Ricordo indimenticabile di un dolore

(di Rebecca Bertoni 3^B)

Un campo,

con baracche recintate

che trasudano angoscia e incubi.

Qui la morte scende,

col suo manto nero,

da fucili, persone.

Il pensiero incrinato

di una mente

resta nella memoria.

L’ingiustizia cresce come erbaccia,

ma la paura del giardiniere

la nutre e la lascia vivere.

Tu, io, insieme

non scorderemo chi è perito per queste atrocità,

non li lasceremo nelle mani della madre nera.

Li faremo vivere nel cuore di ognuno di noi,

ogni scelta deve portare a loro

nella nostra anima.

Con l’educazione dello spirito

arriverà il ricordo,

il ricordo di essi.

Commento alla poesia “Se questo è un uomo”

(di Veronica Ruosi 3^B)

“Campi di sterminio”, solo a pronunciare queste due parole mi vengono i brividi, e mi vengono in mente, tutte le azioni atroci che sono state compiute in quei luoghi orribili (dire orribili non basta neanche per descriverli).

Che cos’è un campo di sterminio?

I campi di sterminio sono campi creati dalla Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, in cui inizialmente si deportavano uomini, donne e bambini, insomma intere famiglie, di religione ebraica, poi verso gli ultimi anni della guerra, si cominciarono a deportare anche gli oppositori politici, gli omosessuali, gli zingari ecc.

E l’unico scopo dei tedeschi era annientarli… ma la cosa che fa più riflettere è che a loro non bastava cancellare la loro stirpe dalla faccia della terra, no, sarebbe stato troppo semplice, loro volevano farli soffrire e poi togliere tutto quello di cui un essere vivente ha bisogno per vivere, tra cui una delle cose più importanti a mio parere: la dignità! Come ha detto Primo Levi, gli uomini lavoravano nel fango e non conoscevano pace, lottavano per un pezzo di pane, mentre le donne erano senza capelli, simbolo di femminilità, e senza nome, avevano gli occhi vuoti e il grembo freddo. Io mi chiedo come facessero i nazisti a nutrire tanto odio verso questo popolo: erano talmente brutali che li privavano del loro nome, che è una parte di noi importante e che ci caratterizza, una cosa rilevante per un essere umano. Loro infatti li chiamavano con dei numeri e li consideravano nullità, oggetti che potevano essere sacrificati, per una ragione per loro ritenuta superiore, come un male nel mondo da estirpare. Ma in quel momento l’unico male che era da estirpare era l’odio che veniva nutrito verso gli ebrei.

I prigionieri, erano trattati talmente male – il bestiame forse era trattato meglio – che a volte per non dimenticare com’era la loro vita, dopo la deportazione si ripetevano il loro nome, cosa che per noi è impensabile.

Alla fine della guerra, successivamente alla liberazione dei russi, molti deportati si suicidarono perché, dopo aver vissuto così male e aver visto così tanta morte davanti ai loro occhi, non riuscivano più a sopportare il peso dei loro ricordi.

Ecco! Questi sono i campi di sterminio.

Diario di una deportata
(di Maria Francesca Fenuta 3^B)
 

Era il 5 maggio 1944, ero a casa da sola, quando sentii un forte rumore proveniente dalla cucina, dove accorsi immediatamente poco dopo. Vidi un gruppetto di uomini che mi facevano molta paura, a causa della loro espressione seria, che non faceva trapelare alcuna emozione. Dopo pochi secondi uno degli individui cominciò ad avanzare velocemente verso di me. Mentre mi prendeva per un braccio, cominciò a parlarmi in una strana lingua che non comprendevo. Io cominciai a dimenarmi per liberarmi, ma con scarsi risultati, perché poi si aggiunse un altro uomo nel tentativo di tenermi ferma. Mi portarono davanti ad un furgone blindato (dove c’erano tante altre persone ) nel quale mi buttarono bruscamente. Subito dopo salirono sul veicolo, chiusero le portiere, avviarono il motore e partirono.

Dopo un tempo che sembrava infinito, finalmente il furgone si fermò e gli uomini che ci avevano preso ci fecero scendere e ci condussero dentro delle strutture, in cui c’erano altre persone con un’aria più promettente, che iniziarono a parlarci in tedesco: alcuni di noi riuscirono a capire quello che ci veniva detto, altri invece no. Quelli che non capivano chiedevano in giro se qualcuno poteva tradurre, ma evidentemente nessuno rispondeva loro,infatti li vedevo molto confusi e arrabbiati all’idea di non capire cosa dovessero fare. Dato che non potevano fare null’altro per cercare di comprendere, si limitarono a seguire chi aveva capito le istruzioni.

Io ero una delle persone che avevano capito almeno in parte: saremmo stati mandati in un altro posto di lì a poco. Non capivo cosa stesse succedendo, ma sinceramente preferivo non fare domande, perché l’espressione che avevano gli uomini mi faceva paura. Le persone che si trovavano nelle “case” al momento del nostro arrivo mi avevano detto che io sarei dovuta andare in un luogo chiamato Auschwitz: era un posto che non avevo mai sentito e che tantomeno conoscevo. Spinsero me e altre persone dentro un vagone di un treno. La carrozza era di un treno merci, e non era molto spaziosa per la quantità di persone che erano nella vettura, ma da quello che sono riuscita a vedere, mi era sembrato che il nostro vagone fosse quello con meno gente all’interno. Non sono sicura del tempo che abbiamo passato dentro quel treno, ma a giudicare dall’alternanza del giorno e della notte credo che siano passati all’incirca tre giorni e due notti. Gli spazi della carrozza non permettevano a nessuno di noi di sedersi, né tantomeno di spostarsi, ma ad un tratto sentimmo un forte frastuono. Non sapevo cosa fosse fino a quando non vidi una lieve luce farsi spazio tra di noi, e allora capii che le porte del vagone si erano aperte.

Una serie di uomini impassibili si fecero largo per cercare di arrivare da ognuno di noi: una volta che ebbero raggiunto coloro con cui volevano parlare, iniziarono a far loro delle domande molto semplici, ad esempio come si chiamavano, se erano sani o malati, se avevano figli, mogli o mariti e così via. Quando finalmente arrivò il mio turno, io dissi il mio nome, che ero sana, che i miei genitori erano partiti per lavoro poco tempo prima e che io ero a casa da sola da ormai qualche mese. Una volta che finirono di interpellare tutti quelli che si trovavano sulla mia carrozza, ci fecero scendere dal treno; non appena misi piede fuori, vidi che c’erano tantissime persone che erano confuse come me.

Poco dopo essere scesi dal treno ed esserci guardati intorno per capire dove fossimo, alcuni soldati con un fucile in mano ci fecero capire urlando che dovevamo stare zitti, e così facemmo, ma purtroppo c’era un uomo che continuava ad urlare contro uno dei soldati, e questo senza esitare sferro un colpo di fucile contro quell’uomo. Restammo tutti sconcertati dalla reazione del soldato: la moglie dell’uomo si disperò cadendo per terra, ma gli altri soldati la fecero alzare puntandole il fucile contro e le dissero qualcosa nella lingua che avevano usato con me quando mi avevano preso. Io ho supposto che le avessero detto di smetterla, altrimenti avrebbero ucciso anche lei, dato che lei si è alzata con aria afflitta e spaventata.

Mentre la donna si alzava da terra, alcuni di noi scorsero in lontananza un gruppetto di uomini con in mano delle lanterne: erano vestiti con degli indumenti stracciati e a righe e con un cappellino abbinato si avvicinarono a noi. Non appena ci furono vicini, i soldati, senza lasciarci il tempo di riprenderci dopo l’accaduto, ci spinsero verso quegli uomini, parlandoci in tedesco. Solo che mentre tutti ci avviavamo verso gli uomini vestiti a righe, loro ci fermarono e mandarono avanti solo noi donne e i bambini, mentre gli uomini, non capendo, cercarono di chiedere informazioni sul perché era da fare questa distinzione. I soldati però si limitarono solo a tenerli fermi, in modo che gli uomini con i vestiti stracciati riuscirono a portarci via. Riuscii a sentire un uomo chiedere ai soldati se ci avrebbero riviste, ma non sentii alcuna risposta.

Camminammo per un lungo tempo fino ad arrivare ad una specie di casa, dove entrammo alla svelta, dato che aveva cominciato a piovere di colpo. Appena fummo dentro alla struttura, gli uomini che ci avevano accompagnato ci dissero di spogliarci e ci accompagnarono dentro un’altra stanza, dove poi facemmo la doccia. Una volta fatta la doccia, andammo dentro un’altra stanza, dove ci vestimmo degli stessi abiti degli uomini che ci avevano accompagnati alla casa. Fatto ciò, fummo condotte ad una specie di campo, dove poi ci costrinsero a lavorare. Se qualcuna osava anche solo per un momento alzarsi e riprendere fiato, veniva picchiataquasi a morte e senza protestare doveva poi ritornare a lavorare.

Arrivò finalmente il momento di andare a dormire, un gruppo di uomini ci condusse dentro una sorta di capanno, dove c’erano degli stracci abbastanza lunghi per coprirci, ma non abbastanza pesanti da tenerci al caldo, non solo in quel momento, ma soprattutto in vista dei mesi futuri in cui sarebbe arrivato il periodo autunnale. Non osavo neppure pensare a dicembre, quando molto probabilmente sarebbe nevicato e noi saremmo morte dal freddo. Ad una certa ora della notte, mi svegliai e sentii di non essere l’unica: vidi un’ombra appoggiata alla parete del capanno e decisi di andare a vedere se la persona era sveglia oppure si era addormentata. Poco prima di raggiungere la parete, sentii un lamento provenire proprio dalla direzione in cui stavo andando: quando mi avvicinai ulteriormente, capii che la persona da cui stavo andando era una bambina e che stava piangendo. Mi sedetti accanto a lei e le chiesi come si chiamava e lei mi disse che il suo nome era Carlotta, allora sottovoce le chiesi il motivo della sua tristezza, anche se era molto facile capirlo. Lei mi disse che le mancava suo padre, che era rimasto con gli altri uomini, mentre ci portavano dentro questo inferno sulla terra. Non appena finì di parlare, le proposi di venire a dormire vicino a me e le promisi che le avrei raccontato una storia per farla addormentare: lei accettò e ci dirigemmo verso la parte di capanno dove dormivo io.

Mi svegliai con un frastuono e notai che il sole doveva ancora sorgere, quando entrarono degli uomini armati: non so come, ma tutti capimmo che era ora di andare fuori. Appena giungemmo fuori, vedemmo delle persone con degli strani oggetti in mano. Ci chiamarono uno alla volta e ci incisero sul braccio dei numeri: sentivo le urla di dolore delle persone che venivano tatuate prima di me, e man mano che la fila si accorciava e il mio turno si avvicinava, ero sempre più terrorizzata. Appena arrivò il mio turno, da una parte ero sollevata, perché non avrei dovuto più sopportare l’angoscia dell’attesa, ma dall’altra ero spaventata all’idea di farmi incidere. Senza neanche accorgermene iniziai ad urlare dal dolore, ma esso cessò in un attimo e mi ritrovai con il braccio dentro l’acqua.

Le giornate andavano avanti giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, e io cominciavo a notare che mancavanosempre più persone conosciute e nello stesso tempo a vedere sempre più persone nuove. Non ci davo tanto peso però, perché pensavo che le donne fossero tornate dalle loro famiglie, anche se non lo trovavo giusto, perché,dato che eravamo arrivate lo stesso giorno, saremmo dovute tornare tutte insieme dalle nostre famiglie.

Poi inaspettatamente accadde. Un giorno come tutti quelli che avevamo passato in quel posto orribile ci svegliammo e trovammo dentro al campo un gruppo di uomini armati, ma questa volta con una divisa azzurra e non marrone. Avevano arrestato il generale, ma degli altri non si vedeva neanche l’ombra. Quando ci venne detto che eravamo liberi e che non avremmo più dovuto subire quelle torture, non potemmo credere alle nostre orecchie. Finalmente avevamo la libertà, anche se nessuno di noi poteva pretendere di vivere la vita come la viveva prima del campo di sterminio… ma potevamo provarci. Una di noi chiese dove erano finite le ragazze e gli uomini, così una delle guardie che ci avevano liberato ci disse che avremmo potuto rivedere i nostri mariti entro pochissimo tempo, ma non ci disse nulla delle altre donne.

Solo dopo capii che erano sprofondate nel grande buio, ma che non avrebbero mai abbandonato la mia memoria…