Abbiamo tutti la stessa fame di riveder la terra

Arte, Cultura & Società

Spero che resterete seduti a quel banchino, rimasto comunque sempre senza rotelle, fino alla fine di quest’anno. Perché stamattina quando siete usciti con quello zaino, o quella borsa piena di libri ma anche con il pranzo e il caffé avevate una luce negli occhi che non si accendeva da troppi mesi.

L’emozione del primo giorno, un altro, forse il terzo non ricordo più… la colazione in fretta, il rimmel, l’appuntamento con l’amica in piazzetta e i prof e il posto “chissà se riavrò lo stesso”.

E non importa se oggi c’è pure l’interrogazione e il compito. Oggi c’è qualcosa di più e più grande. Prima, c’è “l’appello” , come ha scritto il prof Alessandro D’Avenia.

“Io non vedo l’ora di formulare di nuovo l’appello guardando negli occhi ognuno dei miei studenti, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza”, ha scritto lui che sull’Appello ci ha scritto pure un bellissimo libro dove incita alla Ribellezza.

Pronti via. Sperando che anche gli universitari ignorati, dimenticati davvero, possano presto assistere a una lezione. Sperando che questa non sia un’altra falsa partenza, ma solo la prima di molte altre ripartenze. Sperando di potere osare di guardare al futuro invece di restare fermi in un tempo che non c’è. Magari con un occhio diverso. Come ha scritto il prof Enrico Galiano. Poche righe, ma tanto basta per chi sa guardare oltre. Perché voi, ragazzi, ne avete davvero bisogno.

Eccole

“Credo dovremmo smetterla.

Per un po’, non tanto: giusto per un po’.

Li guardavo, l’altro giorno. Zitti, composti, bravi come non mai. In seconda media c’è qualcosa di strano se stanno zitti e composti tutto il giorno.

A dire il vero, in seconda media ti devi allarmare, ma sul serio, se non ne combinano una ogni cinque minuti.

Poi ho capito, o meglio me ne sono reso conto solo adesso: non sono diventati bravi: sono diventati tristi.

Credo dovremmo smetterla.

Per un po’, non tanto: giusto per un po’.

Smetterla di fare come se nulla fosse. Dritti come treni, noi. Il programma il programma il programma (qualsiasi cosa voglia dire).

Le verifiche le verifiche le verifiche.

Eh ma sul registro ho pochi voti! Devo ancora finire il programma dell’anno scorso!

Non so. C’è qualcosa di sbagliato, in tutto questo. O no?

Pensare al programma mentre fuori c’è una pandemia, con le sirene dell’ambulanza che ti passano sotto mentre spieghi il passato remoto, è come pensare a lucidare le maniglie mentre la nave va giù.

Cosa si fa, quando fuori c’è tempesta?

Ci si porta in salvo. Si resta uniti. Ci si raccontano storie. Si cerca di ridere, ridere il più possibile, è questo che fai se fuori c’è tempesta e la nave oscilla forte.

Ti tieni stretto a tutto ciò che ti tiene vivo.

Loro come noi sono stanchi di tutto questo, ma loro in più di noi hanno una domanda, che se ti sporgi abbastanza riesci quasi a sentire: ma perché andate dritti come se nulla fosse?

Perché non ci chiedete come la vediamo? Come stiamo? Cosa pensiamo?

Perché non fermate tutto per un attimo, e trasformate questo tempo in un tempo diverso?

Perché non trasformate quest’anno in uno spazio in cui tenerci semplicemente uniti, via i voti, via il registro, salvare il salvabile, leggere libri, parlarne insieme, solo per il gusto di farlo mentre questa stro**a di tempesta sbatte fuori forte?

È anche così che ci si salva.

Ricordandoci che siamo tutti sulla stessa barca. Che abbiamo tutti la stessa fame di vedere terra.”

Evelyn Zappimbulso