16 ottobre, il ricatto dell’oro non paga

Arte, Cultura & Società

 di Anna Lombroso

Pioveva, pioveva quel sabato mattina del 16 ottobre 1943. Le belve, oltre cento, armate di mitra circondarono il ghetto attorno alle 5,30. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. E nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.

Conoscevo bene Robert Katz, lo aiutai un po’ nella raccolta di documenti preliminare alla stesura del suo libro sul caso Moro. Arrivava nel centro di ricerca con il quale collaboravo, in sandali francescani anche d’inverno, si sedeva  davanti a pile di giornali impolverati e si chiacchierava si chiacchierava. C’era un tema obbligato tra noi: la responsabilità. Ne era ossessionato, parlandone gli occhi dardeggiavano intorno, si tirava la barba rabbinica e si dondolava avanti e indietro come fanno gli ebrei recitando il kaddish, la preghiera del lutto. Così si tornava a parlare del sabato nero di Roma – che era poi il titolo che aveva dato al suo libro sul rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma, al prima e al dopo quel giorno buio e tremendo. E inevitabilmente pur essendo d’accordo, si discuteva animatamente del ruolo della dirigenza della comunità ebraica, del discusso rabbino di allora, quel Zolli più noto per la sua conversione successiva che per la sua lungimiranza di prima e di quell’oro maledetto, versato per salvarsi con un patto che non venne rispettato, ben noto agli alleati, che non fecero nulla per evitare il crimine.

L’ordine di procedere al rastrellamento, Kappler,  capo delle SS a Roma, l’aveva ricevuto già il   25 settembre: prende tempo insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, e al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione, per condurre la trattativa per l’ultimo ricatto. Convoca infatti a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane  per proporre il “versamento” di   cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. In molti, forse anche il Vaticano, si mobilitano e la consegna dell’oro raccolto tra ebrei e non ebrei, tutti romani comunque, avviene  a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione). Kappler non si presenta, ritiene degradante partecipare alla pesatura,  eseguita con una bilancia della portata di 5 chili, registrata  con puntigliosa precisione da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che la fa ripetere due volte per essere sicuro che gli ebrei non l’abbiano imbrogliato.

A imbrogliare invece furono i nazisti, Kappler, Kesserling, che sapevano bene che l’ordine era stato solo rinviato, che era già partito con destinazione Roma  il Capitano delle SS Theo Dannecker, uomo di fiducia di Eichmann per procedere alla deportazione e accelerare  i tempi.
Il misfatto si compie. Sottostare al ricatto non è servito
Eppure il rabbino aveva sospettato da tempo: fin dalla firma dell’armistizio aveva  proposto di cessare le funzioni religiose, di distruggere le liste dei contribuenti e degli iscritti alla comunità, di stanziare fondi per i più poveri e di invitare tutti gli ebrei a lasciare le proprie abitazioni e a nascondersi. Eppure le comunità di Ancona e da quella di Pisa, avevano convinto i rabbini a non officiare in occasione del Capodanno ebraico. Eppure il professor Jona, presidente della Comunità di Venezia aveva scelto di suicidarsi per non consegnare gli elenchi dei “suoi ebrei”. Eppure la convinzione che la comunità romana potesse godere della protezione dell’ala amica del Vaticano, si era rivelata illusoria: il papa non si era mai espresso ufficialmente in tal senso. Così come ingannevole era la supposizione che “nessuno era più romano de Roma dei suoi giudii” e che l’appartenenza antica e sentita alla cittadinanza li avrebbe tutelati, anche se ci fu qualche italiano brava gente che ospitò i fuggiaschi e rischio della vita.

Molti storici, soprattutto tra quelli che indagano sul ruolo delle passioni negli eventi, nei conflitti e nello svolgersi della storia, si sono interrogati sul consolidato persistere della fiducia cieca in una ipotetica salvezza, anche a fronte di accertate minacce. Sul perché a dispetto di autorevoli Cassandre, milioni di uomini e tra questi arguti intellettuali, competenti professionisti, sopraffini pensatori, si siano fatti condurre al macello come bestiame inconsapevole. O in che cosa consistesse la volontà di non credere fino al non vedere quello che sta avvenendo.
Ho un esempio familiare: mio papà va in Germania nel ’36 per quella ostinata smania di sapere, di vedere coi suoi occhi. Torna e va a cena dai genitori. Tutti sono intorno al tavolo coperto dalla bella tovaglia ricamata, la fedele Margherita scodella col mestolo del servizio San Marco la zuppa nei bei piatti di Sèvres col bordo verde ed oro e mio padre rompe il silenzio imposto da un padre molto autoritario raccontando concitato che in Germania confiscano le eleganti argenterie e le comode, calde case degli ebrei e li prendono, li portano via dalle case, li portano in campi di lavoro dai quali nessuno sembra tornare. E che bisogna andarsene in America dove c’è Hanry e altri, anche se lui, resterà, perché c’è da fare per un giovane come lui che vuole abbattere il fascismo e con esso lo sfruttamento, il disonore della perdita dei diritti, per riscattarsi e riprendersi la libertà. Non partirono i nonni e nemmeno gli zii e nemmeno la fedele Margherita, che stesse nascosta in un retrocasa come quello di Anna Frank.

Per quello non bisogna dimenticare. Perché tutto può ripetersi anche l’innominabile e l’incredibile. E continuamente si ripropongono ricatti che molti pensano di dover subire per salvare se stessi, piccoli beni, mediocri privilegi. Continuamente la storia avvitandosi si se stessa ci mostra due strade, una nota, quella della rinuncia a diritti e libertà, in cambio di opinabili e labili garanzie, che potrebbero assomigliare a quelli di Kappler, quella imposta apparentemente da uno stato di necessità ed emergenza. L’altra, sconosciuta, che impone di guardare, di sapere, di capire, forse più ardua, che esige di partecipare a immaginare altro da quello che ci obbligano a fare e pensare, e che deve essere la nostra strada.