“Se questo è amore”, storia vera di un ufficiale delle SS e una ragazza ebrea ad Auschwitz

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Infrange un tabù supremo, quello della possibilità e dell’ammissibilità di una relazione tra un ufficiale nazista e un’ebrea prigioniera ad Auschwitz, il docufilm ‘Se questo è amore’ che diretto dalla regista israeliana Maya Sarfaty, distribuito da Wanted cinema con il patrocinio dell’Unione delle comunità ebraiche, porta una storia vera e sicuramente divisiva nella narrazione dell’imminente Giorno della Memoria. Il docufilm, visibile dal 27 gennaio sulle maggiori piattaforme, per la sua uscita italiana ha scelto un titolo che prende dichiaratamente spunto dal ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi, lasciando al pubblico la responsabilità della risposta e le necessarie considerazioni etiche, ha spiegato nella conferenza stampa da remoto la regista, che nel 2020 quando il suo docufilm è uscito in Israele, ha scelto invece di schierarsi contro la possibilità di un sentimento alla pari tra persecutore e perseguitata in un campo di sterminio, con il titolo ‘Love it was not’. Nel suo docufilm, Sarfaty estende e approfondisce il suo minifilm del 2016 ‘The most beautiful woman’ sulla storia d’amore tra una giovane ebrea deportata ad Auschwitz nel ’42, la bella slovacca Helena Citron “dalla pelle di pesca” come la ricordano le compagne di prigionia, e un ufficiale austriaco delle SS, Franz Wunsch, che si innamora di lei quando l’ebrea destinata in libertà a una carriera da artista, viene chiamata a cantare al compleanno di un ufficiale nazista: intona la canzone tedesca ‘Love it was not’ che incanta Wunsch, uomo sadico capace di bastonare ferocemente i prigionieri, ma che per amore di Helena si prende cura di lei quando contrae il tifo, sfama anche le sue compagne che lavorano con lei al ‘Kanada’ l’agghiacciante magazzino in cui venivano stipati i bagagli e gli oggetti personali degli ebrei uccisi nelle camere a gas e, a un passo dalla doccia mortale, supplicato da Helena, riesce a salvare anche la sorella Roza, deportata dopo di lei, senza occuparsi però dei suoi due bambini, di cui uno neonato, gassati senza pietà. Il docufilm si apre con una foto altamente scioccante, quella della bella Helena ritratta con la sua divisa da prigioniera dall’innamorato Wunsh sorridente e addirittura florida , a dispetto del luogo di morte, tortura e stenti, sovrapposta al tragico racconto dell’arrivo delle prigioniere ebree ad Auschwitz, denudate, palpate dai nazisti, ispezionate intimamente con uno strumento metallico. E quindi procede con il materiale d’archivio del museo della Shoah di Gerusalemme Yad Vashem e della Shoà foundation, con la testimonianza di Helena, di sua sorella distrutta dall’uccisione dei figli, con quella di Wunsch invecchiato e sereno che nel giardino di casa rievoca tranquillamente Mengele, perfino sorridendo, ma soprattutto attraverso le interviste alle sopravvissute compagnie di prigionia ad Auschwitz di Helena e alla figlia di Wunsch. L’ufficiale nazista avrebbe voluto proseguire la loro storia d’amore dopo la fine della guerra e continuò ad immaginare il loro futuro incollando ossessivamente la foto del viso di Helena a foto ambientate al mare o in altri luoghi ameni, lei si trasferì in Israele chiudendo ogni rapporto. Non si rifiutò però nel ’72, quando ricevette una lettera dalla moglie di Wunsh di andare a testimoniare a Vienna al processo che lo portava alla sbarra per i crimini compiuti durante l’Olocausto. Helena disse la verità su aiuto e cure ricevute da Wunsh, ma lo sbugiardò quando lui raccontò che depresso dai suoi compiti nel campo di sterminio aveva chiesto di essere trasferito. Wunsh fu assolto dall’accusa di partecipazione ad omicidi di massa e da quella di crimini violenti contro i prigionieri ebrei. “Si può parlare di vero amore e di libero arbitrio ad Auschwitz, in quelle condizioni di prigionia? Quella tra i ventenni Franz Wunsh ed Helena Citron era una relazione sicuramente squilibrata, con lui innamorato e lei animata da un sentimento che non andava oltre la gratitudine”. dice la  regista israeliana Maya Sarfaty . Secondo la regista “Franz era un uomo sadico ma anche capace di dolcezza e compassione verso la sua amata Helena, sentimenti che non tolgono ovviamente nulla alla sua colpevolezza e Helena non era la tipica vittima ma una donna forte con uno spiccato spirito di sopravvivenza. E quando lui le chiese di cantare pregandola con un “bitte”, lei, come racconta nel docufilm “sentì la voce di un uomo che chiedeva “per favore” e non quella di una belva”. Nonostante il tema più che delicato e controverso, Sarfaty non ha incontrato, racconta, “nessuna ostilità in Israele e nel mondo ebraico in genere” mentre con l’Austria che nel ’72 aveva assolto il criminale nazista Wunsh ha avuto problemi “evidentemente legati al rapporto della nazione con il suo passato”, sottolinea. Sarfaty ha cominciato a lavorare alla storia d’amore tabù cinque anni fa, prima provando a raccontarla in un romanzo che non la soddisfaceva, poi realizzando un minifilm nel 2006 e quindi il docufilm. La storia di Helena e Franz, morti rispettivamente nel 2005 e nel 2009, la conosce però, ha raccontato, da quando negli anni Ottanta, da bambina, vide in tv un drammatico e indelebile show in cui Helena e sua sorella Roza,  si fronteggiavano, con la seconda che la incolpava di averla separata dai figli. Il destino ha voluto che un’altra figlia di Roza diventasse poi l’insegnante di teatro della regista: insieme hanno rintracciato la figlia dell’ufficiale SS, l’elemento decisivo, con la sua testimonianza, del docufilm. Tra il 2016 e il 2017 Sarfaty ha lavorato sull’ archivio dello Yad Vashem alla ricerca delle testimonianze delle ebree che lavoravano nel reparto Kanada del lager : “E’ stato un periodo terribile, le mie notti erano popolate da incubi”. Di quelle donne ne ha rintracciate e e intervistate personalmente sette, “una sorta di coro di tragedia greca che racconta piccoli momenti vita quotidiana interno del campo e la relazione tra i due, durata due anni e mezzo”. In Israele, ha sottolineato, c’è molta voglia di collaborare alla memoria di quel tempo tragico. Una sola sopravvissuta non se l’è sentita di partecipare al docufilm: “So che è importante ma non ce la faccio a tornare indietro”, le ha detto, meritandosi la sua comprensione. 

 

Fonte: AGI