L’oggetto nella dimensione universale

Cronaca

Nella dimensione universale l’Oggetto è l’Altro; l’altro da noi, la cosa che ci fronteggia.  Poiché  noi ci definiamo sostanzialmente come Soggetto e come Spirito. Quest’ultimo rimane immanente al nostro corpo, alla materia di cui questo è costituito. Così possiamo ben supporre che uno Spirito unico e universale sia immanente alla Materia tutta e che dunque, Spirito e Materia, in apparenza simmetriche, siano realtà osmotiche, scambievoli volti di una medesima Sostanza: il dritto e il rovescio della medaglia, immagini che si compendiano l’una nell’altra, percependo lo Spirito, nell’immagine riflessa, non il se stesso, ma il suo sdoppiamento che diviene, in tal modo, Altro.

Nella realtà umana e terrena, l’Identità originaria è andata perduta, ogni frammento appare isolato e disperso, e niente è più identico ad alcunché se non l’essere della cosa in se stessa.

Pertanto, se lo Spirito che guarda a se stesso, genera l’Altro, genera la dualità laddove non è che Unità. Ma con ciò siamo sul piano della realtà umana, non più di Dio, poiché Dio non può che essere assoluta consapevolezza della identità di Se Stesso con ciò che a noi appare diverso, scisso e diviso. Il pensiero dell’uomo sembra riproporre l’originario Specchio, lo sguardo primordiale nel quale, per l’uomo, si apre la frattura. Sulla terra, ancor più per l’uomo occidentale, essa appare insanabile, e l’Origine è il dato imprescindibile oltre il quale dimora una Trascendenza inviolata.  Infatti, nell’Origine, che è un dato solamente umano, la nostra realtà è già tutta costituita e consegnata, una spaccatura ci separa dall’Unità non più attingibile, e Dio è ormai lontano, e sempre più si perde in una lontananza inarrivabile.

Ma questa realtà che ci fronteggia, questa realtà nata da una tale spaccatura, questa realtà che tanto sentiamo estranea, altra e diversa da noi, costantemente ci tenta coi suoi mille adescamenti, poiché, in fondo non è che l’altra faccia di Dio, la sola che ci è concesso di vedere; la sua – ai nostri occhi – trasmutazione: il Giano bifronte che è uno in se stesso e che il pensiero e lo spirito vedono e sentono come diviso e duale.

Perciò, ciò che sembra stare fuori di noi, ciò che ci appare come Altro, ci lascia intravedere, nei suoi spiragli, nelle sue pieghe, nei suoi oscuri anfratti, Dio, e lascia che nelle cose noi intravediamo noi stessi, frammenti scissi di tale Unità. Negli oggetti della realtà ci specchiamo credendoci altro da essi, ma, stranamente, e forse assai più spesso, trovando in essi noi stessi, la nostra impronta, l’immagine di noi riflessa.

Si è sempre parlato di questa rara corrispondenza, che equivale alla scintilla di Dio in noi: il macrocosmo di Dio e il microcosmo umano che sembrano stare in un rapporto di singolare specularità, in un’analogia tale per cui se Dio è il Tutto, anche il piccolo infinitesimale granello di Dio, che è l’uomo, anch’esso è un tutto: un “piccolo tutto”, un universo in sé terminato e ben circoscritto, irraggiungibile e inviolabile, per noi, al pari della divinità.

Il desiderio dell’uomo di tornare alla ricomposizione e all’Unità atemporale di Dio si traduce, pertanto, in un desiderio di “prensione totale” di ciò che sembra fronteggiarci apparendo Altro da noi. Il desiderio di tornare dentro quell’Unità, per noi, frantumata, è ciò che spinge l’uomo alla conoscenza e all’amore. Ma la conoscenza è una modalità di approccio imperfetta, poiché tale atto non ingloba interamente l’Altro, ma un solo aspetto, la sola sua forma, il concetto, mentre la Materia sembra rimanerne fuori, come elemento refrattario e irriducibile, come antitesi dello Spirito. Perciò il desiderio di conoscenza è inestinguibile, e l’umanità che in sé lo produce mostra una conoscenza perfettibile, ma sempre incompiuta. Infatti questo sembra essere il “dono”  inquietante e smanioso consegnato all’umanità: il dovere sempre pensare, perpetuando questo stesso pensiero anche attraverso l’amore che procrea e che nel figlio riproduce nuovo pensiero e nuovo amore. Conoscenza e Amore, in quanto appropriazioni, pure incomplete e imperfette dell’Altro, sono forse le chiavi che conducono all’apertura di quella Porta che ha tagliato fuori da noi il Trascendente, il modo, forse, di riappropriarci, sia pure in un tempo infinito, della divinità che in tale frattura ci è tolta.

Ma qui la scienza moderna e lo stesso pensiero di Einstein ci sovvengono: quest’ultimo con teoria della convertibilità della materia in energia, fondata sulla celeberrima equazione E = mc2, come a dire che ciò che avvertiamo come Spirito e come Materia, come Soggetto e come Oggetto non sono due realtà distinte, ma Unica Cosa. Questa spaccatura, creata dal pensiero che pensa se stesso e si pone a se stesso come oggetto, è quella stessa dannazione che ha schiuso le porte alla finitudine, al dolore e al male, a quello spezzettamento che allontana il frammento dall’Unità e dal Tutto, cioè da Dio.

Ma se è vero che la trascendenza di Dio è illusoria, e l’umanità è soggetta a una modalità di “prensione” imperfetta (la sola a misura umana, la sola concessa alla finitudine e piccolezza dell’uomo), e se è vero che tutto il nostro mondo non è che il quanto noi siamo in grado di cogliere Dio, sentiamo, proprio per questo, che esso non ci soddisfa, non ci appaga mai del tutto (proprio perché non è il Tutto), sentiamo che qualcosa di Grande e di Bello e di Buono sfugge a noi…ed è questo che noi chiamiamo “Mistero”.

Il mistero delle cose, degli esseri tutti, della natura, il mistero dell’Oggetto che sembra fronteggiarci nella sua globalità è l’altro di Dio che a noi rimane sconosciuto, un’aspirazione intrasgredibile che ci fa sempre agognare. Ecco perché gli oggetti, gli esseri del mondo tutto, sembrano suggerire qualcosa che va oltre e trascende la cosa stessa , un quid che resta insondabile; ed ecco perché gli oggetti sembrano riflettere l’essenza dell’essere che li percepisce, la sua anima,  tutta individuale, a testimoniare che anche noi siamo parte di un Tutto, parte di un Mistero e di una divinità. Nel mondo che io esperisco c’è, infatti, il mio mondo interiore, il mio sentimento, la mia capacità di percezione, la mia particolare anima, frammento di questo Tutto.

Quando dicono che la poesia colga il soffio di questo Mistero, in realtà essa non coglie che questa corrispondenza, questa ricreazione per cui ciò che sembrava Altro, torna ad essere il nostro stesso essere: ha i caratteri della nostra individualità, del nostro essere assoluto frammento del divino. E il divino della poesia sta in questa ricomposizione in Unità.

Il momento creativo è questa intima indissolubile fusione di noi alla cosa che non più ci fronteggia, ma ci appartiene, è nostra, ricreata com’è, riformulata dalla nostra individuale coscienza e dal nostro spirito che scopre, in essa, misteriose consonanze, echi lontani, armonie, affinità profonde e indissolubili col nostro essere più intimo, con l’abisso remoto di noi stessi.

Rossella Cerniglia