“Ma la matematica è un’opinione…”

Cronaca

Riceviamo e pubblichiamo

Ma stiamo credendo ancora ai numeri si o no? Io penso di no. I numeri dell’attualità italiana ci raccontano di centinaia di morti al giorno, cali di PIL e produzione industriale. I disagi (anche psichici) della popolazione, tra restrizioni alla mobilità e intere filiere allo sbando, sono visibili e tristi. Siamo nel corso di una vaccinazione di massa epocale e contemporaneamente di fronte ad una pressione ospedaliera senza precedenti, il sistema scolastico è in panne e le foto di medici bardati e terapie intensive affollate segnano quest’epoca drammaticamente. La nuova escalation di debito pubblico per sostenere queste sfide è altrettanto epocale.

Questo è uno scenario di guerra. In uno scenario di guerra non c’è spazio per giocare a Risiko in Parlamento, in nessun paese del mondo o meglio: così sarebbe auspicabile. Perché la realtà di questi giorni è purtroppo esattamente questa, col rischio di un ulteriore pantano per la nostra già martoriata economia e macchina pubblica. Uno scenario pietoso, indegno degli sforzi, delle responsabilità e della mole di lavoro cui tutti noi, anche in qualità di semplici cittadini, siamo chiamati in questa drammatica fase storica.

Il governo italiano ha deliberato uno scostamento di bilancio di 32 miliardi. Una cifra enorme, pari quasi ad una intera legge finanziaria. L’aumento del debito pubblico, finalizzato a coprire ristori, blocco dei licenziamenti, costi sanitari ecc. ammonterà a quasi 50 miliardi di euro alla fine di questa emergenza, ad essere ottimisti! È uno scenario mai visto che impone a tutti una seria presa di coscienza.

Nei prossimi anni si dovrà lavorare, risparmiare, investire molto di più e soprattutto con molta più efficienza e produttività per mantenere gli attuali standard di vita. Ma ancor di più, l’assorbimento di questo debito, il cui rimborso appare difficilmente sostenibile sul lungo periodo per la nostra economia in restringimento, comporta alcune scelte indifferibili. Un probabile ricorso a forme di tassazione straordinarie (patrimoniali?) e utilizzo della leva dell’inflazione, con relativi cali di potere di acquisto. Alcune riforme lungamente rinviate relative alla produttività del sistema italiano, sono ormai vitali. Servono subito politiche demografiche (bloccare l’emigrazione giovanile ed attirare immigrazione qualificata, anche di capitali ed innovazioni) per abbassare l’età media e alzare il livello medio culturale e formativo italiano. Servono politiche industriali, fiscali e del lavoro IMPOPOLARI ma GIUSTE, meritocratiche anche se severe. Le rendite parassitarie non sono più accettabili.

Falsi invalidi, corruzione, evasione fiscale, mantenimento di strutture pubbliche e private in deficit, non possono essere tollerati, mentre oggi sono socialmente accettati come strumento di pace sociale, quando non utilizzati come strumento di ricerca del consenso elettorale o costruzione di inespugnabili corporazioni e caste. Ci vuole il coraggio e l’intelligenza di ridiscutere con pragmatismo e senso della realtà diritti ed abitudini acquisite quando palesemente insostenibili e inique, o almeno soppesarli con altrettanti doveri.
Si rende quindi necessario un approccio dell’intera società verso l’obiettivo sfidante, invece che lo status quo rassicurante, prologo di un lento declino e di una guerra tra poveri.

Le famiglie, le imprese, i risparmiatori (anche le loro scelte devono orientarsi all’investimento piuttosto che alla rendita) i lavoratori e i consumatori devono avere la forza prima di tutto CULTURALE, di accelerare la corsa verso il cambiamento (che sarà impegnativo per tanti) piuttosto che girarsi dall’altro lato, chiudersi in casa e far finta che tutto vada bene, tutelando così esclusivamente il proprio orticello o peggio, la propria comoda inerzia.

Davanti abbiamo anni in cui le trasformazioni, gli obiettivi impegnativi e la competitività cui saremo sempre più costretti dal mondo esterno e mi auguro anche dalla coscienza verso il futuro, possono finalmente costringerci ad accettare la sfida più difficile, quella di smettere di utilizzare l’ “io” e passare al “noi” di abbandonare  il “non dipende da me” e domandarsi “cosa posso fare io?”, di dimenticare il “finché non toccano me va tutto bene” ed applicare finalmente il meraviglioso principio che almeno nel lungo termine “nessuno si salva da solo”.

Giovanni Mongelli.