Se Dante anticipò “Anime salve” di Fabrizio De André – Se ne parlerà il 20 gennaio

Arte, Cultura & Società

di Pierfranco Bruni

I linguaggi della canzone moderna sono il sostrato di un percorso in cui il “volgare” ha sottolineato quasi sempre una profonda e marcata “eloquentia”. Si potrebbe affermare che Dante Alighieri è stato il vero canto della parola in cui tradizione e modernità si sono fusi. Il Dante dello stile dolce e della parola incisa come graffito sono i destini del De André di “Anime salve”.

È detto e ridetto. Ma quanta non curanza, nel corso degli anni, nel saper leggere e ascoltare rime e ballate trasportate nelle stanze della canzone dagli anni Sessanta ad oggi. Non si tratta del fatto di intercettare linguaggi danteschi o medio o tardi Trecento nel linguaggio della cosiddetta canzone d’autore in incipit.  Ma di interferenza destrutturata e ricostruita nei linguaggi.

È certo che in Fabrizio De André Dante vive non solo nelle ballate, ma nel recupero della dissolvenza delle eresie di una buona novella che diventa cantico del sognatore. Dante vibra in De André  con una scossa metaforica. Un contesto orfico e simbolico. Infatti  è così, andando anche oltre.

Le ballate celtiche, il paesaggio costruito da René Guenon, il viaggio di Ezra Pound o di Thomas Eliot, il messaggio religioso di Robert Brasillach sono nello specchio e nelle immagini che la filosofa Maria Zambrano ha ridisegnato nello specchio di Dante. Così come il modello di Pascoli o la voce di D’Annunzio sono segni che i “versi sparsi di Dante portano sulla scena in un Medioevo fatto di echi classici ellenici e latini che solcano Saffo, Tibullo e Catullo.
Dante Alighieri  dalla “Vita nova”, alla “Commedia”, dai “versi sparsi” alle “Rime”: sono “luoghi” metafisici nei quali cantautori come De André, Lauzi, Vecchioni, Guccini,  Franco Califano, Tenco, Battisti – Mogol hanno scavato in quell’onirico  misterioso che è il linguaggio delle assonanze, che vive dentro la Scuola Siciliana e lo Stil Novo. Un linguaggio che non deve nulla alla letteratura italiana degli anni Cinquanta  in linea con la presenza della  “canzone d’autore”, perché è riuscita a confrontarsi con il mondo provenzale ed etnico che è vitale nel “De Vulgare” dantesco.
Si tratta di penetrare i legami tra la poesia e la canzone. Sarà il tema di un convegno che si svolgerà a Roma: “Il Dante da De André a Branduardi”.

Dante usava la Canzone. Come facevano Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, come Cecco Angiolieri. Ovvero siamo tra la Canzone e la Ballata. Successivamente dopo la poesia di Jacopone da Todi diventa centrale.
Da De André a Roberto Vecchioni Jacopone diventa il poeta della religiosità eretica e non teologica.

Dante resta, comunque, un punto di riferimento sia sul pianto di un modulario sintattico sia su quello della “ripetizione della parola. È proprio il contesto delle “Rime” di Dante e lo specchio de la “Vita nova” che camminerà (cammineranno) nella canzone non solo italiana, ma francese, in modo particolare, spagnola in modo più specifico, americana, in modo più letterale, greca in piena allegoria.

Tre esempi soltanto, Dante vive in Ronsard, in pieno barocco. Vive in Lope de Vega e, successivamente, in Unamuno. Vive nell’isola, terra natìa, di Kavafis e Seferis. Vive nello straordinario viaggio di Lee Master con il quale si confronterà attivamente De André nel suo attraversamento nel regno dei morti.
Qui l’incastro si fa molto sottile. Dante, Lee Master, De André e di Dante l’immaginario viene trasportato proprio in “Spoon River”, dove sulla collina si parla con i morti tra le varie dune e gli spazi come so fossero i cerchi danteschi.
De André, infatti, studia attentamente Dante e lo trasporta  nel testo “forte” di “Non al denaro non all’amore e né al cielo”. Ma anche i “Canti” di Ezra Pound sono un viaggio e paesaggio in quella “Commedia” che è “Divina”, ma anche profetica come nel Pavese di Leucò, amato da Tenco.

Su questo battuto e su una dimensione araba dantesca si stabilizza il mosaico mediterraneo di Franco Battiato. Il mondo dei dervisci è il sacro guenoniano con il quale Dante andrebbe anche interpretato tra gli sguardi e lo specchio.
Così come nel Tenco che ridisegna il tempo dell’amore perduto che si scava tra le “Rime” di Dante. Ma la “Canzone dell’amore perduto” di De André non è soltanto un “francesismo” ascolto dei versi prevertiani e bressaniani, bensì è sostanziale l’allegoria de la “Vita nova”.

Così il Cocciante di Giulietta e Romeo non ha soltanto parametri abelardiani, ma “beatriciani”. La donna dell’apparenza e della sparizione è nel Battisti – Mogol delle salite e delle discese.
Insomma i riferimenti estetici – letterari insistono con forza tra Dante e la poesia – musicata… Già, la poesia musicata? Lo Stil Novo è poesia la cui parola ha già un alfabeto musicato che forma un vocabolario.
Le “Rime” di Dante sono un trascinamento nella musica provenzale che si svilupperà negli “anonimi” barocchi e veneziani.  Il De Gregori che si tuffa in Saint Exupéry non è soltanto la metafora del volo, è anche l’allegoria della conoscenza oltre il reale, ma Saint Exupéry era molto “devoto” a Dante. Come lo è Vecchioni che recupera una classicità pre-mediovale.

Con Angelo Branduardi, una centralità di spessore, si entra proprio nel mezzo del cammino con “Camminando camminado”, con “L’infinitamente piccolo”, con le Ballate “Il rovo e la rosa”, con “Vanità di vanità”.
Branduardi è la misura estrema, musicale e letteraria, tra  Dante, e prima ancora con San Francesco del Cantico, e il Quattrocento. In un contesto del genere le metafore e la musicalità danno spazio ai luoghi del pensiero e dell’essere.
L’esilio e il mare, le stelle e il viaggio.
Ebbene, il Dante di queste finestre lo si legge in Lucio Dalla, in Bruno Lauzi, in Sergio Endrigo, in Francesco Guccini. Ma restano tre poeti cantanti che sono la rappresentazione di un Dante  musicale e musicato, metaforizzato tra i simboli e gli archetipi: De André, Battiato, Branduardi.

Tre riferimenti con i quali, attraversando questo linguaggio, si riporta Dante come centro ed orizzonte nel rapporto semantico – estetico – letterario in un Novecento che ha frantumato tutti gli strumenti sintattici e la struttura della parola.
Nella consapevolezza (o conoscenza) della lingua i tessuti musicali e gli immaginari simbolici sono in Dante la partenza e il ritorno delle lingue non solo usate dalle letterature ma anche dalla canzone d’autore (cosiddetta). Perché questo? Dante è la sintesi dell’Occidente e dell’Oriente tra letteratura, musica e danza in una estetica che vive tra lo sguardo e lo specchio (una metafora per dire o non dire, sic!).
Ma Dante è un Oriente che non smette di essere Persia e culture mediterranee nelle quali Battiato si è formato filtrando il Dante delle “Rime” e il verseggiare della Beatrice Dolce Stil Novo è nel Branduardi che ha atmosfere bizantine. Così come Ivano Fossati che lega la linea Dante Pavese.

Dopo Dante ci sono le Ballate. Jacopone da Todi e Cecco Angiolieri sono tra le carte di Dr André e Vecchioni. Insomma il discorso diventa interessante nel momento in cui la Canzone nasce nel verso e con il verso si versa la musica. Come in Guccini e De André. Dante cercava la musicalità nella parola come nelle “Rime” o anche nella “Vita nova”.
Compiono un uguale lavoro sulla parola. I parametri sono segni indelebile e non si può prescindere dal fatto che la parola musicata ha perfettamente origini Orientali. La stessa figura di Beatrice è madrigale metafora di uno scavo di un onirico personaggio che accompagnerà il De André a cominciare dei versi crepuscolar danteschi di “E fu la notte”. La notte di un viatico che condurrà alla salvezza delle anime ovvero ad “Anime salve”. Di questo si parlerà il prossimo 20 gennaio, in line, su piattaforma dalla Biblioteca nazionale di Cosenza.