Nella Bari capitale della Cultura discutiamo “anche” di città

Ambiente & Salute

Conosceremo l’esito della candidatura di Bari a capitale italiana della Cultura per il 2022 fra pochi giorni. E nel frattempo programmi e relazione della candidatura vengono fatti girare e conoscere con crescente impegno.

Bene, credo, che perno di tutta l’operazione sia la figura di San Nicola, tanto amato dai baresi quanto fino a pochi anni fa ricordato solo due volte l’anno. E, tranne la componente ortodossa ancora più legata al Santo e ben a conoscenza della sua ubicazione, davvero bassa era al mondo la percentuale di coloro che lo univano alla nostra città e sapevano dell’esistenza della straordinaria Basilica. Quindi, ben venga questa scelta e spero di cuore che sia vincente. Nel frattempo, si moltiplicano e si spingono proposte più o meno collegate al canovaccio principale.

Tuttavia, vorrei provare a portare ad altro livello l’argomentazione, ancorandomi al presente e sperando di riuscire a farmi ben comprendere. Nella prima fase della crisi pandemica che sta devastando il mondo c’era stata la corsa da parte di piccoli e grandi figure del mondo culturale ad esprimere valutazioni sulle “ricette” da utilizzare per salvare il mondo. Forse si erano aperti spiragli nelle inaridite coscienze o forse qualcuno pensava di farsi merito, come spesso accade, al solo mettere in campo qualche bel pensiero per marchiarsi,  almeno sulla carta, padre del salvataggio. In genere in tali casi, dopo quanto scritto e detto, le coscienze si sentono appagate e tornano agli interessi di prima, quelli per se stessi. Ma si era comunque aperto un ampio dibattito sulla condizione delle città contemporanee nel rapporto con i disastri ambientali e sulle prospettive da fornire per metter mano al cambiamento. Ricordo l’arch. Boeri, per i non addetti ai lavori quello del “bosco verticale”, che ebbe a dire che a suo avviso avremmo dovuto pensare a trasferirci nei piccoli borghi, luoghi (aggiungo io) certamente più socialmente gestibili e con possibilità di interventi di salvaguardia ambientale meno condizionati dagli ingranaggi dell’alta burocrazia e di interessi imprenditoriali altrettanto elevati. Letta questa dichiarazione, riflettevo: sì, ma se tutti tornassimo a vivere nei piccoli borghi facendoli diventare, per forza di cose, grandi città, non ci ritroveremmo come prima? O dovremmo mettere in moto un neonomadismo, tanto da trasferirci altrove ogni tot decenni per ricominciare daccapo? Una generazione qui, un’altra lì…

Sono convinto che l’occasione che Bari sta cercando di cogliere sia molto ghiotta e vada vissuta nella sua pienezza. Del resto, il sindaco Decaro è a capo dell’ANCI e chi più di lui potrebbe stimolare un confronto vero, serrato e non di facciata sul futuro delle città? Le istanze sull’esigenza di attenzione diversa e rinnovata per i luoghi urbani sono vere e profonde, al di là delle riflessioni di Boeri e delle conseguenti battute e fino ad oggi la politica non ha saputo intercettarle. Abbiamo vissuto l’epopea del recupero dei centri storici, quella delle periferie, del decentramento derivante dalla nascita delle città metropolitane e ora quella del rinnovamento urbano: a conti fatti, di questi decenni di programmazione blaterata, cosa c’è nelle nostre mani, a prescindere da quelle dell’elite  delle archistar cui la politica ha da lungo tempo affidato progettualmente tutto ciò che di importante si riusciva a mettere in campo? Conseguenze: annientamento valoriale e partecipativo di intere generazioni di progettisti e devastazione storico-identitaria delle nostre città, lasciate inesorabilmente nelle mani dell’imprenditoria del cemento e dell’asfalto.  Ma se è vero – e io ci credo profondamento – che la comparsa della prima drammatica crisi pandemica del terzo millennio derivi anche dallo sfascio climatico e ambientale, non va allora imposta una grande riflessione su cosa fare e per farlo da subito? Le città vanno riviste e sul serio, perché possa essere costruita una visione che non derivi dal come far ripartire l’edilizia (che peraltro in molti luoghi non credo si sia mai fermata). Una capitale della Cultura può mettere in campo queste tematiche, chiamare ad un confronto senza maschere coloro che dichiarano di avere a cuore il futuro delle aree urbane e dell’ambiente che le ospita? Può argomentare sui processi educativi, sui modelli di vita sociale ed economica? Sul perchè in città come Bari di decentramento ormai non se ne parli più da quando coloro che vi hanno creduto con tutta l’anima hanno esaurito le loro forze combattive? Sul perché l’enfasi dei PUG, quali strumenti urbanistici capaci di intercettare nel tempo le istanze dei luoghi  e dei loro abitanti adeguandosi a mo’ di work-in-progress, è svanita dopo solo pochi piccoli passi, mantenendo molto più di prima tematiche strategiche per il nostro futuro nelle mani di ristretti gruppi di potere ed esaltando la “partecipazione” solo quando è asservita ed innocua?

Tre settimane fa, reagendo come tanti alla proposta che venga realizzata una gigantesca statua di San Nicola quale richiamo per quanti nel mondo forse di Bari e del suo Santo poco o nulla sanno, rivendicavo il bisogno di altro tipo di scelte e riflettevo su quello che nell’area indicata per accogliere questa operazione, altro e di più elevato livello possa accadere. Quella parte di Bari ha delle connotazioni che qualunque PUG dovrebbe esaltare come omogenee e di alto livello. Se l’area che include il vecchio Stadio della Vittoria, la Cittadella della Cultura con la Biblioteca Nazionale, la pineta di San Francesco, il CUS, la Fiera del Levante e il quartiere Marconi con il faro e l’area costiera di San Cataldo, fosse riconsiderata come “distretto sportivo-culturale-infrastrutturale e del tempo libero”, essa potrebbe risultare foriera di un esito strategico. E poiché da sempre sogno e per portare i sogni al livello dei nostri piedi (ma mai sotto!), volo alto, vedo nel dialogo tra CUS, stadio e pineta una formidabile componente destinata agli sport tutti; in quello tra Cittadella e Fiera, trasformata in un “Bauhaus del Mediterraneo”, un gigantesco laboratorio in cui i tanti  Paesi del Mediterraneo possano produrre e interagire nello straordinario mondo delle Arti tutte (figurative, design, letteratura, cinema, teatro, musica, architettura, danza), promuovendo periodiche fiere e mostre-mercato e divenendo motore delle riqualificazioni urbane in chiave artistica; e nell’area Marconi/San Cataldo, destinata ad accogliere un porto turistico, una componente urbana “investita” dalle tante e diverse Culture che verrebbero richiamate da una tale complessa ma formidabile azione, con ricadute importanti sull’economia del territorio (dalla ristorazione etnica al turismo, alle attività convegnistiche e fieristiche, alle residenze per i tanti artisti richiamati). Il tutto supportato da un tessuto connettivo di grande respiro e qualità che dia molto spazio al verde, alla pedonalizzazione, alla mobilità alternativa davanti allo storico mare Adriatico.

“Un grande e reale laboratorio urbano, per la nostra Bari del futuro”, concludevo. Ecco, cari sindaco Antonio Decaro e assessore Ines Pierucci, a cui indirizzo prioritariamente queste mie riflessioni: non pensate che oltre ai tanti meravigliosi progetti culturali a cui state già lavorando e ai tanti altri che vi verranno proposti, non si debba poter trovare, nell’arco di un anno, spazio per discutere del futuro delle nostre, della nostra città, provando tra l’altro a metter mano agli errori delle eccessive concentrazioni di interessi commerciali ed economici con i catastrofici ammassi definiti “movide” e la morte civile ed economica del resto della città? Il covid19 non è giunto per caso e stiamo vedendo le conseguenze derivanti anche da quelle scelleratezze. Apriamo le menti al confronto!

Grazie per l’attenzione,

Eugenio Lombardi