Vi presento Michelangelo Merisi detto “Caravaggio”

Arte, Cultura & Società

PRIMA PARTE

Ricordo che, da piccolo, nella prima metà degli anni ‘60, ho vissuto la buona abitudine di accompagnare settimanalmente mia madre, Cesira Doria Ferrari, da sua sorella Flora, la più grande di sei sorelle, che viveva nella vicina S. Pietro Vernotico, loro cittadina di origine, situata a metà strada tra Brindisi e Lecce, lungo il “Tacco” delle nobili Terre del basso Salento, che affaccia sulle rive del Mediterraneo, Testa di Ponte verso il Medio Oriente e che fu “Culla di Civiltà” degli Antichi Greci e degli Antichi Romani.

Mia Zia, nubile e senza figli, abitava proprio nel centro del paese, in una casa architettonicamente patrizia, che si sviluppava al pianterreno (mentre, il primo piano, era nella disponibilità di un’altra loro sorella: Ofelia) con due accessi, uno sulla principale “Via Brindisi” e l’altro sulla retro “Via Giravolte”.

Per raggiungere quest’ultimo accesso, oltre ad attraversare l’area interna della abitazione, di consistente ampiezza, bisognava passare anche lungo un grande giardino, coperto in buona parte da una enorme tettoia che, mio nonno, fino a poco tempo prima di morire (nel 1943), utilizzava come luogo sacro, corredato di ogni necessità, per allevare una muta di cani di razza “Setter irlandesi”, indispensabili per le sue battute di caccia (oltretutto mio nonno, Vincenzo Ferrari, fu, in vita, Campione di Tiro al Volo e di Tiro al Piattello ed io custodisco uno dei Trofei tra i più importanti della sua attività sportiva, donatomi da mia madre, che lo conservava gelosamente, conquistato da suo padre nel 1937, intitolato a: “I REDUCI DELL’IMPERO”). 

In particolare, ho il ricordo di una visita che facemmo a mia zia, una domenica sera di inverno, ma non so indicare l’anno esatto, perché custodito chissà in quale angolo delle profonde e remote pieghe della mia memoria. Arrivammo a S. Pietro Vernotico, mio padre, mia madre ed io, mentre il buio, con le sue nubi nere, avvolgeva il paese e, da “Nord”, tirava una tramontana fredda e gelida, con qualche spruzzata di grossi fiocchi di neve.

Entrati in casa di mia Zia, trovammo alcune sue amiche un po’ intirizzite dal consistente freddo, per proteggersi dal quale, avevano indossato sulle loro spalle degli enormi e pesanti scialli di lana, comodamente sedute dietro la grande vetrina di entrata, disposte in maniera circolare intorno all’immancabile braciere. Parlavano e parlavano, per raccontarsi le storie di vita vissuta, con riferimenti e citazioni paesane (e con qualche innocente pettegolezzo) il tutto corroborato dai soliti sospiri conclusivi, compressi e rassegnati, tipici delle donne di una volta.

La mia attenzione, invece, era rivolta ai carboni ardenti contenuti nel braciere, che distanziavo cautamente tra loro con l’apposito attizzatoio, scoprendoli, così, dal manto di cenere sotto il quale erano celati e, ciò, provocava la formazione delle immancabili “scintille” che, innalzandosi e a contatto con l’aria fredda, consumavano brevemente la loro scia.

Fuori, il lampione della strada, agganciato ad un grosso  cavo elettrico della rete pubblica, sospeso ad una decina di metri dal suolo, era disposto in modo tale da proiettare la sua luce in corrispondenza del centro della carreggiata.

Quella sera, però, il fanale, schiaffeggiato dalle folate provocate dal vento, forti e disordinate, illuminava i fiocconi di neve, che venivano giù ognuno per proprio conto, tanto da sembrare come stelle cadenti impazzite. Le “ombre” dei pochi passanti, coperti dalle sciarpe e dai baveri alzati, a causa del movimento fluttuante che quel lampione compiva in maniera imprevedibile, si stagliavano minacciosamente sull’asfalto e sulle facciate dei palazzi, ingigantendosi per poi rimpicciolirsi, in un andirivieni di una confusa alternanza di sagome, interpreti di un improbabile balletto, la cui scena che si determinava, sembrava quella di un “Set cinematografico”, degno del miglior film di Alfred Hitchcock (all’epoca tanto di moda).

Attratto dagli elementi della natura  che si stavano “scatenando” per strada, mi accorsi che, qualcosa dentro di me, mi imponeva una istintiva analisi di quel fenomeno che si presentava ai miei occhi e, incurante del gelo, appiccicai il mio volto e il naso sulla fredda vetrina di ingresso, spostando velocemente gli occhi in lungo e in largo, da destra a sinistra e viceversa, per osservare un insolito impianto compositivo, all’interno del quale, si distingueva quella straordinaria danza di “Silhouettes” altalenanti.

Fui distolto da quella eccitante visione, a causa di una voce femminile lontana, che veniva dalle mie spalle e che pronunciava il mio nome.

Girai lo sguardo verso l’interno della stanza e vidi mia zia Flora, “apparire” dal buio delle camere di dietro, che teneva nella mano sinistra un vassoio di dolci (preparati appositamente per me) mentre, tra le dita della mano destra, alzata a mezza altezza, reggeva con forza il manico della lampada a petrolio, tanto che le estremità dei suoi polpastrelli erano bianche e prive dello scorrere del sangue.

Negli antichi edifici, soprattutto nei paesi, malgrado ci fosse già la corrente elettrica in tutte le abitazioni (parliamo della prima metà degli anni ‘60), per spostarsi da una stanza all’altra, era buona abitudine da parte dei “padroni di casa”, usare le lampade a petrolio, non so se per risparmiare sui consumi e/o se per un uso ancora in voga. Qualunque fosse la necessità, mia zia Flora, non faceva eccezione.

Ciò che mi incantò in quel frangente, che poi mi rimase impresso per il resto della vita, fu come quella luce della lampada, flebile e tremolante, immersa nel buio pesto, “disegnasse” parte del volto e della corporatura di mia zia.

Ne rimasi estremamente entusiasta ed affascinato da quegli “effetti” e da quella immagine, tanto che, tornato a casa, cominciai a cimentarmi coi colori a cera, tentando di ricostruire su di un foglio da disegno, inizialmente in maniera grossolana, ovvero in un rudimentale impianto compositivo, ciò che avevo visto, lì, da mia zia e che avevo immediatamente elaborato attraverso la mia mente. In quel momento, in maniera del tutto casuale, avevo conosciuto il concetto pittorico del “Caravaggio”! 

In quegli anni, le case editrici più rinomate, offrivano ai dipendenti pubblici la possibilità e le condizioni migliori, per acquistare le enciclopedie di un certo valore commerciale, praticando particolari sconti. Mio padre non si sottrasse alla convenienza propostagli da un Agente di commercio e, nella sua veste di Impiegato presso la Prefettura di Brindisi, acquistò una straordinaria e pregiata collezione di Volumi d’Arte, che mi regalò in occasione del mio compleanno, quale tributo alla mia innata e precoce passione per il disegno e per la pittura.

Fu allora, che conobbi, di fatto, l’Opera del Caravaggio, innamorandomi perdutamente della sua Grammatica Pittorica e delle sue Tele.

Negli anni che seguirono, il mio studio fu rivolto in maniera analitica, verso i cinque sensi di cui è dotato l’uomo, assolutamente necessari, per tradurre in immagine le articolate composizioni grafico-pittoriche, studio che mi tornò utile molti anni dopo quando, da imprenditore, intrapresi la professione di grafico pubblicitario, specializzato nell’impiantistica promozionale e di arredo urbano.

Le mie ricerche sulle Arti visive, si soffermarono, In particolare, sul “senso della vista” e sulla necessità che essa ha, di avvalersi della luce, in un processo simbiotico, senza il quale, la “vista” stessa, perderebbe ogni efficacia. Studiai la contrapposizione dei volumi posti tra la fonte di luce e il buio, tra le ombre e le penombre e delle ipotesi che se ne potevano ricavare nel determinare i più svariati assemblaggi. Con gli anni, analizzai ed interpretai gli impianti compositivi del Caravaggio, poi evolsi la mia attenzione verso la contestualizzazione temporale e culturale in cui maturò la Pittura del grande Maestro milanese, ma anche del suo carattere di uomo moderno ed avanzato.

CARAVAGGIO E REMBRANDT A BERGAMO NEL 2000

Nel novembre del 2000, percorsi circa quasi 1.100 Km. per andare a visitare la “MOSTRA INTERNAZIONALE DEI MAESTRI DELLA LUCE”, organizzata presso il Palazzo G. Carrara dell’Accademia di Belle Arti di Bergamo, dove una Società altamente specializzata, aveva realizzato l’allestimento di arredo espositivo e l’illuminotecnica per la Mostra dei dipinti di Caravaggio e di Rembrandt. Consiglio a tutti, di visitare di persona il dipinto della “Deposizione”, che vidi in quella occasione, realizzato dal Caravaggio nel 1602, di dimensioni 203 cm x 300 cm., oggi esposto in permanenza, presso la Pinacoteca Vaticana di Città del Vaticano. Vi garantisco che dopo averlo osservato attentamente, nulla sarà più come prima nella Vostra vita.

SECONDA PARTE

Per “incontrare” la pittura del Caravaggio, dunque, dobbiamo fare un passo indietro nella Storia dell’Arte, di almeno tre/quattro secoli prima, rispetto al periodo in cui visse il grande pittore milanese.

LA PROSPETTIVA

In realtà, sin dal 1200, a partire da Giotto, la Pittura italiana, sente la necessità di andare oltre l’archetipo che le Arti Visive hanno sviluppato attraverso l’impianto compositivo, a quei tempi oramai consolidato, fondato, principalmente, su due sole delle tre dimensioni. Già nelle rappresentazioni dei Crocefissi di Giotto, per esempio, la esecuzione dei corpi, rappresenta una sorta di illusione della prospettiva o della profondità, se volete. Molti pittori del ‘200 e ‘300, realizzano opere, dipinti ed affreschi che appaiono privi della terza dimensione ma che dimostrano, chiaramente, come i Maestri dell’epoca intuiscano di essere ad un passo dalla scoperta tecnica per la “costruzione geometrica” della prospettiva. Comunque, dobbiamo attendere ancora un po’, più precisamente attorno al 1426, perché si concretizzi quella affascinante intuizione, ovvero quando il Masaccio, con le sue opere, si colloca proprio come il “traghettatore” del “passaggio storico” da una prospettiva intuitiva ad una prospettiva geometrica.

LA PROSPETTIVA AEREA                                                                                           

La prospettiva aerea, successivamente, consente una rappresentazione della realtà, che rispetta il mutamento dei colori, in relazione alla distanza e del progressivo sfocarsi delle immagini. Essa viene messa a punto, con esiti eccezionali, da Leonardo da Vinci attraverso il dipinto della Gioconda. Se la prospettiva lineare si presenta come una riduzione tecnico-scientifica delle dimensioni dei corpi in maniera progressiva, rispetto al punto di vista da cui trae l’immagine il pittore, la prospettiva aerea, diversamente, documenta il senso del vero, attraverso una diversa intensità coloristica, con la conseguente sfumatura dei paesaggi e dei fondali.

ILACARAVAGGIO                                                                                                          

Ed eccoci       

Quasi 150 anni dopo, irrompe sulla scena della Storia dell’Arte, il Pittore Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Il Pittore milanese, stravolge e getta via la conquista della prospettiva geometrica, alla quale i Maestri del ‘400 e del 500’ sono giunti da poco. Il suo dualismo caratteriale, interiore e materiale, lo porta ad estremizzare la sua esistenza, sia sociale che artistica, in un continuo conflitto tra la luce e il buio, tra il bene ed il male, tra la vita e la morte.

Con l’avvento della prospettiva, dunque, cambiano anche le regole del gioco, come pure le condizioni storiche dell’arte. Ciononostante, le genialissime intuizioni del grande Pittore milanese, accompagnano la speranza dell’uomo moderno che, l’antesignano Merisi, incarna perfettamente, attraverso le quali, cerca di divincolarsi da una società che non è a misura d’uomo.

LA FUNZIONE DELLA PROSPETTIVA NEI DIPINTI DEL CARAVAGGIO                                                                       

I suoi dipinti, sono avvolti dall’essenza che circonda il “Mistero dell’Uomo “(concetto, questo, enunciato e riaffermato nel 2001, anche da Papa Wojtyla, il quale così si espresse:…”Gli Artisti sono gli interpreti privilegiati del Mistero dell’Uomo)” e, che, il Caravaggio, pone al centro della messa in scena dei suoi impianti compositivi, usando una grammatica pittorica tradizionale, di “maniera” ed “universale” e, quindi, facilmente leggibile da tutti. Annullando, però, la prospettiva, che i Maestri del ‘200 e del ‘300 hanno tanto cercato e, alla fine, geometricamente trovato. Al Caravaggio non serve la terza dimensione. Caravaggio, nella maggior parte dei suoi dipinti, annulla completamente il fondale prospettico, ritenendolo superfluo e dispersivo per l’osservatore che, diversamente, si distrarrebbe dal contenuto del suo messaggio. Colora di scuro i suoi fondali, per rappresentare il buio pesto, assolutamente necessario per esaltare la fonte di luce. Ciò gli consente di assemblare i soggetti al centro dei suoi impianti compositivi, ponendoli, appunto, tra la luce ed il buio, usando la proiezione del fascio di luce, come elemento devastante, atto a dipingere i corpi e le fattezze fisiche dei personaggi che rappresenta di volta in volta, puntando dritto al nucleo della drammaticità narrativa,  che egli sa interpretare struggentemente. I suoi colleghi pittori contemporanei, lo accusano di colorare di scuro i fondali dei suoi dipinti, solo per velocizzare e per riempier con facilità i grandi spazi. Il Caravaggio reagisce con veemenza contro chiunque osi sostenere una cosa del genere

LA CONTESTUALIZZAZIONE DEL PENSIERO PITTORICO DEL CARAVAGGIO

La contestualizzazione del pensiero di Michelangelo Merisi, trova maggiore evidenza e collocazione, nella sua opposizione concettuale verso la struttura della Società del suo tempo, che mal sopporta, soprattutto nelle sue variabili quotidiane, dalle quali, il Pittore milanese, rifugge senza “se” e senza “ma”, immergendosi, così, in una sorta di solitudine intellettuale, tormentata e tormentosa. Realtà sociale, denunciata anche dallo stesso Alessandro Manzoni 200 anni dopo, col suo Romanzo dal titolo

“I Promessi Sposi”, la cui trama, è ambientata proprio nel 600’, secolo in cui visse Michelangelo Merisi.

Certo, il Caravaggio per tutto il percorso della sua breve vita, predica e pratica la libertà individuale, quale forma di anarchia comportamentale, che difende a spada tratta (mai definizione fu più azzeccata), scevra da ostacoli di ogni ordine e misura, atteggiamento che lo mette, però, nella insana condizione di fuggire di gente in gente, di terra in terra, seminando nemici in ogni dove. Al contempo, il Caravaggio, è cosciente del fatto che la prepotenza del Potere iniquo, nulla può contro la forza dell’Arte, non può ostacolarla, non può condizionarla. Ma sa, anche, che gli assoggettamenti posti in essere dal “Potere iniquo” contro l’uomo qualunque, per quanto ben architettati, hanno il limite di un “Tempo” e di una “Storia”, poi tutto svanisce. Infatti… “…della oscura storia dei potenti e prepotenti di quell’Epoca, non rimane nulla se non la loro polvere, mentre L’Opera del Caravaggio, diversamente, rimane, nella sua grandiosità, indistruttibile per l’Eternità.

Michelangelo Merisi intuisce che, tra gli “Ultimi”, i “Deboli” i “Perseguitati” e gli “Ammalati”, sia più facile trovare Amore, Sostegno e Solidarietà, ovvero, il terreno fertile che gli consente di esaltare la sua innata genialità interpretativa e spirituale. Per i temi pittorici che tratta, riferiti alla “nascita”, alla “morte”, al “potere”, al “vivere quotidiano” e/o all’evento sublime e/o mistico, usa come modelli, le persone umili che sceglie tra quelle che incontra casualmente per strada, “vestendole e ritraendole” con gli abiti iconografici della sacralità patrizia e religiosa. Uno stravolgimento artistico ed intellettuale che procurò, a Caravaggio, una enorme quantità di nemici e di contestatori. Che grandezza!!! Non vi è dubbio che si tratti di un uomo moderno, innovatore, precursore ed anticipatore di una rivoluzione culturale che, poi, fu tipica degli uomini del ‘900.

IL CARATTERE VIOLENTO DI CARAVAGGIO 

Piuttosto che definire Caravaggio un assassino, colpevole di omicidio colposo, è tempo di riflettere su come lui vedeva il mondo diversamente, perché il cambio di percezione è stata la sua maggiore eredità.                                                                            

In molti hanno scritto del Caravaggio, rappresentandolo come un uomo violento, un criminale, un folle. Provo, invece, a dare una visione diversa di lui, secondo la mia personale opinione che attinge, però, ai fatti storici inconfutabili.

Il secolo a cavallo tra il 500’ e il 600’, è storicamente identificato come “il Tempo di Cappa e Spada”, dove ogni questione insorta tra gli uomini d’onore (anche da quelli con meno onore) e tra gruppi rivali, si risolve in duelli maturati per la iniziativa e in forza dei più ardimentosi, dei più rissosi e dei più attaccabrighe, peraltro senza porsi alcun limite, senza tanti complimenti ed anche per futili motivi. Quindi, non è una prerogativa solo del Caravaggio, quella di “sistemare i conti” passando per le vie di fatto, ma rappresenta un uso ed una consuetudine di quel periodo storico.

Naturalmente, senza voler prendere in esame il “punto di vista giuridico” di quel tempo e al netto delle responsabilità personali che ogni azione comportava.

Secondo un articolo apparso sulla Rivista FOCUS, ecco cosa provocava, a quei tempi, il disonore e quindi, per chi lo subiva, la assoluta necessità di sfidare l’avversario in duello: …”La peggiore offesa era il mancato rispetto della parola data, che poteva voler dire anche insidiare la moglie altrui. Ma a volte bastava molto meno, uno sguardo storto e piccole provocazioni in seguito alle quali, “l’Offeso”, non poteva esimersi dal difendere il suo Onore sfidando l’avversario in duello…Sostiene un testimone vissuto in quel periodo: …Molte volte mi offende alcuno passandomi innanzi nello entrar di una porta, talhora mettendosi nel più degno luogo et più alto della strada, sovente occupandomi una seggia.  (FONTE FOCUS)

LA MORTE DI MICHELANGELO MERISI DETTO IL CARAVAGGIO                                                                                     

Vale la pena ricordare quanto riportato ufficialmente dalle cronache del tempo, ovvero che la sera del 28 maggio 1606, dopo una lite (ultima di una serie avvenute in precedenza tra i due contendenti), a causa dell’ennesimo scontro di gioco chiamato “pallacorda”, un tale di nome Ranuccio Tommasoni, sentendosi offeso, sfidò e ferì seriamente il Caravaggio, il quale, per tutta risposta, lo uccise. A seguito di quell’episodio, Merisi dovette fuggire e, malgrado ciò, la sentenza per il delitto del Tommasoni, fu implacabile: Caravaggio fu condannato alla decapitazione e “chiunque l’avrebbe potuta eseguire”, se solo l’avesse incontrato per strada. Il Pittore Michelangelo Mersisi, detto il Caravaggio, sfuggì alla Giustizia e dopo numerose peregrinazioni, che lo portarono anche fuori dall’Italia, giunse a Porto Ercole il 18 luglio 1610, dove morì di morte naturale (?) all’età di trentanove anni.

CARAVAGGIO MORI’ DI MORTE NATURALE O FU UCCISO?                                                                                         

 A seguito delle mie personali ricerche,  ritengo necessario porre una domanda a me stesso: “…Caravaggio, morì realmente di morte naturale o, così come è stato ipotizzato anche da alcuni Studiosi dell’Università di Napoli, fu ucciso dai Sicari di quel “Potere” che pure, si, gli aveva sempre riconosciuto la genialità artistica innata di cui era dotato, peraltro ambendo alle sue Opere, ma, di contro, lo aveva considerato comunque un “Uomo” indomabile, marchiato dalla giustizia ed assolutamente pericoloso per gli equilibri delle diverse sovranità di quel tempo. Comunque, Caravaggio, ancora oggi, è motivo di studio e di revisitazione storica ed artistica.
Chiudo con le parole di Keith Sciberras citate nel suo articolo “Caravaggio obbediente” del numero di giugno del “Burlington Magazine:…Piuttosto che definire Caravaggio un assassino, colpevole di omicidio, è tempo di riflettere su come lui vedeva il mondo diversamente, perché il cambio di percezione, è stata la sua maggiore eredità”.

Caravaggio, ancora oggi, rimane al centro del revisionismo storico ed artistico dei maggiori studio del mondo.

Comunque sia andata, quel giorno del 18 luglio del 1610, a Porto Ercole, non è morto solo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio ma, anche e soprattutto, il suo “Genio”, che avrebbe potuto realizzare ancora chissà quante altre opere, magari già progettate nella sua mente e che, noi, purtroppo, non conosceremo mai.

Roberto Chiavarini

OPINIONISTA DI ARTE E POLITICA

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