Addio piano Marschall 31 dicembre 1951

Politica regionale, nazionale e internazionale

Nel dicembre del 1951, in molte scuole italiane, giunsero dei cartoncini destinati agli alunni. Bastava ritagliare le figure e quindi con un po’ di colla metterne assieme i pezzi e costruire casette, opifici, quartieri, a rappresentare, a futura memoria, l’immagine di un Paese ricostruito. Era l’addio del “Piano Marshall” (1947-1951) e quindi degli aiuti “Erp” all’Italia.

Occorre avere molti capelli bianchi, ovvero esserne del tutto privi per ricordare cosa fu e cosa rappresentò quel piano per l’Europa occidentale ed in particolare per il nostro Paese.

Alla fine della seconda guerra mondiale, combattuta a causa dell’ignavia di politici proni e di alti generali comandanti indolenti e timorosi di perdere galloni (monarchia compresa), agli italiani erano rimasti solo occhi e lacrime. Lo stato d’animo era quello mirabilmente espresso in poche righe apparse sui muri di Roma dopo l’arrivo degli alleati; “Andatevene tutti e lasciatici piangere da soli”.

In quell’Italia a pezzi, tra razionamenti alimentari e le Am lire d’occupazione, in un clima di sovranità nazionale limitata, ecco giungere gli aiuti “americani”. I vincitori che davano una mano ai vinti? E’ così ma c’è del calcolo in ciò.

Gli stati uniti d’America, infatti, non avendo, in concreto, subito bombardamenti distruttivi in casa, al termine del conflitto potevano disporre di risorse economiche e industriali del tutto assenti in altri Paesi a causa degli eventi bellici. Ma a chi vendere i beni prodotti se la maggior parte dei potenziali acquirenti era ridotta sul lastrico? E qui spunta l’idea che univa l’utile al dilettevole: aiutare le Nazioni immiserite a rimettersi in sesto, purché col denaro novello avessero acquistato quasi esclusivamente beni “made” in USA. Senza contare che “ le beau ceste” avrebbe avuto uno sviluppo politico notevole, specie in termini di attrazione nell’orbita occidentale dei Paesi oggetto del soccorso.

Quando il 5 giugno del 1947 il segretario di stato USA, G.C. Marshall, propose l’European Recovery Program, più noto come ERP (Programma di Ricostruzione Europea), la cui operatività ebbe inizio il 3 aprile dell’anno seguente, forse, neppure lui, immaginava il gran successo del progetto, riscosso da subito. Infatti, con esclusione delle nazioni gravitanti attorno all’Unione Sovietica, vi aderirono oltre all’Italia anche: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Svizzera e Turchia. Come si vede ne usufruirono anche Nazioni vincenti come la Gran Bretagna e la Francia (?) che come dirà Charles de Gaulle, aveva perso la battaglia ma vinto la guerra, e neutrali come Svizzera, Svezia e Portogallo.

Non v’è alcun dubbio che gli aiuti Erp costituirono per l’Italia la biblica manna dal cielo. Avemmo macchinari, beni alimentari, combustibile, materie prime e semilavorati, noli, prodotti agricoli e medicinali. Se ne avvantaggiarono migliaia d’industrie, anche le edili, e non poteva mancare la Fiat. Rispetto al nord il meridione d’Italia ricevette meno ma, in ogni caso, era sempre più del misero futuro che si stagliava all’orizzonte. Tra quei pacchi, giunti per mare e per aria, arrivava anche la panacea per tutti i mali, la “Penicillina” e quindi la “Streptomicina” che già si conoscevano dalla primavera del 1945. Le prime dosi, considerate “cose divine”, furono gestite da appositi comitati di medici provinciali, con l’obbligo di conservazione in ghiacciaia (a volte ritornano) e la raccomandazione di non sprecare neppure una goccia delle rare dosi. In quell’anno anche Gorni Kramer, famoso direttore d’orchestra delle sedi RAI di Milano, Torino e Roma, incise un brano strumentale intitolato “Amo la penicillina”.

Nell’aprile del 1948 il quotidiano il “Tempo” pubblicò un’intervista rilasciata dall’allora vice presidente del Consiglio e ministro del Bilancio Luigi Einaudi che diverrà pochi mesi dopo il secondo Presidente della repubblica Italiana.

In merito agli aiuti ERP chiarì: «Il Piano Marshall forse può essere paragonato a una medaglia a due facce. La prima è quella del dono: gli Stati Uniti, durante l’anno 1948, daranno all’Italia circa 700 milioni di dollari corrispondenti, al cambio corrente, a circa 400 miliardi di lire. Nel momento attuale, questo dono è necessario. Mentre, avanti la prima guerra mondiale sovrattutto, e poi anche avanti la seconda, la bilancia dei pagamenti italiani si chiudeva in pareggio (e prima del 1914 si chiudeva in avanzo) le cose sono ora profondamente cambiate dopo la guerra. Sino al 1914 l’Italia ha avuto una bilancia di pagamenti internazionali in attivo. Uno dei fatti più interessanti della storia economica italiana è stato infatti che dal 1860 sino al 1914 l’Italia, che quasi non aveva precedentemente riserve auree presso i suoi istituti di emissione, era riuscita ad ammassarne una superiore a un miliardo di lire – vecchie – e a rimborsare praticamente tutti i debiti contratti all’estero per le guerre d’indipendenza e per la costituzione della sua attrezzatura economica (ferrovie, porti, bonifiche, industrie). Nell’intervallo fra le due grandi guerre la posizione era leggermente peggiorata, ma sino al 1939 la bilancia dei pagamenti internazionali si poteva dire ancora in pareggio. Parecchi fattori contribuivano a questo fatto: le rimesse degli emigranti italiani all’estero, le spese dei turisti stranieri in Italia, i noli della marina mercantile italiana ecc. La seconda guerra ha mutato profondamente questo stato di cose: diminuiti per la distruzione della flotta mercantile, i noli; ridotte moltissimo le rimesse degli emigranti; scemate le spese dei turisti; scomparso praticamente il mercato tedesco che assorbiva la maggior parte dell’esportazione ortofrutticola italiana, la bilancia dei pagamenti internazionali si può dire sia in avanzo all’incirca di quella somma di quattrocento miliardi di lire che costituisce l’ammontare del dono che il Piano Marshall promette all’Italia per l’anno in corso. I doni americani consistono, come è noto, nella fornitura gratuita di frumento, carbone, combustibili liquidi e di quelle altre materie prime di cui l’Italia ha bisogno e che non può pagare col prodotto delle sue esportazioni. Non credo vi possano essere dubbi sull’utilità di tutto questo per l’Italia. Se gli Stati Uniti non facessero questo regalo noi non avremmo frumento abbastanza per alimentare la popolazione italiana e non avremmo i mezzi per procurarci il carbone e i combustibili liquidi necessari all’alimentazione delle nostre industrie. Le conseguenze dirette della mancanza di questo dono sarebbero: deficienza di nutrizione per la popolazione italiana e incremento notevolissimo della disoccupazione».

Alla domanda in cosa consistesse l’altra faccia della medaglia, così rispose: «È quella dell’uso imposto al Tesoro italiano per il ricavato della vendita dei prodotti ricevuti. Gli Stati Uniti infatti ne chiedono il pagamento».

Osservò il giornalista: «Ma se il Tesoro italiano deve pagarlo, non si tratta più di un dono».

La risposta fu: «È sempre un dono. Gli Stati Uniti pretendono che il Tesoro italiano, ricevendo 400 miliardi di lire di frumento, carbone, combustibili e materie prime, ne versi l’intero ammontare – e intiero vuol dire il prezzo completo che si dovrebbe pagare per acquistare queste materie prime negli Stati Uniti o altrove – in un “fondo-lire” presso la Banca d’Italia. Che cioè il Tesoro paghi a sé stesso cosicché l’Italia misuri interamente la portata di questo dono e possa attraverso il Parlamento e gli altri organi incaricati di deliberare in materia, decidere il migliore impiego del denaro accumulato».

Luigi Einaudi, piemontese, classe 1874, laurea in giurisprudenza, insegnante di Scienza delle finanze all’Università di Torino, incaricato di Legislazione industriale ed Economica politica al Politecnico di Torino, nonché docente di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano, legato al Partito Liberale e con un  trascorso di giovane socialista vicino a Turati, ne masticava di economia mista a politica.

Se a seguire in Italia arriverà il boom economico, il frigorifero e la Tv per tutti, l’espansione della motorizzazione e l’Oscar per la stabilità della lira, lo dobbiamo a quella massa di aiuti proveniente da oltre oceano, deliberati nell’ambito di un piano politico economico volto anche a tenere lontano dall’Unione Sovietica le democrazie beneficiate.

Abbiamo pagato un “prezzo” a tutto ciò? Se prezzo vi fu e vi è, si chiama “alleanza”, con tutto ciò che ne discende, con luci e ombre. Alleanza è anche tolleranza o non è.

L’ultimo regalo dell’Erp fu dedicato ai giovani scolari italiani; quel rettangolo di cartoncino colorato, da ritagliare, piegare, incollare per fare un’immagine della nuova Italia. Fu offerto alla nuova generazione degli anni ‘50 che della guerra ricordava quasi nulla ma che di lì a poco sarà destinata a camminare da sola.

E ne abbiamo fatto di strada, noi, tra “Bughi bughi” e “Gechegè”, col cartoncino sotto il braccio e i capelli sempre più bianchi.

Giuseppe Rinaldi