Gli uomini nei muri

Gli uomini nei muri

Mi sono chiesto spesso in questi mesi se si tratti solo di paura. Se il terrore indotto dal sistema mediatico in un pandemia e gestita in barba ad ogni protocollo e conoscenza scientifica, fatto di annunci che si auto avverano grazie alla possibilità di “dosare” opportunamente l’epidemia attraverso test non codificati e utilizzati in maniera da ottenere qualsiasi risultato si voglia ( Manuale di difesa: il raggiro dei tamponi spiegato bene ) , sia sufficiente a nascondere la mistificazione  in senso tragico di una sindrome influenzale trasformata in peste che viene negata dall’esperienza concreta e personale di milioni di persone, oltre che dagli stessi dati. Tanto più che queste fede  cieca in ciò che viene annunciato comporta non solo sacrifici, segregazioni, isolamento, ma la perdita massiccia di lavoro e di reddito che di solito costituisce un vaglio troppo sottile per far passare distorsioni di realtà troppo grossolane come questa. Non, non credo che sia soltanto la paura del morbo, ma vero e proprio terrore del conflitto: ci si rende conto che ribellarsi alla narrazione pandemica e alle sue conseguenze significa non soltanto doversi battere contro l’intero sistema,  ma avere anche un’idea di mondo e di futuro che si sono completamente persi, uscire dalla contrattazione minima del quotidiano, del cabotaggio politico nello stagno e mettersi in  mare aperto. In realtà la mistificazione funziona così bene non solo perché i “resettatori” per via pandemica  hanno in mano tutta la comunicazione e buona parte delle istanze sanitario – politiche, ma perché possono contare su un antropologia nella quale l’idea di conflitto che è insita nella democrazia, è stata completamente lobotomizzata.

Il conflitto per sua stessa natura implica che vi sia un alternativa – e naturalmente questa c’è sempre perché fa parte della struttura del mondo- mentre uno dei capisaldi necessari dell’egemonia neo liberista recita che la realtà economica in senso ultracapitalista è l’unica possibile ora e per sempre: quasi tre generazioni si sono susseguite nella certezza di questo eterno presente, privati di ogni idea di dialettica storica, intenti a sognare oggetti del desiderio e non un’evoluzione dei rapporti sociali, completamente spinta sotto l’orizzonte perché non fosse più visibile. Come potrebbero queste generazioni ribellarsi, anche se si accorgessero di essere state giocate? Dovrebbero entrare in conflitto col sistema e dunque anche con se stesse, dovrebbero scoprire un modo completamente diverso di pensare e uscire da quell’indole neghittosa e passiva che è stata così accuratamente indotta e coltivata come un’ipnosi, quel modo di vivere negli interstizi della società, “uomini nei muri” come negli anni ’50 venne pure immaginata una società distopica e parassitaria, quasi una disponibilità a campare delle briciole che vengono distribuite e a cercare comunque una tutela altrove anche a costo di ogni sottomissione, una rinuncia all’indipendenza e all’autonomia vera in cambio di quella “giocattolo” che si riferisce unicamente alla sfera individuale che oggi viene sottratta. Il rapporto Censis, ancorché molto probabilmente falso, come accade ormai regolarmente nel sondaggismo legato al potere, porta traccia di tutto questo nell’ esorbitante noncuranza degli italiani per la libertà.  Non bisogna confondere la capacità di opporsi in modo radicale con l’espressione di malcontento che reclama un presunto e ideale funzionamento della società stessa: in questo caso non vengono messi in gioco in fondamentali, anzi essi vengono paradossalmente ribaditi e fatalmente tutto si risolve in nulla, in traiettorie simili a quelli dei fuochi artificiali che dopo aver illuminato il cielo lasciano solo odore di pirite. Si tratta di un enorme equivoco perché ciò che normalmente viene interpretato come una deviazione da un funzionamento ideale è invece assolutamente dentro la logica di sistema: e in effetti in molti movimenti di protesta mancano proprio dell’elemento principale, ossia il senso del conflitto tra due visioni divergenti. Troppo impegnativo, troppo impensabile.

Si potrebbero fare mille esempi in cui si sopporta qualunque cosa per evitare il conflitto e probabilmente ognuno di noi ne ha una qualche esperienza ed è proprio per non entrare in diretta collisione col sistema che si lascia convincere dalla pandemia, quasi che non opponendo resistenza, ubbidendo ad ogni più incredibile disposizione, farsi iniettare un vaccino non sperimentato si possa far finire la tortura, senza comprendere che invece proprio questa acquiescenza alla perdita di libertà, spingerà il potere a continuare su questa strada. Solo quando si accetterà di nuovo l’idea di conflitto, come motore della storia e delle idee si avrà il coraggio di chiamare tiranni quelli che ora fingiamo di chiamare salvatori.


Redazione

Redazione