Rogo della Thyssenkrupp di Torino del 6 dicembre di tredici anni fa

Cronaca

La città di Torino ricordi brutti ne ha nella propria bisaccia. Senza andare molto lontano, i pesanti bombardamenti dell’ultima guerra, le morti fratricide (nel vero senso del termine, narrate sottovoce negli androni di antichi palazzi) al tempo della “resistenza”, la sciagura di Superga ove perì il Grande Torino, il terrorismo e le sue vittime, l’incendio del cinema Statuto con i suoi 64 morti e, più di recente, il rogo della ThissenKrup, nel 2007.

L’azienda tedesca, con il suo indiscusso primato europeo nel settore siderurgico, giunge nel capoluogo piemontese nel 1994, attraverso l’acquisto di parte della “Acciai Terni”.

Prima della definitiva chiusura, nel 2008, avvenuta prima del tempo stimato attraverso un accordo tra sindacati e istituzioni, lo stabilimento era ubicato quasi alla fine di corso Regina Margherita, vista monti, con di fronte il Parco della Pellerina. Al suo interno operava la linea 5, adibita alla ricottura e decappaggio dell’acciaio, quella stessa che nel febbraio del 2014 sarà smontata e trasferita a Terni, presso le Acciaierie di Viale Brin.

La tragedia ebbe inizio nella notte tra il 5 e 6 dicembre del 2007, subito dopo le operazioni di riavvio dell’impianto rimasto inattivo per un fermo tecnico di manutenzione. Un operaio, dopo il riavvio, si accorse che l’irregolare scorrimento di un nastro, provocava nello sfregamento contro il metallo delle scintille trasformatesi tosto in un incendio, a causa della presenza in loco di carta imbevuta di olio, non rimossa a dovere dall’apposito dispositivo della linea. Allarmata immediatamente la sala di controllo, il personale prelevò gli appositi estintori, posti lungo la linea, ma il loro utilizzo non fu sufficiente a domare le fiamme. Si ricorse, pertanto, all’uso delle manichette antincendio, ma, contemporaneamente, il fuoco danneggiò un tubo flessibile pieno d’olio ad alta pressione il quale incendiandosi creò una grande nube che investi in pieno sette lavoratori, uno dei quali morì quasi subito e i rimanenti sei nel giro di un mese. Uno, Antonio Boccuzzi, intento ad aprire l’acqua per gli idranti si salvò, recando ferite non gravi.

L’incidente è tra i più gravi dell’Italia contemporanea. Perirono: Antonio Schiavone, 36 anni; Roberto Scola, 32 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Bruno Santino, 26 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26nni; Giuseppe Demasi, 26 anni.

I sindacati denunciarono immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. A dare man forte in questo senso furono le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi al momento e sul posto dell’incidente. Si parlò di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti mal funzionanti, assenza di personale specializzato. A ciò andava aggiunta la stanchezza fisica di alcuni lavoratori coinvolti nell’incidente, presenti in fabbrica ininterrottamente oltre il normale turno tanto da accumulare straordinario pari a quattro ore.

Come già accennato l’opificio di Torino sarebbe stato dismesso da lì a qualche anno, logica conseguenza, per l’accusa, la mancanza da tempo di investimenti e adeguamenti in termini di misure di sicurezza.

Lunga e tortuosa fu la via giudiziaria. Ipotesi di reato; omicidio volontario, incendio doloso e omissione di misure antinfortunistiche.

Il 15 aprile 2011 la Corte d’assise di Torino, sezione seconda, condanna: Herald Espenhahn, amministratore delegato della società “THYSSENKRUPP Acciai Speciali Terni s.p.a.”, a 16 anni e 6 mesi di reclusione. I manager Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Daniele Moroni, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri a  pene dai 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi.

Il 28 febbraio 2013 la Corte d’assise d’appello riforma il primo giudizio, non riconoscendo l’omicidio volontario, ma l’omicidio colposo, riducendo di conseguenza le pene agli imputati: 10 anni a Herald Espenhahn, 7 anni per Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni per Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, 9 per Daniele Moroni.

Il 24 aprile 2014 la Suprema Corte di Cassazione pur confermando le responsabilità dei sei imputati ordina un nuovo processo d’appello per ridefinire le pene.

Dal che, la Corte d’Appello di Torino il 29 maggio 2015 dispone: 9 anni ed 8 mesi a Espenhahn, 7 anni e 6 mesi a Moroni, 7 anni e 2 mesi a Salerno, 6 anni e 8 mesi a Cafueri, 6 anni e 3 mesi a Pucci e Priegnitz.

Pene confermate il 13 maggio 2016, a conclusione di un successivo intervento della Cassazione stessa.

I manager italiani sono entrati in carcere il giorno dopo il verdetto, non così i responsabili tedeschi che hanno fatto di tutto per evitare le carceri germaniche, riuscendo ad ottenere una carcerazione parziale: la notte in galera e di giorno liberi di lavorare. In esecuzione di ciò il 2 luglio scorso uno dei due si è presentato per trascorrere la sua prima notte in cella, la sua identità non è stata resa nota; trattasi di  Herald Espenhahn o di Gerald Priegnitz?

Delusione cocente per le famiglie delle vittime. Meno per l’ex magistrato Raffaele Guariniello, coordinatore delle indagini nel 2007, che così, dottrina alla mano, argomenta: “Passare la notte in un carcere significa, in ogni caso, privazione della libertà … E’ una forma di esecuzione di una condanna…i due condannati non sono a piede libero”.

Senza volerla buttare subito in politica e rammentare quanto sia autorevole la nostra presenza in Europa, è legittimo chiedersi: chissà cosa sarebbe accaduto a nostri dirigenti in un caso uguale ma a parti invertite?

Giuseppe Rinaldi