Recensione di Maria Pia Latorre ‘E dedalo è in me’ Elena Diomede

Recensione di Maria Pia Latorre ‘E dedalo è in me’ Elena Diomede

“Un lettore attento della poesia, o un esperto di essa, è, in genere, un esperto di sé. Perciò l’esperienza poetica potrebbe o dovrebbe consistere in una continua messa in crisi dei luoghi comuni e delle impalcature di opinioni che si accettano acriticamente”, con queste parole prende l’abbrivio la Prefazione, a cura di Leo Lestingi, del volume E dedalo è in me, ultima fatica poetica di Elena Diomede,

Elena Diomede, oltre che fine poetessa, è squisita e attivissima animatrice culturale, attenta e competente esperta di problematiche educative, e aggiungo, fuori dalle righe, splendida iconica donna, che dall’alto della sua ampia e matura esperienza afferma: “per la parola condivisa, la Poesia si trasforma in un potente spettacolo di vita” e ancora “come davanti all’amore, la lingua della poesia si dimostra ospitale”, nella introduttiva lettera aperta ai lettori. E dedalo è in me, (titolo che è anagramma perfetto del nome dell’Autrice), è un canto d’amore, dall’inizio alla fine, tanto purissimo quanto sofferto nella constatazione della sua fragilità, della sua vulnerabilità, dello stesso tradimento che fa a se stesso, quando non mantiene le promesse e né la propria essenza. “Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese”, ha affermato Simone Weil, e questo dono poetico pare appunto frutto di un’attesa, una lunga e sedimentata attesa.

Il libro è corredato di bellissimi ritratti dell’Autrice, realizzati dalla fotografa Marina Damato, che costituiscono una doppia  traiettoria di percorrenza, lunga quanto tutto lo svolgersi del percorso poetico, adornandone di maggior bellezza i tratti; nel primo di questi ritratti Elena Diomede (il cui nome già di per sé riecheggia la bellezza mitica e antica dell’eroina greca) impersona il misticismo della poesia, vestendo Ella stessa i panni della dea-Poesia.

La silloge è suddivisa in quattro sezioni, ospitate nelle braccia di Amore: I luoghi dell’anima, L’amore sospeso, Dedicate, Animalia, tutte ben strutturate e centrate sui sotto-temi che le definiscono, ma tutte intrise di amorevole pietas (sentimento che discende direttamente dall’amor, nell’accezione latino-cristiana) per cui la Diomede parla con Dio e con lui intrattiene un dialogo serrato “ti incontro ogni giorno, Dio”, e consegna il suo “vigile occhio del cervo e cuore di bianca colomba” al dispiegarsi della vita quotidiana, con le sue fatiche, le sue grandi tribolazioni, ma con l’intima certezza della purezza della sua anima.

La prima sezione ferma in immagini momenti, avvenimenti, situazioni del quotidiano, rielaborandole in profonde riflessioni che Elena Diomede rende, poi, in versi carichi di pathos e di intima pietas.

In L’amore sospeso è la natura a parlare, una natura fatta di cieli, di lune, di solstizi, di rose e ghiandaie: “Nella quieta campagna/ quiete memorie/ su creste di nembi/ volano effimeri pensieri/ e carico di luce/ si profila il giorno/ nel settembre azzurrino/ a danzarmi l’anima/ mi tiene compagnia/ il passero canoro”, una natura bucolica che sostiene il dolore interiore dell’Autrice, se pur consapevole del post-moderno che ci attanaglia, che ci vuole ingabbiare, spersonalizzare, irregimentare, anestetizzare. Ma l’Autrice non ci sta e prende in mano la propria inquietudine per adornarsene come una collana preziosa.

La sezione Dedicate si apre con gli splendidi versi di Mariangela Gualtieri: “Ma se non ci fosse il cielo diurno o quello/ stellante cielo se. Come bruchi/ noi, allora, come fiori schiacciati/ nei libri” che ben caratterizzano l’indole della Poetessa, così calata nelle essenze della natura, come infaticabile bruco che ha in sé la potenza di farfalla, ma è anche un fiore schiacciato in un libro, evocativa immagine di bellezza sacrificata alla distruzione del tempo; e sempre la natura che viene in soccorso nell’immagine di un cielo diurno o stellante, e dunque, anche nell’esergo, troviamo piena coerenza alla dichiarata e limpida poetica della Diomede, che si spiega in ampi movimenti di generosità in questa sezione del libro, tutta dedicata all’umanità che ha vissuto in prima persona l’amore infinito della Poetessa verso la vita, anche quando lei stessa deve lottare contro l’odio, contro la cattiveria umana, con il male sempre inspiegabile e sempre ‘banale’ che riempie gli spazi della vita. In questa sezione si dispiega compitamente il trionfo di quell’amor e di quella pietas a cui prima si accennava, elementi portanti del sentire poetico di Elena Diomede, declinati in struggenti liriche che accarezzano con lievità il cuore, tanto sono delicate ed eteree: “Non sai la nostalgia/ che di te m’involge/ sorella mia/ sorella forte e mite/ nel sole degli ingiusti mattini”; quale canto di dolore ha raggiunto toni così intensi e potenti ma nello stesso tempo dignitosamente composti?

Un altro tratto personale caratteristico della Poetessa, che ho il continuo il piacere di imparare sempre più a conoscere, è una carica di forte ironia che ne veste e avvolge ogni singola sfaccettatura; un’ironia elegante e raffinata quanto acuminata che l’Autrice vive come stile di approccio alla vita e che ne rallegra i colori perché, alla fine, lei ironizza per sorridere e far sorridere, ed è questo un buon modo per prendere le distanze dalla realtà immanente e imperfetta. E trovo in questo altro motivo di elevazione poetica della Nostra.

Nell’ultima sezione, Animalia, si vive proprio il trionfo di questa ironia, sorniona come i gatti che la Diomede tanto ama e che riempiono una certa parte della sua vita: “come il più tenace dei/ questuanti/ tenace e petulante/ insidi – prima ancora dell’alba– / la porta chiusa/ della mia stanza” o “Vesti stivali di velluto bruno/ sotto il glacé del tuo mantello/ sovrabbondante/ ed una mascherina da brigante”, esempi di come l’ironia sia intimamente impastata con i tratti caratteriali della Poetessa. Se il titolo dell’opera è un anagramma del nome dell’Autrice, proponiamo, sempre dal suo nome, un logogrifo: “dà miele”, sì perché questa poesia è carezza e unguento per il cuore, e va centellinata come un balsamo curativo dell’anima.

Un altro elemento distintivo nell’Autrice è la ritrosia, il decidere per sé una postura che è sempre un passo indietro, per prendere le distanze dalla realtà e osservarla mentre essa va. Tratti che potremmo definire pessoiani, con un Io che osserva e che fa suo il mondo esterno e facendo ciò annulla l’Io stesso, mentre l’assapora il ‘nulla’ giornaliero che produce inquietudine: “Penso a volte che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores. E se lo scrivo, mi sembra l’eternità”, così apre Fernando Pessoa il suo capolavoro, il Livro do Desassossego, il  libro dell’inquitudine, la stessa che corre in E Dedalo è in me, dove l’immagine del mito greco s’inserisce perfettamente nel solco della ricerca di un annullamento dell’individualità, nel lento stemperarsi e disfarsi delle cose della realtà esterna a contatto con la stessa coscienza, coscienza che, a sua volta, assume in sé la realtà e si annulla in essa e con essa: “Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare: E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere”; ecco che in queste poche battute di Pessoa è racchiusa tutta una modalità di intendere e approcciare alla vita (e dunque, per la Nostra, alla poesia), cosa che in E dedalo è in me riesce mirabilmente, per quel modo straniato e iconico di verseggiare della poesia, per come Elena Diomede si porge a noi moderna sibilla, o dea-Poesia.


Redazione

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