Quando il protocollo di Stato si intreccia con la storia d’Italia

Diritti & Lavoro

Un libro di Enrico Passaro, a capo dell’ufficio che organizza gli eventi di palazzo Chigi, sulle regole dei riti della Repubblica: dal passaggio della campanella al piazzamento per i posti delle autorità

Giuseppe Conte, cerimonia campanella

Cos’è il cerimoniale? “Anticipiamo subito le contestazioni e l’inutile gioco al massacro: non è tempo perso, non è superfluo, non è sperpero di risorse, non è pomposo esercizio di vanità”. Il libro “Non facciamo cerimonie!” di Enrico Passaro, a capo dell’ufficio che organizza gli eventi a cui partecipano i presidenti del Consiglio che si sono succeduti a palazzo Chigi, non è una semplice difesa dei protocolli, dei riti della Repubblica, di quelle scene a cui ognuno di noi assiste dalla tv o dal vivo, sempre uguali, spesso rinchiuse nella cornice di una solennità, legate alle celebrazioni, alle ricorrenze, al rinnovarsi delle cariche istituzionali, agli incontri di Stato o ai vertici internazionali. L’autore incarna proprio una figura ad hoc.

“Non facciamo cerimonie!”

Nell’immaginario collettivo c’è il poliziotto che indaga, il commissario alla Montalbano, il giornalista che porta avanti le sue inchieste. Per la prima vita prende vita il personaggio del cerimoniere. Che non solo protegge il suo lavoro e lo racconta con i suoi occhi e con le sue esperienze, ma si erge a scudo della storia d’Italia. Perché i riti e le cerimonie fanno parte del vissuto del nostro Paese.

Protocollo? Non è solo pura forma

“Si dirà, il protocollo è pura forma. No, è espressione simbolica di un’identità in cui un popolo intero si riconosce, è espressione di sostanza, è dimostrazione, non superficiale, non banale, non posticcia, di profonde convinzioni, è rappresentazione reale e quotidiana di un grande Paese”. Ed ancora: “Il protocollo non è un sistema ingessato, non è zavorra, non è sovrastruttura superflua; è realtà dinamica, è creta che si modella in base alle situazioni e ai protagonisti, nel rispetto dei ruoli, delle gerarchie, di linguaggi e modelli”.

Il passaggio della campanella

C’è un preciso rituale per tutti i momenti. Rituali che hanno segnato la politica italiana ma che soprattutto tengono viva la memoria di ciò che è accaduto nel nostro passato. I delicati passaggi procedurali in ogni cambio di governo, per esempio. La regola è sempre la stessa: il Capo dello Stato che avvia le consultazioni e designa il presidente del Consiglio, i presidenti delle due Camere che vengono informati dal presidente fino alla nascita dell’esecutivo e poi il passaggio della campanella, ovvero l’attimo in cui il presidente del Consiglio entrante, dopo aver prestato giuramento al Quirinale davanti al Capo dello Stato insieme ai suoi ministri, si reca a palazzo Chigi per prendere possesso del suo nuovo ufficio e ricevere nelle proprie mani lo strumento con il quale chi dirige le riunioni mantiene l’ordine e richiama l’attenzione dei ministri. Una semplice prassi? “No, nel gesto del passaggio della campanella – si ricordi quello fra Enrico Letta e Matteo Renzi – si racchiude, con i suoi effetti scenici, un significato che va al di la’ della cerimonia”.

La cerimonia come rappresentazione di un mondo di valori

Il rito della cerimonia come la rappresentazione di un mondo di valoriQuella del 2 giugno, anniversario della fondazione della Repubblica in ricordo del giorno del 1946 in cui gli italiani si recarono alle urne per il referendum fra monarchia e Repubblica. La ricorrenza del 4 novembre, festa delle Forze armate e dell’unità nazionale, per celebrare la data di entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, tra Italia e Impero austro-ungarico nel 1918. La festa del 25 aprile, anniversario della Liberazione nel 1945, anno in cui fu proclamata la vittoria delle forze della Resistenza italiana contro le truppe nazi-fasciste nel nord Italia. Perché – scrive Passaro – “la bandiera è un simbolo del Paese e richiede assoluto rispetto”, “non si scherza”, va tenuta sempre “in buono stato e deve essere correttamente dispiegata”: “Se il simbolo del Paese – si legge in un passaggio del libro – si mostra in condizioni miserevoli è lo stesso Paese a presentare la medesima immagine di sé”.

Con la bandiera non si scherza

C’è un linguaggio anche nell’esposizione del vessillo all’interno o all’esterno degli edifici: “Al Tricolore spetterà sempre, dico sempre, il posto d’onore al centro; alla sua destra la bandiera europea, alla sua sinistra la bandiera dell’ente”. E il 17 marzo, giornata dell’unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della Bandiera. Ma la cerimonia non è solo la deposizione della corona d’alloro al Milite ignoto. Ogni dettaglio non è mai lasciato al caso.

Dalle riunioni del G20 alle emozioni a Rondine

“A spasso nelle vicende del protocollo di Stato” è il sottotitolo del libro che si compone di 256 pagine. Pieno di ricordi e di aneddoti (come quello legato alla copertura delle statue durante la visita a Roma del presidente iraniano Rouhani: “Se invitassimo un vegetariano a cena da noi, potremmo mai proporgli una tagliata di chianina?”), di impressioni, di momenti vissuti. Dalle riunioni del G20, alla visita al cimitero di Arlington negli Stati Uniti, alle emozioni provate a Rondine, la cittadella della Pace, al dolore nell’organizzare i funerali di Stato di Placido Rizzotto, nel maggio del 2012 a Corleone. E poi le rievocazioni della morte di Aldo Moro e della sua scorta, gli anniversari delle stragi di Capaci e di via Amelio, le cerimonie nei luoghi del terremoto, L’Aquila, Emilia Romagna, Amatrice, Accumuli, Norcia, nelle Marche.

Cerimonie nei luoghi del terremoto, storie di lacrime

“Storie di lacrime” come quella del Ferragosto del 2018, il giorno 14 agosto, il crollo del Ponte Morandi a Genova. Ma anche momenti di festa, come l’Expo 2015 di Milano o il riscatto d Matera, della prima città del Sud d’Italia che viene gratificata con titolo di capitale culturale europea. Momenti toccanti come la visita al Binario 21 della stazione ferroviaria di Milano dal quale tra il 1943 e il 1945 partirono venti convogli stipati di esseri umani, uomini, donne, bambini, “accalcati, infreddoliti o madidi di sudore”, diretti ad Auschwitz-Birkenau, inconsapevoli del loro destino. Momenti anche d’imbarazzo, quando nello studio ovale della Casa Bianca, durante l’incontro tra Matteo Renzi e Barack Obama, squilla il telefono con la colonna sonora de “Il buono, il brutto e il cattivo” e parte “una sonora, aperta, incantevole risata” del presidente americano, “Sergio Leone… Ennio Morricone”.

Con il protocollo si ripassa la storia

“Non facciamo cerimonie!” non è un manuale ma un viaggio attraverso fatti, azioni e accadimenti di un mondo che a volte finisce col prendersi un po’ troppo sul serio. Quello del cerimoniere “è un lavoro di responsabilità, un lavoro stressante, guardato con disincanto e a volte sbeffeggiato, ma è un lavoro da privilegiato. Non perché – sottolinea l’autore – si è vicini a uomini di potere, ma perché attraverso il cerimoniale e il protocollo di Stato si attraversa e si ripassa la storia, si risveglia la memoria, si valorizzando gesti simbolici che sono alla radice ei sentimenti e dell’identità di un popolo, si conoscono e si apprezzano valori e motivazioni di altri mondi e altre civiltà”.

Il fenomeno del ‘piazzamento’

Passaro racconta il mondo del protocollo senza enfasi, con ironia e autoironia, emozionandosi e commovendosi, a volte anche indignandosi. Come quando descrive il fenomeno del ‘piazzamento’, “il pane quotidiano di chi si occupa di cerimoniale, l’essenza, la vita!”. Il piazzamento “è il meticoloso lavoro con cui gli addetti al cerimoniale passano le nottate ad assegnare un posto in una tribuna, in una platea, ad un tavolo di relatori alle autorità presenti”. E dunque “ad ognuno il suo posto, in base al rango, cioè al ruolo esercitato nelle istituzioni”. Ma non è una cosa facile, “ci è voluta una commissione coi fiocchi, promossa dal Dipartimento del Cerimoniale di Stato presso la presidenza del Consiglio dei ministri per venirne a capo”. Per risolvere “l’ordine di precedenza” ed evitare la frase classica: “Lei non sa chi sono io…”.

“Posso accavallare le gambe?”

A palazzo Chigi, durante la sua attività, si sono succeduti prima Berlusconi, poi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, ora Conte. Il cerimoniere al servizio. “Ma quando credi di aver pensato a tutto, ti capita la richiesta imprevista del leader per il quale lavori e sono guai se non sai rispondere…”. E bisogna rispondere a tutte le domande: “Posso stringere la mano al re? Posso baciare la mano alla signora? Mi metto alla sua destra o alla sua sinistra? Resto in piedi? Mi siedo? Posso accavallare le gambe?”. E parti subito con le istruzioni: “Stringa la mano solo se la porge Sua Maestà; il baciamano è possibile, ma è gesto ardito e va fatto con stile impeccabile; l’ospite sempre alla sua destra, ma attenzione, se passa in rassegna uno schieramento militare, deve stare sul lato più vicino al picchetto d’onore; seduto quando le fanno un cenno; in piedi al momento opportuno; accavallare le gambe? Assolutamente no!”.