Buon compleanno Jukebox

Cronaca

Ci sono cose che a un certo punto della vita è meglio confessare. Ebbene sì! Sono stato un “ragazzo del jukebok”. Complice il momento storico stupendo, rappresentato dagli anni 50/60 del secolo scorso, connivente il luogo turistico dove abitavo, adagiato sullo Ionio e con alle spalle l’Etna, corresponsabile l’età che dell’America era filo-dipendente. Me ne innamorai a prima vista quando l’ho vidi nell’angolo di quel piccolo locale di periferia dal nome esotico e accattivante: “Bar Samovar”.

La scatola sonora che con una monetina riproduceva musica e canzoni a scelta, era nata il 23 novembre del 1890, negli Stati Uniti d’America, a San Fancisco, precisamente al Palais Royale Saloon. In questi giorni, stando così le cose, compie 130 anni.

La creatura di Lois Glass, al suo esordio era molto differente dalla struttura che la renderà affascinante negli anni del boom economico. A quel tempo era costituita da una specie di armadio con all’interno un fonografo (quello di Edison), da cui uscivano quattro tubi la cui estremità era necessaria portare all’orecchio. Così, di volta in volta, quattro persone, dopo l’introduzione di una monetina, potevano ascoltare musica. Il suo nome era: ”nickel-in-the-slot-player”, diverrà “jukebox” solo negli attorno al 1930, data quest’ultima che segnerà l’ascesa inarrestabile del magico apparecchio per almeno i quarant’anni successivi. La parabola discendente, infatti, inizierà verso la fine degli anni ’70 e la scomparsa dai locali, progressivamente, tra la fine del 1980 e ’90.

Quando arrivò in Italia, l’apparecchio era già pieno di luci, di colori, multiforme nell’aspetto con un meccanismo a braccio snodabile che, una volta scelta la canzone digitando un codice alfanumerico, prelevava il disco a 45 giri e lo poneva sul piatto. Già era affascinante guardare i movimenti del congegno, figuriamoci il suono che con tempo si trasformerà da mono a stereo. Una canzone 50 lire, tre canzoni 100. L’opzione 100 lire permetteva una maggiore conoscenza del partner, dal che o concludevi oppure passavi ad altro giro, altra corsa. All’inizio furono le località del turismo estivo alla moda, dalla Romagna alla Sicilia passando per la Campania, la Puglia e via dicendo, a dare significativo avvio al fenomeno del jukebox, ma poi, a poco a poco, anche il piccolo bar di paese non poté sottrarsi al suo fascino. Dove c’era gioventù c’era lui. Lo diceva una famosa canzone scritta apposta in suo onore: « La felicità costa un gettone per i ragazzi del jukebox. La gioventù, la gioventù la compra per cinquanta lire e nulla di più…». Nel 1959 questi sbarcarono nelle sale cinematografiche di tutta Italia attraverso il film “I ragazzi del Jukebox” con un cast fatto soprattutto di cantanti del momento: Fred Buscaglione, Betty Curtis, Tony Dallara, Adriano Celentano. Una parte l’ebbe anche un attore di nome Nino Musco, figlio del più noto ed indimenticabile comico catanese Angelo.

Le riviste specializzate, periodicamente pubblicavano una speciale classifica delle canzoni più gettonate della settimana. Era importantissimo, per un cantante, essere nella top ten, così come era basilare per il gestore dell’apparecchio avere i dischi di quella speciale graduatoria.

Come era l’Italia dei mitici anni ’60, quelli del Jukebox? Era bella, ridente e speranzosa. Era il Paese del boom economico, la lira era stata premiata come moneta più stabile, la media della crescita economica era tra le più alte al mondo. Dal “cavallo di sant’Antonio” o al più dalla bicicletta si passò velocemente allo scooter (vespa, Lambretta) e quindi all’utilitaria (Fiat 600, 500), nelle case si dismetteva la ghiacciaia (chi la possedeva) e si acquistava il frigorifero, la radio con mobile bar che, quando si aprire per offrire un liquorino, sbrilluccicava in un’esplosione di riverberi, la televisione a valvole e con cavo a piattina. E’ vero che tutto ciò comportava spesso chili di cambiali da sottoscrivere, dal che il famoso “crampo dello scrivano”, ma poi un po’ di Lasonil e via.

Assieme al jukebox e al flipper in Italia arrivò anche l’Asiatica, un virus influenzale approssimativamente conosciuto come virus A2/Singapore non particolarmente virulento ma che in ogni caso fece 2.000.000 di morti. Niente a che vedere con la micidiale Spagnola del 1918/20 che ne causò 50.000.000, più delle vittime delle due guerre mondiali messe assieme. Va considerato però che tra le due epidemie (il termine pandemia non si usava nel parlare corrente) la medicina aveva fatto passi da gigante. I sulfamidici e gli antibiotici, per esempio, furono sperimentati rispettivamente dopo gli anni ’30 e 40 del secolo scorso. Vero è che questi medicinali nulla possono contro le infezioni virali ma molto fanno in quelle batteriche. In ogni caso passare dai “papin” (cataplasmi) di meliga alle iniezioni di penicillina la differenza fu grande.  L’asiatica non portò con se mascherine, distanziamenti o chiusure di esercizi pubblici, fu un colpo di vento: qui giunse, scosse un po’ di alberi e andò via. Tornerà con altri nomi negli anni a venire. Non tutti i maschi italiani poterono affermare di essere stati a letto con “l’asiatica”.

Politicamente l’Italia spostava la sua politica a sinistra, prima attraverso una partecipazione inorganica (esterna) del PSI alle scelte governative e quindi con una presenza maggiormente significativa, sino ad esprimere la presidenza del consiglio. Era, però, anche il tempo del cosiddetto “arco costituzionale”, infelice espressione volta a distinguere i partiti che erano stati presenti ai lavori della costituente da quelli che non lo erano stati. Vale a dire il “MSI destra nazionale” di Almirante e il Partito Nazionale Monarchico di Covelli. Infelice “invenzione” giacché pregna di una contraddizione costituzionale. Con che diritto può considerarsi  “non costituzionale” un partito, presente in parlamento i cui membri, sono il prodotto di libere elezioni?  A parte queste sbavature, parlare di quella politica induce ad un impietoso confronto con quella di oggi, cosa che equivale a sparare sul pianista. «Infandum regina iubes renovare dolorem (mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore)».

A precedere gli anni del solatio boom economico furono quelli del tenebroso dopoguerra, umiliante, fatto di AM lire, in circolazione sino al giugno del 1950, e di tessere annonarie usate sino al 1949. Ma anche di sussulti di orgoglio. Ne fornì prova Alcide de Gasperi, presidente del Consiglio, in un afoso agosto del 1945, a Parigi, alla Conferenza di Pace. Disse, in una aula silenziosa. «Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione». E continuò: «Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire».

James Byrnes, segretario di Stato (ministro degli Esteri) americano scrive nelle sue memorie «Carte in tavola» pubblicate da Garzanti nel 1948: «Quando De Gasperi lasciò il rostro per tornare al suo posto nell’ultima fila, nessuno gli parlò. La cosa mi fece impressione; mi sembrava inutilmente crudele». Così quando arriva davanti alla delegazione americane Byrnes gli tende la mano: «Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di Mussolini e ora stava soffrendo nelle mani degli Alleati».

E vennero gli aiuti ERP, i flippers e i “ragazzi del jukebox”. Fui uno di loro.

Giuseppe Rinaldi