Dieci suore per un vescovo. Un suicidio collettivo sempre smentito

Arte, Cultura & Società

Nell’agosto del 1956 al vescovo di Agrigento Mons. Peruzzo perviene una lettera. La scrive la Badessa del monastero benedettino di Palma di Montechiaro, al secolo Enrichetta Fanara, per informarlo che «Non sarebbe il caso di dirglielo, ma glielo diciamo per fargli ubbidienza. Quando V.E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: «dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore.».

Possiamo immaginare il volto basito del prelato alla lettura della missiva. Se il suicidio è, infatti, un grave peccato per la Chiesa, figuriamoci quando il medesimo è perpetrato da coloro che sono consacrati alla vita religiosa. Quel foglio, vergato dalla superiora del monastero siciliano, costituiva un’autodenuncia per le monache suicide e per di più l’induzione al suicidio stesso.

Ma cosa era accaduto 11 anni prima? e in quale luogo?

PALMA DI MONTECHIARO (AG)

Sino al 5 aprile del 1637, questa zona dell’agrigentino era unicamente una ridente distesa di buona terra da coltivare, con rade casupole di contadini e il ricordo ormai lontano della costruzione del Castello Chiaramontano, risalente al 1353. La svolta fu data da una “licentia populandi”, rilasciata il 16 gennaio 1637, da re Filippo IV di Spagna, cui la Sicilia apparteneva, a favore di Carlo Caro Tomasi, antenato del “Gattopardo” protagonista dell’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e del film di Visconti. Chi ha avuto occasione di leggere il libro o vedere il film, ricorderà il trasferimento della nobile famiglia, in occasione delle vacanze estive, da Palermo a “Donnafugata” (nome di fantasia), ecco la Donnafugata dello scrittore altro non è, nella realtà, che Palma di Montechiaro. A dirla tutta c’è in Sicilia un territorio con questo nome, ma trattasi di un luogo in provincia di Ragusa ove si erge un castello fatto costruire nell’800 dal barone Corrado Arezzo su una preesistente torre.

Tornando a Palma di Montechiaro, v’è da dire che la famiglia Tomasi, a ridosso della fondazione della città fece edificare un primo castello ducale da usare come abitazione. Ne costruirà, qualche anno più avanti, un secondo quando il precedente sarà convertito in Monastero delle Benedettine su ispirazione di Isabella, figlia di Giulio Tomasi (fratello gemello di Carlo e cofondatore della città, che da questi ereditò titolo e beni quando il primo preferì alla vita mondana quella religiosa). Nel monastero entrerà anche la moglie dello stesso Giulio, Rosalia Traina.

C’è stato un periodo in cui le vocazioni si susseguivano una dietro l’altra nel casato  dei Tomasi poi diventati anche principi di Lampedusa. Infatti, nel 1640 Carlo (cofondatore di Palma) entrò nell’ordine dei Teatini; l’erede del ducato Giulio, fu chiamato il duca santo per la sua esistenza ascetica; la consorte Rosalia Taina, in pieno accordo col coniuge, seguirà le figlie richiudendosi nel monastero con nome di Suor Maria Seppellita; le figlie preferiranno la vita di clausura a quella mondana e diverranno: Sr Maria Serafica, Sr. Maria Maddalena, Sr. Lanceata. Storia a parte quella di Sr. Maria Crocifissa che divenne suora all’età di 14 anni. E’ considerata una figura di spicco nell’ambito del misticismo del ‘600, infatti, di lei si ricordano le strenue lotte col demonio, e una lettera tutt’ora conservata nel monastero di Palma, che si vuole scritta sotto dettatura del maligno. E’ stata dichiarata venerabile. Nel romanzo di cui si è fatto cenno è rappresentata dalla “beata Corbera”. Dei due maschi, il primogenito Giuseppe rinuncierà al ducato per seguire le orme dello zio Carlo divenendo poi Cardinale e quindi santo, l’altro, Ferdinando, il più piccolo, darà continuità al Ducato.

Detto tutto ciò, è proprio in quel monastero che nel 1946, stando alla lettera ricevuta dal vescovo, si sarebbe consumato il dramma in quella accennato.

I FATTI

Tutto inizia il 9 luglio del 1945, con una fucilata all’indirizzo di Monsignor Peruzzo vescovo di Agrigento, che in quel momento trascorreva un periodo di riposo presso l’eremo di Santo Stefano di Quisquina. I colpi partiti dal convento costruito nei pressi della grotta, ove Santa Rosalia, si dice, abbia trascorso buona parte della propria vita tra il 1150 e il 1162, vanno a segno e colpiscono il presule al petto. La ferita è grave e si teme per la sua vita. Le successive indagini e il processo che ne seguì, posero in risalto che il movente del misfatto andava ricercato nella vicinanza del vescovo alle rivendicazioni contadine e che la mano del mancato omicida andava individuata in un frate, indegno di vestire il saio giacché capace di ogni delitto e già, per volontà del presule, allontanato dal convento e mai riammesso nonostante le insistenze. Questi, però, non fu mai arrestato, in quanto scomparve dopo l’attentato. Qualche tempo dopo se ne rinverrà il cadavere. Ucciso perché scomodo testimone? Il processo che seguì all’accaduto vide condannare a sei anni di carcere un unicamente un presunto fiancheggiatore.

Come detto, il vescovo, dopo l’attentato, rimase diversi giorni in pericolo di vita. La notizia si sparse e arrivò al Monastero Benedettino di Palma (solo dal 1865 si chiamerà Palma di Montechiaro), ove dieci religiose decideranno di sacrificarsi, lasciandosi morire d’inedia, scambiando, così, la loro vita con quella del vescovo.

La notizia è sempre stata smentita dalle autorità religiose né gli scrittori Enzo Di Natali con il suo “L’attentato contro il Vescovo dei contadini” e Andrea Camilleri con “Le pecore e il pastore”, che pur hanno analizzato quanto accaduto, mai hanno accennato ad approfondite indagini nei confronti delle religiose e della superiora del monastero, responsabile, se i fatti fossero accertati, almeno d’istigazione al suicidio.

Anni addietro a Palma di Montechiaro, presso il Circolo di Cultura “G. B. Odierna”, si èn tenuta una discussione sull’argomento, nel corso della quale ha parlato anche la responsabile del convento in carica. La religiosa ha ammesso che erano accaduti dei decessi in quel particolare periodo della vita claustrale, ma la morte delle suore era stata causata da denutrizione poiché in quegli anni la comunità viveva in povertà assoluta e con scarsezza di viveri. Conoscendo il monastero e le agiate famiglie di provenienza delle religiose, nessuno le ha creduto. Le autorità religiose hanno sempre dichiarato che se decessi vi furono in quegli anni, questi vanno ascritti a cause naturali o malattie. La verità non si saprà mai, troppi anni sono passati, troppo impenetrabili i corridoi del convento e poco permeabili le sue mura. Quel che lì accadde, lì e rimasto e rimarrà.

Giuseppe Rinaldi