L’Unità d’Italia e il brigantaggio

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di vincenzopetrocelliblog

L’occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, mi ha offerto l’opportunità di fornire, con “I Corletani”, e I Lupi del Volturino elementi di analisi e di valutazione sul fenomeno del brigantaggio postunitario. Nell’autunno 1860 l’accesa campagna antiunitaria e filo borbonica diretta dal clero, insieme al venire meno della speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, spinsero le masse contadine contro i possidenti liberali e, di conseguenza, contro il nuovo ordine costituito. In questo contesto, migliaia di contadini, pastori e salariati divennero briganti, arrivando a controllare vaste zone delle campagne meridionali, con qualche fortunata incursione nei centri urbani.

Penso che i tempi siano maturi per una revisione del Risorgimento e dell’operato dei tanti patrioti che hanno fatto l’Italia unita. In quest’ottica la mia ricerca é fondata, come sempre, su documenti, senza nascondere che tali documenti furono scritti dai “Piemontesi”, quindi, scritti di parte, ma interpretati, da me, con rigore scientifico.

Il ricercatore cerca le prove che, in quanto tali non sono opinioni.

Gli articoli dei Gesuiti di “Civiltà Cattolica” pubblicati dal 1861 al 1870 sul brigantaggio, rappresentano una fonte storica incontestabile per attendibilità ed autorevolezza e costituiscono una documentazione imprescindibile per fare chiarezza su un periodo della storia d’Italia sul quale vige ancora in parte il segreto di Stato.

Cosa ci dicono del brigantaggio i padri Gesuiti di “Civiltà Cattolica”?

< Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di brigantaggio non é che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove codesta reazione é l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà >.

Non fenomeno delinquenziale, dunque, ma reazione del popolo contro un’invasione armata.

Tra i motivi che concorsero all’insorgere di una potente e incontrollabile rivolta contro il nuovo Stato, fu predominante il gran numero di disoccupati dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale, circa 20.000 uomini, e dell’Esercito borbonico, circa 70.000. Tale circostanza lasciò senza mezzi più di 100.000 uomini fra borbonici e garibaldini, tra i quali trovò sicura linfa il brigantaggio.

Con i lavori “I Corletani” e I Lupi del Volturino mi sono prefisso di definire la fisionomia dei militanti nelle fila del brigantaggio in Basilicata, ai quali si affiancarono alcune ambigue figure che si possono distinguere in tre categorie: i cosiddetti “manutengoli”, favoreggiatori delle bande tra i quali vi erano proprietari terrieri legati ai “Comitati borbonici” o familiari dei briganti, povera gente che, abitando o lavorando in campagna, aveva rapporti con essi; i “reazionari” erano i meridionali schierati, a qualsiasi titolo e motivo, contro l’unificazione o che si opponevano a misure lesive dell’auspicata autonomia o autogoverno esercitate dalla dittatura militare; gli “sbandati” erano tutti gli ex militari borbonici o i giovani in età di coscritti che si sottraevano a tale obbligo, che implicava anche il paventato trasferimento in località del nord, e si rifugiavano nei boschi ed in montagna.

Altre due discutibili figure apparvero nel contesto della lotta al brigantaggio: il “cafone” e i “galantuomini”, i cui nomi sono entrati a far parte dell’attuale lessico con significati in qualche modo diversi da quelli originali.

Per i cosiddetti “piemontesi”, come venivano definiti gli italiani del centro-nord, l’ambiente naturale e umano del Sud rappresentò una vera sorpresa, in senso negativo. I meridionali erano diversi per la lingua (negli interrogatori dei processi era stato, a volte, necessario avvalersi di interpreti), per le abitudini quotidiane, per il diverso spirito di aggregazione, per la sfiducia nelle leggi e nello Stato, differenza che trasformò la diffidenza in ostilità verso i nuovi venuti, i funzionari governativi e, soprattutto, verso le uniformi del Regio Esercito e dei Carabinieri. Il contadino meridionale venne subito definito unanimemente “cafone” per il suo comportamento chiuso, e considerato, se non come nemico, certamente estraneo e ben lontano dai valori che il nuovo governo intendeva diffondere. I preconcetti e i pregiudizi anti-meridionali, che si sono trascinati fino ad oggi, si sono formati allora, quando il processo di unificazione, considerata inizialmente occupazione, non venne accolto con entusiasmo. La differenza del dialetto, della mentalità e l’inizio del brigantaggio formarono una barriera insormontabile e il cafone fu ritenuto un nemico potenziale da cui guardarsi. Il cafone non era considerato singolarmente come uomo, egli acquistava una sua identità soltanto nel caso di chiamata alle armi o se diventava brigante. Nel loro insieme, i cafoni costituirono una fonte importantissima per il reclutamento nelle fila del brigantaggio, che consentiva loro di sottrarsi alla sottomissione ai cosiddetti “galantuomini”.

Questi sono i risultati presi con la ricerca nell’Archivio di Stato di Potenza e nell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Una micro storia, questa dei “I Corletani” e I Lupi del Volturino, con l’etica del coraggio, della prova e del pensiero critico.

Colgo l’occasione di questo scritto, per domandare pubblicamente al presidente della Regione Basilicata, Bardi, di investire nella cultura ed accettare il rischio della ricerca, salvaguardando il patrimonio storico ed artistico della nostra Regione. La cultura é proiettata verso il futuro e ci dà gli strumenti per affrontarlo ed inventare “sbocchi” nuovi, aiutandoci, nel contempo, a reinterpretare la storia in una chiave attuale. Parlo, della cultura delle conoscenze, prodotta nei laboratori dell’Università, ma anche del pensiero innovatore delle imprese, delle trasformazioni su larga scala indotte dalle nuove tecnologie. E’ questa la prospettiva del mondo contemporaneo che ha un esito non sempre prevedibile, bisogna investire in conoscenza e dotarsi di strumenti culturali all’altezza dei tempi, senza attendere l’accelerazione dei movimenti in genere, o generati dalle pandemie. Alle giovani generazioni, va spiegato con sufficiente chiarezza quanto sia, non solo utile la conoscenza ma, assolutamente indispensabile per immaginare il terzo millennio.