“La civiltà  come linguaggio ”

Arte, Cultura & Società

Dal momento della nostra nascita siamo immersi in un mondo di parole, di gesti, di sguardi che iniziamo a decodificare per poterli usare a nostra volta. Se non lo facessimo ci sarebbe negata l’interazione con il complesso universo che ci circonda. Già, complesso, anzi complessissimo se si è disposti a fare una riflessione: un bambino può agevolmente imparare a parlare e fin qui, nulla di particolare, ma il tutto diventa diverso se si prendono in considerazione tanto il linguaggio, quanto le singole parole usate per insegnargli ad esprimersi, perché quel “pacchetto” che viene trasmesso è la componente pratica, concreta, da spendere subito, di un patrimonio che non ha confini e che per questo e per sua intrinseca natura è difficilissimo da sondare.

Quel pacchetto appartiene infatti al vasto insieme dei linguaggi che da sempre l’uomo ha elaborato per un solo scopo: sopravvivere. Si potrà obiettare che il linguaggio non è un’arma, non è un’abitazione, non è un capo d’abbigliamento e non è nemmeno cibo; quindi il suo ruolo di garante della sopravvivenza umana appare difficile da sostenere, ma in realtà il linguaggio è uno strumento, un mezzo che, esattamente come un abito, sta tra noi e ciò che è fuori di noi ed in quanto tale ci permette di relazionarci con tutto ciò che è altro  e ci consente non solo la sopravvivenza, ma qualsiasi cosa.

Se però è a questo punto pacificamente dimostrata l’idea di una funzione concreta di qualsiasi linguaggio, un’analisi ben più ardua e forse impossibile è quella della storia dei linguaggi di cui l’uomo si è fino ad ora servito e questo perché essi sono il risultato di un adattamento continuo delle nostre capacità intellettuali  ai mutamenti, anch’essi continui, dinamici, della realtà ed ovviamente della storia.

I linguaggi sono cioè tutte le risposte che l’uomo è stato capace di dare per interagire con il mondo nel quale, di volta in volta, si è trovato a vivere.

Ecco, in quanto tali, i linguaggi coincidono con l’uomo, sono l’uomo nel senso più autentico del termine, ovvero il suo pensiero che, ad onta di tanta filosofia antica, ma non solo, che lo vedeva come facoltà autonoma assoluta e capace di sopravvivergli alla morte, è molto più probabilmente una facoltà che gli è indispensabile non meno del respirare, del coprirsi, per entrare in contatto con l’ambiente e sopravvivere e che da questo dipende e con esso cambia.

Dunque uno dei modi per leggere la storia dell’uomo, forse il più profondo è quello di indagarne gli idiomi di qualsiasi natura essi siano. Non si pensi che sia questa un’indagine di portata innovativa: basta aprire infatti un testo di storia dell’arte per osservare ad esempio solo le sculture prodotte nei vari momenti di sviluppo della Grecia antica e coglierne immediatamente delle diversità, dei cambiamenti nella resa dei soggetti rappresentati. Quei cambiamenti sono il sintomo, la spia, se non l’espressione stessa di un linguaggio che si evolve e che gli studiosi si sforzano di interpretare per capirne la civiltà di appartenenza.

È di tutta evidenza che si possa vivere anche senza l’obbligo di decodificare i milioni di idiomi che fanno parte del mondo e la loro storia, tuttavia non farlo o non tentare di farlo ci priva di qualcosa, in particolare della possibilità di comprendere e poiché di fronte a ciò che non capiamo siamo solo oggetti, non capire ci rende meno padroni di quell’io che fuori da noi troviamo espresso, anzi rischiamo di non cogliere che fuori da noi ad essere rappresentato è proprio il nostro io.

Non a caso, ci hanno insegnato che “scientia potentia est” e cioè che “sapere è potere”, aforisma attribuibile a Hobbes, ma che può farsi risalire ad un proverbio biblico della tradizione ebraica. In estrema sintesi, nei linguaggi troviamo nascosti segreti, questi segreti ci parlano di un numero infinito di momenti, tutti accomunati da un solo fatto: fotografano l’attimo in cui un uomo ha guardato fuori da sé ed ha cercato da solo una risposta dentro di sé.

La storia dei linguaggi prende avvio da questo momento solitario nel quale l’essere umano valuta il proprio potere, o la propria fragilità e tenta una risposta.

In questo tentativo risiede la prerogativa più forte e più delicata del suo essere uomo, perché porta con sé un’alea, il cui esito non è affatto scontato: come non provare tenerezza e non commuoversi per quest’uomo che da solo gioca la sua partita e che è sempre un bambino di fronte al mondo?

La consapevolezza che entrare in rapporto con l’universo sia questione che attiene da un lato alla costruzione di idiomi, dall’altro alla traduzione degli stessi è stato oggetto d’indagine non solo da parte degli studiosi, ma anche degli artisti e dei poeti, tra i quali vale la pena ricordare J. L. Borges, nella cui intera opera è affrontato il problema dell’interpretazione non tanto dei fatti, quanto dei linguaggi che ce ne hanno trasmesso la memoria e rispetto a cui lo scrittore non offre una soluzione rassicurante, anzi, nei suoi scritti vi troviamo espresse tutte le domande che egli si è posto che, pur brillando nel buio della conoscenza, non riescono a far luce a sufficienza, ma che sono anch’esse un tentativo di adattamento, sempre più difficile, a ciò che c’è fuori, elemento questo che è a mio giudizio  uno degli aspetti della inevitabile  crisi della civiltà che l’Occidente ormai trascina da secoli sulle proprie spalle.

Rosamaria Fumarola