Pensare al passato per gestire il presente dell’emigrazione italiana

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ROMA –  È questo il senso delle parole di Franco Pittau, Presidente onorario del Centro Studi IDOS, espresso questo pomeriggio durante il convegno promosso dallo stesso Centro Studi IDOS, dal titolo ““Vecchia” e “Nuova” emigrazione italiana all’estero: rivalutazione strategica della rete degli italiani all’estero”.

Secondo lui, infatti, non è possibile programmare il presente senza tener conto di quello che è stata l’emigrazione italiana negli anni passati. Il fenomeno migratorio ha infatti “segnato la nostra storia” e per far sì che possa migliorare e diventare anche più importante e sentito come argomento, c’è la necessità di “comunicare di più, per mostrare i bisogni delle persone”. Al giorno d’oggi, questa capacità di comunicazione, “si è potenziata”. E dal canto loro, IDOS ha cercato sempre di fare “nuove fotografie del fenomeno migratorio, perché c’è grande bisogno di conoscenza tra i cittadini”.
Ma pensando al passato, Pittau ha ribadito la base del suo concetto, pensare al passato per gestire il presente: “quando penso a come eravamo visti in altri paesi durante la vecchia emigrazione, penso a un disastro. Negli USA, nel Canada, in Svizzera, nel Regno Unito, è stato difficile, perché il processo di integrazione dei migranti italiani all’estero è stato molto lungo, e di questo bisogna continuare a parlare. Siamo stati immigrati di Serie B. E questo in Italia si nasconde, ed è bruttissimo, anche perché non sempre c’è stato l’aiuto necessario per superare tale condizione. Su questo bisogna parlare anche riguardo la “nuova” emigrazione, perché alle volte sembra che partano tutti premi nobel, e non è vero”. E su questo il Presidente Onorario dell’IDOS si è voluto collegare anche rispetto agli immigrati in Italia, che “non sono una cosa estranea rispetto a questo fenomeno di cui stiamo parlando, perché spesso sono molto più qualificati di quanto non eravamo noi emigranti in passato. Non avremmo capito niente se di fronte a cittadini stranieri non cercassimo di non fare gli sbagli che sono stati fatti nei nostri confronti”.
E a proposito di differenti emigrazioni ha parlato anche Michele Colucci, ricercatore Cnr, anche lui ospite del convegno, secondo il quale è necessario “ricomporre il quadro tra vecchia e nuova migrazione, e pensare con continuità a questi due orizzonti”. Nell’associazionismo, a suo parere, già si “possono trovare questi due mondi diversi, come nei patronati, dove vanno nuovi migranti e pensionati. È un incontro che in parte esiste e in parte è giusto rilanciare”. Ma secondo il ricercatore “parlare della storia della migrazione italiana non è semplice”. Si parla infatti di numeri enormi, circa 20 milioni tra il 1861 e la prima guerra mondiale, “un flusso incessante e incredibile dal punto di vista demografico e statistico”; e poi di “un’altra decina di milioni di persone da dopo la Prima guerra mondiale fino agli anni ’70”. E ora un nuovo blocco, che ormai è datato 15 anni ed è un fenomeno in continua crescita, anche osservando i dati Aire (passati da poco più di 3 milioni di iscritti di quindici anni fa ai quasi 6 attuali). È, dunque, “un fenomeno che ha avuto un’accelerazione impressionante negli ultimi anni”, ha specificato il ricercatore.
Tra tutti questi blocchi di emigrazione, ci sono anche elementi di continuità, secondo quanto riferisce Colucci: “c’è una progressiva specializzazione di un’emigrazione italiana. Fino agli anni ’60 il numero dei laureati era molto basso, ora molto più elevato. Fare informazione su questa lunga durata sulle qualifiche è molto importante, che ovviamente alimenta la volontà di miglioramento della propria condizione di vita come spinta a migrare”. E dunque, osservando quella vecchia da un punto di vista scientifico, si possono trarre delle conclusioni su come integrare quella passata con l’emigrazione attuale, quella “nuova”, attraverso, sempre secondo il rappresentante del Cnr, “Organizzazione dell’emigrazione”, il “lavoro” e il “ritorno”.
Per quanto riguarda l’organizzazione, il ricercatore ha specificato come sarebbe necessario osservare i fenomeni dei “legami tra Italia e resto del mondo, dell’associazionismo, delle reti di sostegno dei processi migratori – oggi sempre più indirizzati sul web”. Sul lavoro, invece, ci sarebbe bisogno di “una mappatura concreta delle professioni dell’emigrazione italiana, soprattutto su ciò che sta avvenendo oggi. La fuga dei cervelli spesso nasconde il grosso dell’emigrazione, che è scarsamente o mediamente qualificato, soprattutto tra le generazioni giovani”. E infine il ritorno, che è inteso soprattutto “in termini di competenze” e si dovrebbe fare “una mappatura di chi torna attraverso gli enti locali”.
C’è molto lavoro da fare” ha chiosato Colucci, e “c’è da costruire una mappatura per le biografie individuali, filone che va assolutamente ripreso, perché oggi molto spesso la biografia individuale si perde nell’inconsistenza del mondo web”. (l.m)