Quali “ristori” per i «tene’ cumpagnia»

Arte, Cultura & Società

Erano passate da poco le ventuno di quel 1 maggio 1971, quando Vittorio De Sica entrò sul palcoscenico di “Studio 10” introdotto da padrone di casa, vale a dire Alberto Lupo: quello della “Cittadella”, per i non giovanissimi.

Fu l’occasione utile per l’attore/regista per raccontare due fatterelli accadutegli che davano misura dell’insuperabile e dignitosa (a volte) arte di arrangiarsi dei napoletani.

1^- Stava girando un film a Napoli, quando alla fine della giornata la sua attenzione è richiamata da un signore che lamenta, a viva voce, di non essere stato pagato. De Sica s’informa e viene a sapere che il tale non figura nell’elenco delle comparse e, pertanto, la produzione nulla gli deve. L’uomo si avvicina al regista, e più o meno avviene il seguente dialogo:

-Commendator De Sico!

-Mi chiamo De Sica.

-De Sico è più virile. Non mi vogliono pagare.

-Ma lei non figura tra le comparse.

-Vero è, ma i suoi attori sono così bravi che io, passando di qua, sono stato rapito dalla loro abilità. Ho perso una giornata a guardarvi. Merito un “risarcimento”.

2^-De Sica era in attesa di poter prendere posto sul treno Napoli Roma, in formazione alla Stazione Centrale del capoluogo. A un tratto gli si avvicina un tizio che con fare affabulante inizia una conversazione. S’informa sullo stato di salute dell’attore, del lavoro e della famiglia; gli narra qualche fatto proprio; lo intrattiene parlando del più e del meno, fin quando De Sica può salire sul vagone aperto ai viaggiatori. Si salutano. Appena sul predellino l’uomo lo richiama: «Dutture, nulla mi date?» Risponde De Sica: «Per cosa?». Insiste il primo: «Per il mio lavoro». «E che lavoro fate?» s’informa il regista. «Questo, «tenè cumpagnia»”.

Fino a qualche tempo addietro in uno dei maggiori mercati di Napoli, sostava giornalmente un vecchietto con piccolo banco sul quale facevano bella mostra alcuni tipi di stecche per i colli delle camicie. Prodotto ormai praticamente invendibile tenuto conto del modello e del materiale. Di ciò l’improvvisato commerciante è a conoscenza, ma è un modo dignitoso che chiedere apertamente la carità. Chi passa vicino a quella paccottiglia spesso lascia qualche spicciolo e lui sopravvive.

Stessa storia per “ l’importatore” di pettini in vero “osso di balena”. Sulla bancarella pieghevole, pronta a sparire se arrivano i vigili, trovansi una serie di articoli per riordinare i capelli, del tutto privi della benché minima commerciabilità. Tanto così per tirare a campare e non stendere la mano.

Tutto questo senza parlare di alcuni quartieri pittoreschi ove, si narrava alle reclute della scuola di Trasmissione dell’Esercito di San Giorgio a Cremano, che si potesse trovare anche una corazzata di contrabbando, purché la si montasse in proprio.

Nel napoletano, (inteso come territorio) sono migliaia gli uomini e le donne che vivono alla giornata (un po’ tutto il sud d’Italia è interessato al fenomeno), di espedienti, spesso al limite della legalità. Tengono famiglia. In proposito, significativo è stato un documentario televisivo sul contrabbando di sigarette, ormai pressoché debellato. Tutti gli intervistati asserivano la loro disponibilità a rientrare nella legalità se lo Stato “nemico”, avesse loro trovato un posto di lavoro onesto. Le azioni illegittime sono sempre da punire, ma la questione è un’altra, sempre la stessa e non da oggi: è giusto condannare chi ruba una mela per bisogno? Aveva, forse, ragione Cicerone: “Summum ius, summa iniuria.”? Qui non si sta parlando della grande criminalità organizzata, sia chiaro.

Il napoletano (territorio) è un’enclave affascinante e tragica, esaltante e triste, e come tale va trattato con occhio federale, riconoscendogli caratteristiche proprie così com’è stato fatto con la vicina Sicilia, anche senza arrivare a statuti speciali. Pertanto, occorre un occhio attento e prudente prima di “chiudere” per virus la Campania: bisogna saperci fare. In che “ristoro” possono sperare i venditori di stecche per camice e pettinini, i “tenè cumpagnia” e le false comparse? Dopo decenni di politica meridionalistica fallita, a fare tempo dall’unità d’Italia, cosa si va a cercare? «Bibidi Bobbidi Bu», e tutti Sudtirolesi?

Giuseppe Rinaldi