A casa o in classe, la DAD alla prova dei fatti: informatici e non più educatori?

Arte, Cultura & Società

In questi giorni siamo preda ad un dilemma shakespeariano, se è meglio essere in classe rischiando di contrarre il virus oppure consentire in sicurezza la permanenza in aula dei ragazzi con regole certe tramite la Didattica a Distanza.

Su questo tema si sono occupati a colpi di Atti e Provvedimenti Governatori di Regioni, Stato, Tribunali amministrativi, associazioni di consumatori e genitori e chi più ne ha più ne metta.

Allo stato in cui scrivo sembra in Puglia tutto risolto con buona pace e sottolineo pace, dei contendenti in quanto il ritorno è assicurato per tutti dai ragazzi dalla scuola dell’infanzia alla scuola media mentre le superiori continueranno con la didattica a distanza.  Allora tutto ok? Niente affatto. Mi riferisco ad una diatriba tra la Ministra Azzolina e il presidente della Regione Puglia sulle modalità del rientro. Un invito lo faccio ai contendenti: scegliete una classe e una scuola della Puglia e provate a rimanere in classe per un’ora o cinquanta minuti seduti a tenere lezione o ad assistere ad una lezione, così sperimentate la fattibilità delle vostre ordinanze e l’impatto sui ragazzi che hanno il diritto-dovere di imparare in sicurezza e di tentare di tornare a casa più felici e tranquilli. Non basta normare d’urgenza: oggi il politico è chiamato a sperimentare i vaccini dell’educazione e non si può agire per sentito dire. I governanti dovrebbero acquisire sul campo il carisma dell’insieme e non pretendere di possedere l’insieme dei carismi, ci richiamava un compianto arcivescovo barese. In fondo non possiamo cercare la perfezione ma il possibile in sicurezza.

E per favore ascoltate genitori, presidi, ragazzi ma soprattutto i docenti primi fruitori di questa nuova didattica, non relegandoli al ruolo di camerierato cui negli ultimi tempi sono stati costretti, non limitando i rapporti alle organizzazioni sindacali che in questi tempi sono molto inclini al dialogo sterile e quando la voce del padrone è più forte a far valere le legittime aspettative dei docenti. Volete un esempio? Il recupero delle tre ore settimanali nel caso di ora frontale di lezione a cinquanta minuti. In questa fase emergenziale la riduzione, cioè la impossibilità della prestazione lavorativa, è dovuta a causa di forza maggiore ( vedi articolo 1218 del codice civile) e nel caso di contratto di lavoro a prestazioni corrispettive non si tenuti a recuperare quanto è stato imposto di effettuare. Pochi ricordano l’antico brocardo del diritto romano “ad impossibilia nemo tenetur” che tradotto vuol dire che alle cose impossibili come una prestazione lavorativa ridotta e imposta dal datore di lavoro, nessuno è obbligato e tanto meno il lavoratore.

La forza maggiore nell’adempimento dell’obbligazione può configurarsi in eventi idonei a configurare una causa di forza maggiore (ad esempio guerra, terrorismo, decreto governativo o pandemia). L’obligatus non può essere più ridotto in schiavitù e venduto trans Tiberim.

I provvedimenti d’autorità possono configurare causa di forza maggiore se caratterizzati dai requisiti della imprevedibilità, inevitabilità e non imputabilità alla condotta della parte, tanto più se contrattualmente più debole e in questa fase definibile “fragile” qual è il lavoratore docente esposto al rischio di contagio.

Tali elementi sono rinvenibili nella decretazione di urgenza di questi giorni e nella legislazione concorrente tra Regioni e Stato ( vedi DPCM) emessa per fronteggiare l’emergenza da Covid-19.

La famosa citazione dall’Amleto “c’è del marcio in Danimarca”, lungi da me riferirla a persone, frasi e fatti accaduti in queste ore. Sono trascorsi quattrocento anni e nessuno forse immaginava che quanto afferma la guardia del Re Marcello durante la quarta scena del primo atto, rivolgendosi ad Orazio, l’amico fidato di Amleto in cui fa riferimento agli intrighi, tradimenti, inganni e alle brame di potere che aleggiavano sul trono di Danimarca, fosse ancora oggi di uso comune, mantenendone intatto il significato originario, ovvero quello di indicare qualcosa di poco chiaro in relazioni, istituzioni e sistemi rispettabili, governati ope legis da onestà di intenti finalizzata al bene comune.

Serva invece piuttosto come monito a tutti i protagonisti di questa vicenda che impatta sui minori, il bene più prezioso della nostra fragile umanità.

Dario Felice Antonio Patruno