Facciamo un esempio

Arte, Cultura & SocietàDiritti & Lavoro

Ci sono cose che prima o poi vanno prospettate, magari evitando di urtare la suscettibilità altrui che è quasi sempre cattiva consigliera. Magari con un esempio e prendendola alla lontana.

I mesi di ottobre e novembre di quel lontano 1917 furono uno peggiore dell’altro. Infatti, e nell’ordine:

1) Nella mattina del 24 l’esercito austro-ungarico e tedesco era riuscito a forzare le linee del nostro fronte nei pressi di Caporetto e penetrare in territorio italiano. L’attacco era iniziato con un lancio di gas tossici contro i quali poco potevano le maschere antigas da noi usate stante la relativa breve efficacia (un paio d’ore) degli appositi filtri. La conseguenza fu una frettolosa evacuazione dei soldati dalle zone colpite. Fece seguito un massiccio bombardamento di artiglieria, mal contrastato, che spazzò via i reticolati di filo spinato e causò un ulteriore ripiegamento verso l’interno dei nostri soldati. Determinanti furono, poi, le unità agili nemiche, armate di lanciafiamme e destinate a occupare agevolmente ottime posizioni nelle trincee italiane e lì attendere l’arrivo dei rinforzi. La situazione nella conca che dalla città di Caporetto prende il nome peggiorò di ora in ora, tanto che, quando il grosso delle forze nemiche penetrò, vi penetrò in massa, la resistenza fu sporadica; i vari ripiegamenti avevano lasciato indifeso gran parte del nostro territorio. L’ordine di ritirata “generale” arriverà solo nella serata da parte del responsabile delle operazioni di guerra, il capo di stato maggiore dell’Esercito Regio, generale Luigi Cadorna. Fu la disfatta. Ma, per fortuna si riuscì a organizzare sul Piave una linea di difesa che, inseguito, ci servirà per riappropriarci della guerra. Capro espiatorio della catastrofe fu il generalissimo Cadorna.

Eppure costui, a parte le sue manie di ufficiale aristocratico, giacché “nato bene”, e l’essere un controverso comandante in termini di eccessiva disciplina e poco rispetto della vita dei soldati, è ritenuto un ottimo comandante da due storici militari. Infatti, Piero Pieri e John Schindler gli riconoscono grandi capacità nel complesso impiego dell’artiglieria, per dirne una, per il cui utilizzo occorre un’ottima preparazione teorica non disgiunta da buone capacità organizzative.

2) Il 26 ottobre, davanti a 200 deputati, a seguito della tragedia di Caporetto, il Presidente del Consiglio in carica Paolo Boselli, sostenitore di Cadorna, annuncia di avere presentato a Sua Maestà il Re, le proprie dimissioni. Brevissimo iter burocratico parlamentare e già il 30 successivo Vittorio Emanuele Orlando è chiamato a ricoprire l’incarico lasciato vacante. Dalle dimissioni di Boselli alla nomina di Orlando trascorrono solo quattro giorni; il grassetto per quanto poco fine è, in ogni caso, qui voluto. Quello di Orlando, fu un Gabinetto, al pari di quello precedente, che può ascriversi tra i governi di Coalizione Nazionale, caratterizzati dall’abbandono delle distinzioni tra maggioranza ed opposizione. Vi fecero, infatti, parte: L’unione Liberale (centro destra variegato); Il Partito Radicale (sinistra); Il Partito  Democratico Costituzionale (sinistra); Partito democratico (sinistra); Unione Elettorale Cattolica Italiana (centro); Partito Socialista Riformista Italiano (centro sinistra); Partito Repubblicano Italiano (sinistra) e i Cattolici Conservatori (destra).

Uno dei primi atti di Orlando fu quello di rassicurare Cadorna della sua fiducia e stima, pur avendo già deciso d’avvicendarlo.

Chi ricorda la staffetta a Palazzo Chigi tra Enrico letta e Matteo Renzi? Non cominciò con la rassicurazione di quest’ultimo al primo: “Enrico, stai sereno.”? Cambiano i tempi, i politici mai. Immarcescibile il loro “fare” sfida i secoli.

3) Tra l’8 ed il 9 novembre Armando Diaz, subentrerà nel comando dell’esercito italiano al “dimissionato” Cadorna. Dichiarerà: «Assumo la carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito. Conto sulla fede e sull’abnegazione di tutti». Ed ancora: «L’arma che sono chiamato a impugnare è spuntata: la rifaremo».

La rifece, diede una dose massiccia di fiducia all’esercito e vincemmo.

E’ oggi opinione comune paragonare la pandemia in atto a una guerra. Il nemico è subdolo, mutevole, micidiale. La nostra Caporetto è di questi giorni, e si è estrinsecata nello stesso momento in cui l’incapacità del governo a prevedere e gestire la famosa seconda ondata, nota al colto e all’inclita, compreso l’uomo della strada, ma sottovalutata da chi governa, ha condotto alla “chiusura” dell’Italia. E, allora? Non viene in mente nulla?

Non è più mistero il fatto che il Viminale abbia diramato l’allerta agli uomini e alle donne in uniforme, in vista di una recrudescenza dei movimenti di piazza. Quella che viene definita come “tenuta” sociale, è in forse e trae origine dalla sempre più scarsa fiducia da parte dei cittadini verso il governo in carica nella gestione del Covid e delle sue conseguenze. I lokdown variopinti a macchia di leopardo, gli impegni disattesi del presidente del Consiglio Conte a non ricorrere a detto provvedimento, l’avvertita insufficienza di alcuni dei suoi ministri e funzionari di vertice a gestire la scuola, la sanità, l’immigrazione clandestina, a soddisfare puntualmente e totalmente la corresponsione degli aiuti agli aventi diritto, hanno precipitato tutti in un clima d’incertezza e diffidenza che rischia di trasformarsi in ciò che teme il Viminale stesso.

La domanda di chi non è schierato ideologicamente, pervicacemente e privo di capacità d’analisi a sinistra, è sempre la stessa: perché mai dovrei fidarmi di questo esecutivo, per altro in via di sfilacciamento, quando non ha saputo fare tesoro delle esperienze del recente passato per prevenire il peggio in futuro. Il futuro ora è sopraggiunto, e il politico responsabile della “cosa pubblica” sa giustificare le incapacità sue e dei suoi con il trito e ritrito “ci è giunto addosso un terremoto inaspettato”. Il terremoto giunge inaspettato, il Covid no.

Criticare un governo non è mai piacevole, anche se spesso fa bene a tutti e torna necessario. Sembra di sparare al pianista come nel vecchio West, l’unico disarmato nei Saloon.

Certamente è imperativo ridare “calma e gesso” agli italiani. Occorre fare come Diaz, dare un’iniezione di fiducia che non può prescindere dal vedere facce nuove, discontinue rispetto a quelle inadatte, peraltro individuate da uomini della stessa maggioranza; se di primissimo piano ancora meglio. Ove ciò costi un sacrificio in termini di avvicendamenti ministeriali poco importa, soprattutto ove si riesca a realizzare un esecutivo di larghe intese, se non vogliamo dire di “salute” pubblica, al pari di quel 1917. La disistima non più solo strisciante va curata, o forse si preferisce che i cittadini la curino da soli?

Giuseppe Rinaldi