Il tempo vive dentro il poeta Arjan Kallço

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Il cerchio esistenziale del poeta albanese Arjan Kallço trova il suo meraviglioso compimento nella sua ultima silloge dal titolo “Il tempo vive dentro il poeta”, segnando l’apogeo della sua maturità lirica. Un nostos nostalgico che si esprime mediante continui rimandi a un viaggio intrapreso, concepito come congiungimento con la parte più immanente della propria anima. E in questo viaggio circolare, la grecità, come in altre raccolte liriche di Kallço, riveste un ruolo fondante in quanto dispensatrice e portatrice di antichi valori mai dissolti negli echi del tempo.

Il disperante distacco dalla propria terra di origine trova il suo costante stato di quiete nella speranza per il futuro. Quella speranza che si assapora tra i suoni, i sorrisi, i profumi delle tappe di questo infinito viaggio dove gli Orienti si incontrano nei rossi infuocati dei monumenti accesi dal sole.

E così Zagabria si sveglia tra i brusii dei passanti ritratti dalla penna poetica di Kallço nella loro straordinaria quotidianità. Danzatori di secoli tra Medioevo e modernità. Liberi di volare come farfalle nel vento dei tempi, noncuranti della loro conquistata libertà.

Ma il poeta Arjan Kallço non manca di sorprendere nel cogliere schegge di luce tra nebbie nostalgiche di oppressioni e dolori, rinvenendo sintesi ideali tra metafisica e realtà.

Sofia, città antichissima palpitante di storia. Terra di conquista di molte civiltà, affascina per la sua innocenza mista a indomita fierezza. Romani, bizantini, russi, bulgari. Etnie conquistatrici hanno dominato il suo corpo ma mai posseduto il suo cuore: “Un sorriso per il cuore mai morto, per i dolori della vita,mai sottomesso dal destino maledetto”.

E in questo girovagare costante tra epoche e Orienti, l’anima del poeta è trafitta da ricordi di tradizioni passate che mai torneranno. “I suoni celesti delle chitarre, hanno smesso di incantare i cuori, e ora non sorridono più. Gli echi non fanno più eco”. È cambiato il senso del tempo in una degradante metamorfosi di valori, ma le radici restano a donare linfa a un cuore che non cede mai all’oblio.

Memoria, speranza, libertà. Questi i ganci ai quali si aggrappa l’anima del navigante Kallço remando senza sosta verso l’amata Itaca nelle acque inquiete di un Mediterraneo che accoglie i suoi figli nell’unione delle diversità in un abbraccio che custodisce gli strazi, gli inganni, ma anche le attese dei popoli illuminati da luci di speranza. Un discorso antropologico di grande fascino e attualità. Perché non c’è nulla di più attuale, e Kallço ce lo ricorda,  della storia e delle tradizioni dei popoli. Il presente si comprende solo attraverso il passato.

Il tempo passa nella sua implacabile inesorabilità, ma il poeta sa come infinitare ogni istante d’eterno. Nostalgie che soltanto la rassicurante Bellezza della grecità riesce a confortare. Le ragazze di Salonicco “non perdono mai la grazia. Assieme a loro anche tante altre primavere, di Botticelli, mentre sui loro capelli scompigliati, i sognatori incorreggibili svelti, stanno disegnando veli”.

La Bellezza immanente dell’antichità fa da contraltare alla rappresentazione realistico-metafisica di scene di vita vissuta, in una fotografia istantanea delle condizioni disagiate di vita di quelle persone che si offrono alla vista del poeta viandante, come accade in “I ragazzi della piazza” e “Ad un collega”.

Ma anche in questi ritratti di estrema indigenza emergono impetuose pennellate di melanconica liricità. La povertà viene vissuta, dall’occhio errante dell’osservatore, come figlia della crudeltà umana che trova nella guerra la sua barbarica espressione. Anche qui la testimonianza diviene importante nel ricordo di un tempo che oltrepassa le sponde di un ponte sotto il quale scorrono fiumi di sangue. Uno sguardo perso tra le doloranti pietre che si ergono verso un futuro di pace.

s.romito@corrierepl.it