Coronavirus, Cartabellotta (Gimbe): “Lockdown? Non c’è un numero magico oltre il quale bisogna decidere

Diritti & Lavoro

I contagi trattati a livello domiciliare potrebbero anche aumentare all’infinito, il problema è che il 5-7% va in ospedale e un’altra parte in terapia intensiva e lì c’è il problema dei posti letto. Se gli ospedalizzati e le terapie intensive ormai crescono del 60% in settimana, la curva dei decessi sta cominciando ad impennarsi anch’essa. Quando il sistema sanitario va in tilt è evidente che poi c’è un punto di non ritorno. Occorrerebbero chiusure locali. C’è ancora tempo per evitare il lockdown generalizzato, però se aspettiamo di avere 40mila contagi al giorno, arriveremo a 500 morti al giorno. Chiusura di alcune attività? Scientificamente il primo step è quello di cominciare a fare in modo che le persone si incontrino di meno. Queste cose però andrebbero spiegate alla popolazione in maniera molto chiara, perché altrimenti non si capisce e si pensa che alcuni interventi siano un accanimento verso determinate attività”

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus.

Sul rischio lockdown. “La decisione politica dipende da quanto noi siamo disponibili ad equilibrare tutela della salute e dell’economia –ha affermato Cartabellotta-. Non c’è un numero magico oltre il quale dobbiamo decidere. I contagi trattati a livello domiciliare potrebbero anche aumentare all’infinito, il problema è che il 5-7% va in ospedale e un’altra parte in terapia intensiva e lì c’è il problema dei posti letto. Se gli ospedalizzati e le terapie intensive ormai crescono del 60% in settimana, la curva dei decessi sta cominciando ad impennarsi anch’essa. Già il sistema ospedaliero sta cominciando ad andare in sofferenza, questo vuol dire che vengono rinviati interventi per altre patologie e anche per questo poi vediamo un aumento della mortalità. Quando il sistema sanitario va in tilt è evidente che poi c’è un punto di non ritorno. Questo però viene valutato con una tempestività inadeguata perché il virus corre con un paio di settimane di vantaggio. Se noi vogliamo prevenire dei numeri tra due settimane dobbiamo intervenire oggi. Occorrerebbero chiusure locali. Già dai primi di settembre sosteniamo che bisogna agire con chiusure localizzate anche drastiche a livello di singoli comuni e province. Quando la responsabilità si passa a un livello più alto, regioni e governo, è evidente che le chiusure poi interessino tutti. C’è ancora tempo per evitare il lockdown generalizzato, però se aspettiamo di avere 40mila contagi al giorno, arriveremo a 500 morti al giorno”. 

Sulla chiusura di ristoranti, palestre, teatri, cinema. “Stando ai dati che vengono dalla letteratura scientifica e che si riferiscono ai mesi di marzo-aprile, uno degli interventi necessari è il divieto di eventi e assembramenti di oltre 10 persone, questo permette di avere degli effetti di riduzione della diffusione del contagio più efficaci e rapidi. Poi ci sono tutti gli altri interventi di chiusura, fino ad arrivare al lockdown totale. Il primo step è quello di cominciare a fare in modo che le persone si incontrino di meno. Queste cose però andrebbero spiegate alla popolazione in maniera molto chiara, perché altrimenti non si capisce perché si prendono delle determinate misure e si pensa che alcuni interventi siano un accanimento verso determinate attività”.

Sui rapporti tra fondazione Gimbe e governo. “Al di là dei rapporti personali, noi lavoriamo in maniera totalmente autonoma e senza alcun condizionamento. Quando poi le decisioni politiche si allineano a quello che diciamo significa che abbiamo avuto un ruolo di influenza, che però è giusto che non sia mai diretta”.

Sui negazionisti. “Il problema dei negazionisti e anche dei minimizzatori, quando ci siamo trovati all’abbattimento quasi totale dei contagi, è soltanto una delle parti che ha grandi responsabilità di questa sottovalutazione della seconda ondata. Le responsabilità ovviamente sono anche di altri, dalla mancata collaborazione tra Stato e Regioni, a tutte le cose che dovevano essere fatte e non sono state fatte”.