Italiani a Little Bighorn

Arte, Cultura & Società

Per le generazioni non più giovanissime, George Armstrong Custer ha sempre avuto il volto del bello Errol Flynn nel film “La storia del Generale Custer”. Pellicola del 1941 dal cast magnifico: oltre a Flynn ci lavorava anche Olivia de Havilland, Antony Quinn e Arthur Kennedy, “mostri sacri” del firmamento Hollywoodiano di quei tempi.

Gli anni ’40 erano ancora contraddistinti dal “mito americano”, quello in cui l’uomo in uniforme blu non poteva che essere un eroe senza macchia né paura anche quando la cronaca ne aveva già ridimensionata la figura. Ne dovranno passare di anni prima che l’epopea del “vecchio West” assuma i giusti connotati della storia e abbandoni quelli dell’agiografia, specie in ciò che attiene alle guerre indiane e ridare dignità ad un popolo offeso, denigrato, combattuto e deportato solo perché difendeva la “sua” terra, i “suoi” bufali, le “sue” tradizioni dall’invasore “uomo pallido”.

In ogni caso, la battaglia di Little Bighorn è più che nota. Se n’è scritto molto, si sono fatti film, dibattiti e anche nei fumetti si parla dell’evento. Uno per tutti: Tex, n. 492.

Spesso c’è un po’ di confusione sul grado militare rivestito da Custer al momento dell’evento. C’è chi lo chiama “colonnello” e chi “generale”.

In realtà nel momento in cui assunse il comando del 7º Cavalleria, il 3 novembre 1866, lo fece con il grado di tenente colonnello, in sostituzione del colonnello Andrew Smith che era stato distaccato al quartier generale dell’esercito. A dire il vero Custer era stato generale e anche in più occasioni, ma erano incarichi “speciali” e provvisori. Quel grado serviva per quella circostanza e dopo si tornava a quello di spettanza.

Nell’esercito statunitense ciò avveniva attraverso la concessione di appositi “brevet” (brevetti) che assegnavano solo e unicamente un rango temporaneo.

Custer fu generale provvisorio il 19 ottobre 1864, con brevetto di generale di divisione dei volontari degli Stati Uniti d’America per partecipare alla battaglia di Wichester e Fisher Hill. Lo fu il 13 marzo 1865 con  brevetto di generale di brigata in occasione della battaglia di Five Forks. In pari data è brevettato generale di divisione e partecipa alle battaglie di Dinwiddie, Five Forks, Sailor’s Creek. Il 15 aprile 1865 è generale di divisione dei volontari degli Stati Uniti d’America fino allo scioglimento del reparto che avviene il 1º febbraio 1866.

Assieme a Custer, a Little Big Horn, tra i tanti, morirono i suoi fratelli Tom e Boston e un suo nipote Henry Armstrong Reed. Fu ucciso anche il primo trombettiere del reggimento Henry Voss. Sopravvisse invece un altro trombettiere, quello della compagnia H, di nazionalità italiana, Giovanni Crisostomo Martini, Jon Martin per gli statunitensi.

Questi è uno degli italiani che per una ragione o per l’altra, pure partecipando alla famosa battaglia, ne saranno coinvolti solo marginalmente.

Martin, nato a Sala Consilina (Salerno) il 28 gennaio 1852, era un bimbo abbandonato, allevato da tale Mariantonia Botta. A 14 anni si arruola nei tamburini al seguito di Giuseppe Garibaldi nella campagna di guerra trentina, partecipando l’anno successivo alla battaglia di Mentana. Conclusasi, in un modo o nell’altro, l’avventura garibaldina, Martini si imbarca per gli Stati Uniti d’America ove giunge nel 1874, quivi anglicizza il suo nome in Jon Martin. Con questa nuova identità si arruola nell’esercito statunitense. Viene assegnato come trombettiere  con ferma quinquennale alla compagnia H del capitano Frederich Benteen del 7º Reggimento cavalleggeri il cui comandante in capo era il leggendario tenente colonnello George Armstrong Custer.

Il 7 Reggimento di Cavalleria USA, era uno dei quattro nuovi reggimenti, istituiti con finalità prettamente anti Pellerossa, dopo la riforma dell’esercito avvenuta nel 1966. Pochi erano gli uomini, a parte gli ufficiali, che si arruolavano per il piacere dell’uniforme o dell’avventura, i più erano individui, che, senza arte ne parte, erano alla ricerca di una paga peraltro non allettante: un soldato percepiva 13 $ ogni mese, mentre un sottufficiale scapolo – sergente – arrivava a $ 22.

Al pari di tutti i commilitoni anche il soldato Martin fu dotato di armamento individuale tra cui la carabina US Sprinfield mod. 1873 (non a ripetizione), il revolver Colt a sei colpi cal. 0,45 e la sciabola. Completava, nel suo caso, la dotazione la tromba.

Quel 25 giugno del 1876 il trombettiere salernitano era “comandato”presso il colonnello Custer. In vista dell’attacco ai nativi, molto più numerosi del previsto, in quanto più tribù erano accampate, ne fondo valle: Sioux, Cheyenne e Arapao, il comandante pensò bene di chiedere rinforzi. Chiamò Martin che, vista la situazione sfavorevole, si aspettava l’ordine di suonare un ripiegamento ed invece ricevette quello di raggiungere la colonna del capitano Benteen, rimasta in retroguardia, per avvertirla di intervenire sul campo di battaglia. Il tenente William W. Cooke, conoscendo le origini del trombettiere, nel timore che potesse non avere compreso bene l’ordine, lo trascrisse su un foglietto di carta: “Benteen raggiungici. Un grande villaggio. Fai presto. Porta le salmerie.W. W. Cooke. P.S. Porta i rifornimenti”.

Mentre Martin si allontanava già, si udivano i primi spari: Custer aveva attaccato. L’arrivo dei rinforzi risulterà tardivo. Il contingente era stato sterminato dai pellerossa. In meno di mezz’ora di combattimento morirono circa 170 militari, comandante Custer compreso. Il trombettiere rimase nel 7° cavalleria fino al 1887. Divenne sottufficiale e nel 1888, col grado di sergente, fu trasferito in artiglieria, al 3° reggimento, batteria “G”. Lasciò il servizio il 7 gennaio del 1904, dopo trent’anni di servizio col grado di primo Sergente Maggiore (lo possiamo equiparare al nostro maresciallo). Due suoi figli, George e John, entraranno a loro volta a far parte dell’esercito degli Stati Uniti come ufficiali in sevizio permanente effettivo. Morirà a causa di un incidente stradale nel dicembre del 1922. E’  sepolto nel Cimitero di Cypress Hills di Brooklyn.

Giuseppe Rinaldi

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