Vajont

Diritti & Lavoro

I ricordi vivono con noi, anche quando riteniamo di non averne più. Quelli belli si festeggiano, quelli tristi quando è il caso si commemorano.

Così sarà a breve, per non dimenticare i 2000 morti del Vajont. A parte le vittime, per ovvie ragioni, molti protagonisti della tragedia non sono più tra noi.

Non c’è più Tina Merlin, la coraggiosa giornalista dell’Unità ricordata non solo per la sua produzione letteraria, ma viepiù per il personale impegno a mostrare il vero volto della sciagura annunciata del Vajont.

Fu la principale voce a puntare il dito sulla pericolosità della diga, una spada di Damocle sui centri urbani di Erto, Casso, Longarone e la valle adiacente. I suoi articoli non piacquero al conte Vittorio Cini, a quel tempo presidente della SADE, denunciò la giornalista per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’opinione pubblica, ma la professionista ne uscì benissimo con una sentenza di piena assoluzione, in quanto i fatti non costituivano reato. Scrisse un libro, “Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont” che non riuscì a trovare subito un editore disposto a scommettere sul suo successo. Lo troverà solo nel 1983, a vent’anni di distanza dai fatti. Anche durante il processo che seguì alla tragedia, subì ingiuste discriminazioni poiché punto di riferimento di un quotidiano comunista, tanto da doversi fare largo a forza per ottenere un punto di osservazione in Tribunale onde raccogliere materiale per i suoi articoli. Morì di tumore il 22 dicembre 1991 a Belluno a 65 anni.

Non c’è più Alberico Biadene, (Asolo29 novembre 1900 – Venezia1985), ingegnere, ricordato come il maggior responsabile del disastro del Vajont. Giunto al vertice della Sade, fu tra i primi a rendersi conto che il monte Toc, sovrastante l’invaso, non era stabile, ma non ebbe l’autorità necessaria per contrastare la volontà del conte Cini, che ci teneva molto a collaudare l’opera nei tempi precedenti la nazionalizzazione dell’energia elettrica; questa punto programmatico inalienabile del giovane centro sinistra “in fieri” al governo.

Fu Biadene a sollecitare per iscritto il suo vice Pacini a rientrare dalle ferie in America, in quanto le condizioni di stabilità della montagna erano assai precarie e ci si poteva aspettare il peggio (una frana). La sua lettera si concludeva con un disperato “Che Iddio ce la mandi buona. Ma Iddio in quel frangente era, forse, in altre faccende affaccendato, tanto che dopo qualche ora la montagna franò. Quando il magistrato emise un ordine di cattura nei suoi confronti, l’ingegnere si era già reso latitante. Fu presente in stato di libertà al momento del processo, sin dalle sue prime battute, novembre 1968, in quanto nel frattempo la Cassazione aveva evocato il provvedimento restrittivo. A fronte di una richiesta di 21 anni di reclusione fu condannato a sei anni, di cui due condonati, per omicidio colposo plurimo, in quanto colpevole di non aver avvertito per tempo e di non avere messo in moto lo sgombero. Gli furono concesse le attenuanti generiche e l’aggravante della previsione dell’evento nei suoi confronti non venne riconosciuta. Dopo l’appello, nel marzo del 1971 la Suprema Corte di Cassazione lo condannò a cinque anni di reclusione (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui tre condonati dall’amnistia per motivi di salute, che scontò nel carcere della sua città, Santa Maria Maggiore a Venezia, divenendo un detenuto modello. La cronaca del tempo lo ricorda alloggiato in una confortevole cella e con un detenuto che gli faceva da domestico.

Anche Francesco Sensidoni (Bevagna1º gennaio 1901 – Roma5 novembre 1974), ingegnere ricordato come uno dei maggiori responsabili del disastro del Vajont, non è più tra i vivi.

Capo del Servizio dighe del ministero Lavori pubblici e membro della Commissione di collaudo della diga del Vajont, osservò le condizioni intorno al bacino artificiale e gli eventuali spostamenti di masse rocciose sulle sponde del monte Toc, ciò non ostante autorizzò periodicamente di colmare l’invaso ad altezze sempre maggiori, dagli iniziali 595 m ai 715.

In primo grado fu assolto da tutte le imputazioni perché il fatto non costituiva reato. In appello venne condannato a quattro anni e mezzo di reclusione, con tre anni di condono. La sentenza definitiva lo condannò a tre anni e otto mesi di reclusione (un anno e otto mesi per gli omicidi colposi), di cui tre condonati. Non sconterà un solo giorno in carcere.

Non c’è più Curzio Batini (Monte Sant’Angelo9 luglio 1902 – Roma19 luglio 1975). Capo del servizio dighe, responsabile ultimo delle autorizzazioni per gli invasi della diga del Vajont. A causa di una grave malattia (esaurimento nervoso), la sua posizione fu stralciata in appello, con ordinanza del 20 luglio 1970. Morto a Roma il 19 luglio 1975, la Corte d’appello degli Abruzzi il 14 aprile 1977 pronunciò una sentenza in camera di consiglio di estinzione del reato per morte del reo prima della condanna definitiva.

Per sua stessa mano, non c’è più Mario Pancini (Rovigo, 5 agosto 1912–Venezia, 24 novembre 1968. Ingegnere,  fu il direttore dell’ufficio lavori pubblici al cantiere del Vajont, affidati alla ditta Torno per conto della SADE, e l’ideatore della galleria di sorpasso frana. Durante gli anni di costruzione della diga, abitava a Longarone. Seppe del disastro del Vajont il 10 ottobre, poche ore dopo, attraverso un cablogramma di Biadene mentre era in vacanza in America. Eccone il testo: «Improvviso crollo enorme frana ha provocato tracimazione diga Vajont con gravi danni Longarone. Stop. Diga ha resistito bene. Biadene». La notizia della frana non gli giunse nuova, ma mai e poi mai si sarebbe aspettato conseguenze così gravi. Questo lo ribadì più volte in fase d’istruttoria, non nascondendo la sua subordinazione al direttore del servizio costruzioni idrauliche. In ogni caso, era solito dire: “Colpa o non Colpa, ci sono duemila morti”. Si sentiva a disagio abitare in un hotel di lusso a l’Aquila in attesa del processo, avendo costatato che la gente del Vajont si doveva arrangiare in tenda. Al giudice istruttore aveva manifestato la volontà di uccidersi, cosa che farà alla vigilia del processo di primo grado, chiudendosi nella cucina della sua abitazione a Cannareggio e aprendo il gas.

I FATTI

Dina Buzzati scrisse:

«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi».

La storia della diga parte in pieno regime fascista durante quello che gli storici definiscono il “periodo del consenso”, quando alcuni tecnici individuano nella Valle del Vajont un’opportuna sede per costruirvi una diga per conto della società elettrica privata SADE. In pieno secondo conflitto mondiale, nel 1943, al tempo in cui quel “consenso” si era tragicamente concluso e ci si incamminava verso una guerra perduta, il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici approva l’opera i cui cantieri apriranno solo nel 1957, attraverso grossi finanziamenti pubblici. Si era in pieno boom economico e l’industria italiana in ripresa aveva grande fame di energia, per cui non dovevasi dubitare dell’utilità dell’opera. Questa, per altro rappresentava un fiore all’occhiello per i governi in carica a trazione Democrazia Cristiana, partito che sulle note di “Bianco Fiore” e dietro l’usbergo di canditi vessilli scudocrociati, era capace, al pari dei comunisti, di raccogliere grandi folle nelle piazze.

Quando la grande opera fu ultimata, nel 1959, si mostrò come esempio di efficienza, figlia del “miracolo economico”. Seguirono i collaudi che andarono avanti negli anni a seguire sino al 1963, quando l’invaso ormai passato all’ENEL (effetto della nazionalizzazione dell’energia elettrica) entrò in un’ultima fase di prova di tenuta durante la quale si tentò di alzare il livello dell’acqua sino a quota 722 metri. Intanto, però, il monte Toc, sovrastante il lago artificiale, si mostrava sempre più soggetto a frane. La prima importante risaliva al 1960.

In Sicilia si usa dire che “mentre il medico studia il malato muore”. Questo è accaduto con il Vajont. Nell’attesa che tecnici, in un rimbalzare di studi e di opinioni, decidessero la cura cui sottoporre l’area franosa, la tragedia sopraggiunge, alle ore 22,39 del giorno 9 dell’ottobre 1963, quando dal Monte Toc si stacca dal versante sinistro una massa di roccia e terra calcolata fra i 280 e i 300 milioni di metri cubi. Si riversa nel bacino alla velocità di 100 km/h provocando un’onda che supera la cima della diga, tracima e si riversa nella valle sottostante, spazzando via il paese di Longarone. Altra acqua risale la china e raggiunge le pendici della sponda opposta arrivando a Erto-Casso e nei borghi adiacenti. “L’onda della morte”, come l’avrebbe ribattezzata il “Corriere della Sera”, si abbatté su tutto ciò che incontrava. Mentre l’acqua, impetuosa, enorme, scendeva verso valle, essa comprimeva l’aria davanti a se che, così, per prima spazzerà via, case, alberi, persone. I morti saranno 1917.

Il resto è noto ai più, attraverso le numerose inchieste realizzate, il libro di Tina Merlini, il film di Renzo Martinelli “Vajont, La diga del disonore”, e il lavoro di Marco Paolini “Il racconto del Vajont” trasmesso in TV.

La diga, e ciò va detto per il rispetto che si deve a chi vi ha lavorato e anche a chi ci è morto, la diga, dicevamo, intesa come manufatto non subì danni, è ancora là, oggetto di studi e di visite guidate.

In definitiva, sulla scorta anche delle sentenze emesse dalla magistratura, le cause del disastro possono essere sommariamente così riassunte:

·         L’aver costruito la diga del Vajont in una valle non idonea sotto il profilo geologico;

·         L’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza;

·         Il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio d’inondazione.

Giuseppe Rinaldi

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