Tre bandiere per L’isola che non c’e’

Arte, Cultura & Società

Ne hanno parlato Andrea Camilleri nel suo romanzo “Un filo di fumo” e Alexandre Dumas nel suo “Viaggio in Sicilia”. Al fatto si è ispirato anche  Jules Verne nel romanzo “Le mirabolanti avventure di mastro Antifer” e nel “Mathias Sandorf”.  Un accenno lo fa pure  Luigi Pirandello, quando scrisse nel 1926 “La nuova colonia” Infatti il racconto è ambientato su un’isola vulcanica che scomparirà.

Della sua esistenza s’interessarono il Regno delle due Sicilie, Il Regno Unito e quello di Francia. Ma soprattutto, di essa ebbe a interessarsi il vulcanologo catanese Carlo Gemellaro. Questi, era stato da poco nominato, per meriti speciali, docente di Storia Naturale, Geologia e Mineralogia all’università di Catania, che gli fu chiesto di recarsi nel tratto di mare davanti a Sciacca (Agrigento) dove dalla fine di giugno del 1831 erano accaduti strani fenomeni riconducibili a una probabile attività effusiva. Vi avevano assistito pescatori, navi siciliane, napoletane e inglesi, sino a essere testimoni dell’improvviso affioramento di un’isola d’indubbia origine vulcanica.

In precedenza non pochi pescatori avevano narrato d’inconsuete morie di pesci nella zona interessata dai fenomeni, e dell’impossibilità di avvicinarsi ad essa causa l’asfissiante odore di zolfo. Alcuni marinai erano svenuti per tali esalazioni e solo fortunosamente poterono riguadagnare la costa.

La dinamica delle eruzioni vulcaniche sulla terraferma era già stata ampiamente descritta da molti naturalisti, l’attività di un vulcano sottomarino era ancora totalmente sconosciuta a quei tempi, quando la vulcanologia era una scienza ancora in fasce. Fu così, che il neo professore catanese si affrettò a recarsi in quelle acque infuocate dove erano in atto strani fenomeni riconducibili ad una presunta eruzione.

Lo stesso Gemellaro ci ricorda che tutto aveva avuto inizio tra il 28 giugno e il 10 luglio, quando la cittadina di Sciacca fu turbata da ripetuti terremoti e da un forte odore d’idrogeno solforato proveniente dal mare. Nei giorni che seguirono a 16 miglia nautiche (30Km) dalla costa di Sciacca e a 29 miglia  nautiche (55 Km) dall’isola di Pantelleria cominciò un’attività eruttiva (preceduta da emissioni di fumo) di lapilli, pomici e scorie incandescenti che accumulandosi crearono un isolotto in rapida crescita. “La Deputazione sanitaria di Sciacca spedì allora ufficialmente sul luogo un peschereccio comandato da Michele Fiorini, il quale – a quanto si dice – sarebbe riuscito a piantare un remo sulle falde del nuovo vulcano, come per rivendicarne la scoperta. Era questa la prima avvisaglia dello scatenarsi di un interesse, oltre che scientifico, anche politico e strategico attorno alla nuova isoletta da parte della monarchia Borbonica, di quella Inglese e in seguito anche di quella Francese”.

Più i giorni passavano e più l’isola prendeva forma, e più prendeva forma e più gli osservatori si interessarono al fenomeno, tanto che il 10 agosto la Gazzetta di Malta diede notizia che il capitano inglese Senhouse del vascello Hinde, otto giorni prima, aveva messo per primo piede sull’isola, e dopo avervi piantato una bandiera britannica, l’avrebbe battezzata “Graham”.

Lo studioso catanese “giunse nei pressi dell’isola vulcanica l’alba del giorno 11 agosto insieme al fratello Antonino e allo studioso domenicano Padre Gallo. I tre poterono rendersi conto che trattavasi di una collinetta quasi circolare corrispondente al cono vulcanico emerso, più alto dalla parte di levante (63 metri all’incirca) e meno dal versante meridionale (8,5 m.). Verso settentrione tuttavia il cono risultava aperto fino alla superficie del mare, tanto da permettere alle onde di penetrare regolarmente dentro il cratere. A causa dei materiali di cui era composta – scorie e ceneri nere di natura vetrosa, stratificate – Carlo Gemellaro si rese subito conto che l’isola era piuttosto friabile e soggetta all’erosione del mare che «…rodendo la base del nuovo cono, produce ne’fianchi di esso delle frane che ne scoprono la struttura; ed il caduto materiale unito a quello, che le forti esplosioni rigettano sul mare, vien trasportato dalle onde fin sulla spiaggia di Sicilia, come io stesso ho potuto osservare lungo il litorale da Sciacca sino a Terranova (oggi Gela, n. d. a.)…»

Le osservazioni condussero Carlo Gemellaro a concludere che non vi erano differenze sostanziali tra le eruzioni sottomarine e quelle terrestri. Inoltre, se l’attività eruttiva si fosse esaurita in breve tempo, l’isola sarebbe scomparsa sprofondando, in quanto non sufficientemente consolidata. E così avverrà, infatti, nel mese di dicembre di quello stesso 1831. Ma nel frattempo le dispute internazionali per il possesso di quel piccolo pezzo di terra in mezzo al Canale di Sicilia non erano cessate. Fu così, che quando alcuni ufficiali della nave britannica Ganges misero piede sull’isola e issarono la bandiera di Sua Maestà sulla cima del cratere, la cosa provocò il risentimento di re Ferdinando II di Borbone che per parte sua aveva già incluso quella collinetta di ceneri fra i suoi domini, battezzandola, “Isola Ferdinandea”. Di lì a qualche giorno arriveranno anche i Francesi nel corso di una spedizione scientifica diretta dal Prof. Prèvost e issarono anch’essi la loro bandiera battezzando l’isoletta “Giulia”.

Poi, poco alla volta, ma molto più discretamente, come già accennato, l’isola se ne tornò da dove era venuta, ma non troppo in profondità. Infatti, oggi si trova a circa otto metri sotto il livello del mare. Sulla sommità, a scanso di equivoci, i siciliani hanno posto una stele di pietra con su scritto: «Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano». Storia finita? No, continua alla prossima eruzione.

Giuseppe Rinaldi

Fonti: 1)Sicilia insolita, turistica e sconosciuta, Gemellaro.

2)Relazione di Gemellaro, “Relazione dei fenomeni del nuovo vulcano sorto dal mare fra la costa di Sicilia e l’isola di Pantelleria nel mese di luglio 1831”,      Edizioni dell’Università di Catania, 1831