Miracolo a Venezia..per chi ci crede

Ambiente & Turismo

Anna Lombroso  

I bollettini parrocchiali dell’affarismo, della speculazione, della corruzione e del conflitto di interessi “a norma di legge”, esultano. La Repubblica, con l’abituale  sobrietà titola “La prima volta del Mose. Arriva l’acqua alta ma Venezia è salva”, il Corriere più compostamente sotto lo strillo trionfalistico, “Viva le dighe gialle”, propone la pensosa riflessione di Stella: “Venezia batte l’acqua alta, ma ci sono voluti 40 anni”.

Per una bizzarra coincidenza l’entusiasmo per il felice epilogo della leggenda di un progetto, che rappresentava per i promotori la più formidabile, efficiente e al tempo stesso visionaria opere ingegneristica mai realizzata, tanto che il burbanzoso sindaco Brugnaro – che a intermittenza dichiarava di non saperne niente essendosela trovata là già confezionata, con tanto di ruggine e allevamenti di cozze – voleva rivendersela ai cinesi della Diga delle Tre Gole e del del viadotto che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, magari insieme al Ponte di Genova, occupa le cronache insieme alla cronaca nera del maltempo che ha colpito Piemonte e Liguria.

Una catastrofe prevedibile, che si ripete a ogni autunno, come si lascia fare da decenni di rinuncia volontaria agli obblighi di manutenzione e tutela del territorio, in favore di altre azioni e altri investimenti “speciali”.

Fa un bel contrasto dunque la buona novella.

Il Mose ha funzionato –  sorprendentemente c’è da dire- secondo la ragionevole procedura stabilita a evitare le figuracce del passato:  i tecnici alle tre control room del Mose, guidati dal Responsabile dei sollevamenti ing. Davide Sernaglia, hanno iniziato le operazioni di innalzamento delle barriere alle 8:35. Alle 9:52 tutte le 78 paratoie hanno chiuso la laguna dal mare, così in città il livello della marea si è assestato intorno ai 70 centimetri, mentre le paratoie hanno bloccato il mare a 125 centimetri. Alle 14:57 sono iniziate le operazioni di abbattimento delle paratoie per riportarle nei loro alloggi.

E vorremmo anche vedere!

Alla foga creativa e dinamica dei primi anni, quando venne scelto quell’intervento sgombrando il campo da autorevoli alternative, surclassate a esercitazioni scolastiche di idraulici in pensione, quando un succedersi di governi ritrovarono unità e concordia intorno a una formula di gestione amministrativa e esecutiva dell’opera e di tutte quelle a contorno, in regime di monopolio e in evidente conflitto d’interessi, grazie a un format che ha trasferito il know-how  del malaffare autorizzato e legalizzato in altre geografie, E quando al fatidico taglio del nastro inaugurale si presentarono in gran spolvero rappresentanti istituzionali,  autorità anche ecclesiastiche involgiate dall’evocazione biblica del nome, e pure prestigiosi ospiti internazionali di quelli che avevano promosso raccolte fondi e fondazioni, poi prudentemente eclissatesi E poi dopo, dopo la famosa legge obiettivo del governo Berlusconi  che stanzia i primi soldi:   5,2 miliardi di euro sui 5,4 resesi ormai necessari, stabilendo anche una data per il completamente dell’opera: il 2011, ecco, dopo, sono seguiti anni si silenzio.

Un silenzio che copriva la laboriosa attività di sperpero di denaro pubblico (il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire, l’ammontare attuale è di circa 5,4 miliardi di euro, la realizzazione definitiva, senza il computo delle spese annuali di manutenzione -100 milioni –  supererà i 7 miliardi) e l’alacre meccanismo di distribuzione di consulenze, regalie, incarichi farlocchi, ostacoli frapposti volontariamente per gonfiare spese e per prolungare i tempi biblici come il nome, inceppato al primo velo sollevato sugli scandali.

In realtà contrariamente a quanto si vuol far pensare non sono queste le voci più pesanti nel bilancio fallimentare, la voragine di quattrini è stata prodotta da incapacità non sempre esaltata dall’opportunità di sfruttare il non fare rispetto al fare, o dal valore aggiunto della riparazione più alto e profittevole dell’efficienza, dalla scelta di materiali di cattiva qualità all’inadeguatezza progettuale, fino a quella “commistione dei ruoli tra gli attori della progettazione, direzione, esecuzione  e controllo” denunciata dai commissari incaricati dopo le inchieste, che ha permesso “costi faraonici all’insegna della non essenzialità e degli sprechi” (stimabili in circa 30 volte il volume delle tangenti).

Ha funzionato, si. Ieri.

Senza fare gli uccelli del malaugurio è inevitabile chiedersi se è un felice caso fortuito, se il sistema sarà in grado in altre e differenti circostanze climatiche di fronteggiare l’impeto del mare, se è doveroso accontentarsi di un procedimento che viene attivato solo quando l’acqua supera i 130 cm, se i dispositivi che premettono l’allarme preventivo sono attendibili, se il loro funzionamento è sottoposto a una attività regolare di sorveglianza, se le strutture compromesse dall’impiego di prodotti di scarsa qualità e da anni di posa in opera senza manutenzione, resisteranno a altri test e a una continuità che per gli effetti estremi del cambiamento climatico, è sempre più caratterizzata da picchi di emergenza.

Se, se… Ma sarà pure legittimo, no? anche se tocca guardarsi indietro come l’angelo della Storia, interrogarsi se il sollievo non debba essere messo in ombra dall’eventualità suggerita da esperti trattati come eretici, disfattisti, misoneisti, che fosse preferibile lasciar affondare un intervento pesante, insostenibile ambientalmente e economicamente, per far ricorso sia pure tardivamente a soluzioni più elastiche e più compatibili con l’equilibrio della Laguna.

Sarà pur legittimo, no? che il cittadino di Venezia, del Paese tutto che ha contribuito a questo mostro che non sappiamo se sia stato addomesticato, del mondo che va a vedere se a torto o a ragione accampa dei diritti su un così speciale patrimonio comune, si domandino se un progetto datato 1992 sia adeguato a “sopportare” un futuro prevedibile, quello di altre “acque grande” come quella dell’anno scorso, quello di un   « aumento del 430% delle maree” come ipotizzano le analisi del Panel della Convenzione del Cambiamento Climatico e come confermano le tendenze verificatesi in questi anni, o interrogarsi su che danni ecologici produce alla vita della Lagune il blocco del ricambio con il mare.

Il fatto è che Venezia non è salva proprio per niente.

Magari sarà un po’ meno bagnata, magari un po’ meno umida, e magari ai fan delle vacanze avventurose che la visitavano in attesa di partecipare all’evento catartico del suo affondamento, si potrebbero sostituire turisti di migliore qualità, che non sarà mai sufficiente a giustificare che la loro accoglienza imponga la cacciata dei residenti per far posto a hotel, o delle attività tradizionali e del commercio al dettaglio, sacrificate ai profitti della catene delle firme tutte uguali là come a Dubai, dei piccoli esercizi da convertire obbligatoriamente in distributori automatici di cicchetti e ombre in alternanza con hamburger e sushi, secondo quella peregrina idea di fusion cosmopolita che appaga la ricerca di conferme ai pregiudizi, proprio come O sole mio cantato dal tenore stonato in gondola.

Non è bastata l’acqua alta del 2019, anzi ha contribuito a consolidare nel Governo centrale e cittadino come nell’opinione pubblica, il fermo proposito che fosse indispensabile completare la Grande Opera, non sono bastate le reprimende dell’Unesco, che con scarsa potenza e poco credito, ha messo in luce come i “problemi” di Venezia non si limitino al suo cattivo rapporto con il suo mare, se i suoi elettori hanno riconfermato il peggior sindaco già messo alla prova, se gli interessi del “centro storico” continuano ad essere apparentemente in conflitto con quelli della Terraferma, una guerra tra poveri alimentata ad arte, mentre il loro declino è segnato alla pari, l’uno condannato a museo diffuso, l’altra a stazione di servizio, motel, parcheggio del parco tematico della Serenissima.

Non basta, aggiungiamoci che dopo che nel 2014 il divo Renzi ha pensato bene di cancellare il Magistrato alle Acque, oggi abbiamo a che fare con una fotocopia del mostro giuridico  rappresentato dal  Consorzio, che la vigilanza sulla trasparenza è stata soggetto di una indecente sceneggiata  che ha finito per imputare disfunzioni e ritardi si commissari che avevano osato impicciarsi delle malefatte quarantennali.

No, non basta che le paratie, cui abbiamo giustamente guardato come a tristi rovine di archeologia idraulica, si siano prodigiosamente sollevate. Non basta un miracolo per salvare Venezia. E salvare noi dalla vergogna.

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