I malati di sogni di Italo Svevo

Arte, Cultura & SocietàDiritti & Lavoro

di Stefania Romito

Svevo vive lontano dai grandi centri culturali italiani (Roma, Milano, Firenze) ed è distante dalla nostra tradizione culturale. È , invece, sensibile alle idee e ai fermenti dell’area tedesca. Questo gli consentirà di introdurre dei contenuti che l’Italia non era ancora pronta ad accogliere.

La dislocazione geografica coincide con il bilinguismo di Svevo (tedesco e italiano), che determina un linguaggio prosastico molto personale, lontano dai parametri della marginalità sociale sperimentata nei confronti della borghesia (classe a cui lui apparteneva).

Si riscontrano molteplici similitudini tra Svevo e i suoi protagonisti. Nel corso dell’infanzia Svevo vive una condizione di prosperità. Questo stato di benessere economico verrà sostituito dalla crisi finanziaria del padre che lo indurrà al lavoro impiegatizio, salvo poi ritrovare nuovamente una tranquillità economica grazie al matrimonio con Livia Veneziani. Analoga sorte spetta ai protagonisti dei suoi romanzi: Alfonso Nitti, protagonista di “Una vita”, e Emilio Brentani, protagonista di “Senilità”. Entrambi condividono con Svevo il grigiore della vita impiegatizia, coltivando la letteratura nel tempo libero e sognando un futuro di gloria e successo letterario.

Zeno Cosini, protagonista della “Coscienza di Zeno”, si sposa con una fanciulla altolocata. Di questa borghesia, alla quale appartiene e dalla quale è escluso, Svevo descrive gli aspetti più negativi. Una sanità solo apparente intrisa di arroganza e di abuso di potere, un grigiore che connota l’ambiente impiegatizio, il fatto di essere una classe sociale militarmente e tecnologicamente “aggressiva”, che rilega e svaluta l’arte. In questa marginalità esistenziale l’uomo non ha più sicurezze.

Scrive Svevo: “La mia indifferenza per la vita sussiste sempre di più. L’indifferenza per la vita è l’assenza della mia vita intellettuale. Il nostro destino sarà la vita e non comprenderla, perché non avremmo saputo viverla”. Se l’uomo non sa come vivere la vita, è perché non ha più certezze, è confuso, nevrotico, impotente e inetto. Sveva crea la figura dell’anti-eroe, cioè l’inetto (incapace alla vita) colui che ha paura, che evita lo scontro e si rifugia in un mondo di sogni e illusioni per non assumersi le proprie responsabilità. Il tema dominante è l’auto-inganno, la menzogna che l’uomo racconta a se stesso. Il tema dell’autoinganno trova il suo riferimento culturale nelle opere di Schopenhauer e Nietzsche che negavano il concetto di libero arbitrio. Svevo sostiene che ciascuno di noi è libero e che il comportamento dell’individuo è il prodotto di leggi naturali immutabili (Darwin). In realtà Svevo allarga la prospettiva sostenendo l’influenza del contesto storico e sociale in cui ci muoviamo. Prendendo spunto da Marx, Svevo arriva ad affermare che tutti i fenomeni, compresi quelli psicologici, sono condizionati dall’appartenenza di classe.

Nei suoi romanzi, Svevo analizza i conflitti dell’uomo borghese in un determinato momento storico.

A queste influenze culturali va aggiunta quella della psicoanalisi. Svevo ebbe modo di conoscere le opere di Freud, poiché il cognato era in cura da lui. Apprezza la psicoanalisi come strumento narrativo, strumento conoscitivo per indagare più a fondo la psiche umana. Tuttavia nega, alla psicoanalisi, la possibilità di portare il malato alla guarigione.

Da Balzac e Zola prende spunto per la descrizione minuziosa e realistica dell’ambiente sociale della banca. Questo aspetto è sviluppato in particolar modo in “Una vita”, mentre in “Senilità” emerge indirettamente Flobert dal quale trae la modalità di costruzione dei suoi personaggi, tanto che si parla di “bovarismo”.

Come Emma di Flobert, anche gli “inetti” di Svevo sono dei sognatori, si costruiscono una realtà compensatoria fatta di fantasia allo scopo di evadere dalla realtà. Inoltre i personaggi sveviani condividono con Emma la tendenza ad interpretare la realtà attraverso “filtri letterari”. Questo determina il loro non essere inadatti alla vita.

“Una vita” (1892) è stato scritto a spese dell’autore e pubblicato da un piccolo editore triestino. Avrebbe dovuto intitolarsi “Un inetto”, ma a Svevo fu sconsigliato questo titolo. Il romanzo si rifà ai modelli francesi ottocenteschi, infatti in una “Una vita” è presente il tema della scalata sociale di un giovane provinciale (sviluppato da Stendhal nel suo romanzo il “Rosso e il Nero”) e il tema della formazione sentimentale del protagonista, sviluppato da Flobert nel romanzo “L’educazione sentimentale”. Alfonso Nitti, il protagonista, dovrebbe compiere la scalata sociale e la sua formazione personale, ma nessuno di questi due aspetti viene realizzato. Di fronte alla possibilità di elevarsi socialmente attraverso il matrimonio, il protagonista viene colpito dal panico, mandando all’aria ogni possibilità di cambiamento. Non compie la sua formazione personale, perché, secondo Svevo, il comportamento è immutabile. Le esperienze possono mostrare solo di che pasta siamo fatti.

Attraverso Alfonso Nitti, Svevo vuole descrivere la situazione dell’intellettuale moderno, privato di ogni ruolo sociale e relegato dalla borghesia produttiva, capitalista, a un ruolo marginale. Alfonso è declassato, ed è costretto a scrivere nel tempo libero. Questo lo rende un “diverso”, un debole agli occhi dei borghesi di successo. Alfonso utilizza la sua diversità come tratto distintivo. È convinto che essere intellettuale lo renda migliore e superiore. In realtà si nasconde dietro la letteratura e la sua impotenza sociale diventa impotenza “psicologica” tanto da portarlo al suicidio. “Senilità” (1898) pubblicato da Svevo a proprie spese, ebbe un insuccesso maggiore della prima opera. Protagonista è l'”inetto” Emilio Brentani, fratello carnale di Alfonso Nitti. Intellettuale, declassato, inadatto alla vita. La sua esistenza si svolge all’interno delle mura domestiche protettive, in compagnia della sorella Amalia. Questa “senilità”, calma e apparente, rappresenta la paura dell’uomo di fronte alle mutazioni sociali ed economiche. Tuttavia, in Emilio, rimane ancora un desiderio di vitalità, di giovinezza che si incarna nella figura di Angiolina, la donna di cui si innamora.

Attraverso il rapporto con la donna, Svevo rivela l’inettitudine di Emilio (se ne innamora ma non accetta la donna reale, cinica, con molti amanti e sessualmente esuberante). Per poter confrontarsi con la donna deve alterare la realtà. Crea di Angiolina un’immagine angelicata. Questo gli consente di sentirsi più virile.

In questo secondo romanzo scompare Zola come modello di riferimento per la descrizione dell’ambiente sociale, che emerge indirettamente dai pensieri e dai ragionamenti del protagonista. Dal punto di vista della struttura narrativa, in questi due romanzi abbiamo l’utilizzo della “terza” persona, ma domina la focalizzazione interna del personaggio (vengono descritti i moti interiori dei protagonisti, gli auto-inganni). “La coscienza di Zeno”, scritto 25 anni dopo “Senilità”, mostra la maturazione letteraria e personale di Svevo. In questo romanzo adotta soluzioni nuove ed originali. “La coscienza di Zeno” è una confessione “autobiografica” fatta dal protagonista, Zeno Cosini, che scrive questo diario su invito del suo psicoanalista a scopo terapeutico. Il romanzo è narrato dal protagonista stesso e contiene “mezze verità” e “mezze bugie”. Il tempo della narrazione non è un tempo cronologico, ma un tempo misto. I fatti del presente si mescolano ai ricordi del passato. Il tema ricorrente è il vizio del fumo e il tentativo di liberarsene accompagnato dal rapporto ambivalente con la figura paterna e dal rapporto con la moglie e con l’amante.

L’attività commerciale e il successo economico raggiunto fanno da sfondo al tormentato rapporto con la psicoanalisi. La guarigione è identificata con l’avvenuta integrazione con l’ambiente borghese. Zeno diventa un uomo di successo, perfettamente integrato nei valori capitalisti. La sanità totale, tuttavia, non esiste. Il finale che Svevo ci propone è rassicurante soltanto in apparenza. L’intrinseco messaggio  ha una profonda sfumatura di inquietudine. C’è chi si rende conto di essere malato e chi non se ne rende conto. Anche il borghese è malato, ma non sa di esserlo.