La luce di Dante

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Il Paradiso della Commedia dantesca si apre con la maestosa immagine di un Dio che guida l’universo come motore supremo, imprimendo, a ciascuna realtà creata, una vita specifica e manifestandosi come luce che illumina l’intimo delle sue creature. Il raggio divino penetra nel senso che ogni essere creato deriva da Dio e da Lui riceve la luce che giustifica ed illumina la sua esistenza e risplende nel senso che tale raggio è più attivo negli esseri creati da Dio con atto diretto (angeli, cieli, anima razionale dell’uomo) e meno attivo in quelli (animali e vegetali) creati con atto indiretto per mezzo di agenti secondari. La materia preponderante della terza cantica è dottrinale. Dante medita su alte verità religiose e anche filosofico-scientifiche e, in ultima analisi, si rifugia nella Rivelazione; infine, per la verità suprema, non ci sarà che la visione diretta di Dio ottenuta per speciale grazia.

La beatitudine consiste nell’acquisizione piena della verità. Il poeta sottolinea la novità della sua materia al principio del II Canto dicendo che i lettori filosoficamente e teologicamente mal provveduti hanno potuto seguirlo fin qui, ora debbono tornare indietro. Il Convivio è impostato sul concetto che la felicità per gli uomini consiste nella perfezione della propria anima e questa perfezione si identifica col sapere. Alla conquista di questa sono d’ostacolo soprattutto i suoi difetti di corpo e di anima: di corpo perché imperfetto, di anima perché seguitatrice di viziose dilettazioni. Ma quando, come ora nel Paradiso, il corpo è annullato nei suoi limiti terreni e l’anima è pura, Dante corre alla conquista non solo della perfezione spirituale, ma anche della conoscenza, sia dell’umano sia del divino: della scienza e della sapienza. Ecco perché Dante affronta sottili e dibattute questioni del suo tempo. Dice molte volte che l’animo non ha pace se non si libera dal dubbio. Affronta quelle questioni per sé e per dar quiete e felicità agli altri uomini che lo leggeranno. Per quel che riguarda i dubbi filosofici, specie quelli metafisici e morali, Dante rappresenta nel Paradiso il suo cammino di uomo: i dubbi in materia anche di fede che lo studio della filosofia aveva suscitato in lui, la finale riconquista della fede. Il traviamento di Dante fu essenzialmente di natura intellettuale e religiosa. La potenza di Dio, che costituisce il modo intimo d’essere di ogni creatura, sono per Dante gloria.  E gloria è luce. Dante identifica il concetto di Dio con quello di luce.

Sono i temi principali della poesia del Paradiso. Dio concepito come luce, la quale man mano che l’anima si eleva, si fa sempre più intensa. Luce delle cose belle terrene, e che tuttavia si spiritualizza sempre più, sino a diventare solo luce intellettuale. Dante ha avuto il privilegio di godere da vivo di quella massima luce. Accanto al ricordo del privilegio, quello delle deboli forze sue e di tutti gli umani, della loro insufficienza non solo a concepire Dio, ma persino a ricordare, se, per straordinaria e irripetibile grazia, essi hanno potuto per un attimo giungere a vederlo.

Al paesaggio alpino del Paradiso terrestre si sostituisce all’improvviso la visione dell’immenso orizzonte illuminato dal sole. All’inizio del suo volo il poeta dà un carattere di cosa concreta, concepibile con mezzi terreni, insieme sottolineandone la soprannaturalità, mettendone in evidenza la facilità, immaginando di meravigliarsene e di chiederne spiegazione a Beatrice, la quale paragona il volo al tendere del fuoco verso l’alto.

Le linee astronomiche formano segni e numeri pieni di arcane significazioni. Beatrice osserva il sole come un’aquila. Dante fissa il sole a sua volta. Obbedisce nel far ciò a una necessità, così come per necessità il raggio riflesso nasce dal raggio diretto. Non è un atto di volontà il suo, questa aveva agito nei due regni sottostanti. Ora egli è puro, non può far altro che tendere a Dio.

È in questo momento che, senza accorgersene, Dante si stacca dalla terra. Molti lo credono basandosi sul fatto che ora comincia per Dante a raddoppiarsi la luce, sì che gli pare che Dio abbia creato un altro sole. Però il poeta spiega che la possibilità che egli ebbe allora di fissare il sole oltre l’uso umano dipende dal suo essere nel Paradiso terrestre, dunque egli è ancora sulla cime della montagna del Purgatorio. Se ne distaccherà subito dopo, quando ritrarrà gli occhi dal sole per fissarli in quelli di Beatrice e allora soltanto si sente trasumanato. È il momento del suo distaccarsi da terra. Non è un fatto materiale, ma un fatto d’anima, fuori dello spazio come fuori del tempo. Dante non si accorge dello stacco. Il cambiamento è solo dentro, nell’interno. Dante insiste sulla fissità dello sguardo, cioè sull’intensità e la fermezza del desiderio di Dio in se stesso e in Beatrice. Il soprannaturale diventa naturale perché l’uomo è trasumanato.

Nessun dubbio che Dante immagini che il volo è anche corporeo: ma è certo che non lo afferma esplicitamente. Lo sa Dio. Dante ricalca le parole di S. Paolo che aveva anch’egli lasciato indeterminato quale parte di lui fosse salita al terzo cielo: solo Dio lo sa.

Il corpo non ha più peso fisico, sì che potrà essere più leggero dell’aria e del fuoco: non è più d’impaccio all’anima che si eleva. Il corpo ha perduto ogni suo carattere specifico. Per questo Dante viene a dirci: salii col corpo, ma questo era come non esistesse.

Il Paradiso si palesa a Dante come dolcezza e insieme di musica e di luce. La musica è armonia prodotta dalle sfere celesti nel loro girare. Dante sembra trascurare l’opinione di Aristotele, che quell’armonia non aveva ammessa, affidandosi invece a Cicerone. La ragion poetica prevale sulla filosofica. La novità del suono e il grande lume accendono in Dante, ancora ignaro d’essersi staccato dalla terra, l’acuto desiderio di conoscere la ragione dell’uno e dell’altro. Semplice, schematica è la prima risposta di Beatrice: “Tu credi di essere ancora in terra, e questo falso immaginare ti rende ottuso; in realtà tu stai tornando in cielo, dove è la vera sede della tua anima, giacché la dimora terrena dell’uomo è provvisorio esilio, e questo ritorno avviene con la stessa velocità con la quale la folgore fa il cammino inverso, lascia la sua sede celeste, la sfera del fuoco, per scendere in terra”.

Ora Dante è irretito da un nuovo dubbio: come possa egli, col suo corpo pesante, essere più leggero dei corpi lievi, quali l’aria e il fuoco. La risposta di Beatrice abbraccia tutto l’universo: l’essenza del mondo consiste nel suo ordine, che è armonia; proprio in ciò somiglia all’unico Dio. L’Ordine dà all’anima del poeta il senso d’una conquista, razionale e morale, definitiva. Qui è l’impronta del creatore e il fine di questo ordine è giungere a lui. Così, anche gli uomini tendono per istinto a Dio. Sono mossi dal desiderio di lui. Perciò ora Beatrice e Dante tendono naturalmente a Dio. Come l’artista tende alla perfezione della sua opera, ma la materia è sorda non risponde alle sue intenzioni, così Dio vuole la perfezione degli uomini, ma la materia di cui essi sono fatti non risponde alle intenzioni dell’artefice divino: e l’impeto di salire proprio dell’uomo va verso la terra anziché verso l’alto. Come nell’immenso mare le navi tendono tutte alla riva, anche se si dirigono ciascuna a un diverso porto, così tutte le creature tendono ad adeguarsi, ciascuna a suo modo, all’ordine divino. Balena la visione delle creature sperdute nella vastità paurosa del mondo e la sicurezza di una mano invisibile che le guida.

La cantica era iniziata con l’immagine di Dio che muove tutto l’universo. Si concluderà con un’altra immagine d i armonioso unico moto: l’amore che move il sole e l’altre stelle.