Lectonrinfabula e Lectorintavola, Ilaria Guidantoni racconta la sua visione sul Mediterraneo

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Conversano: al via Lectonrinfabula e Lectorintavola, Ilaria Guidantoni racconta la sua visione sul Mediterraneo

Come ogni anno nella città di Conversano si svolgerà Lectorinfabula, il Festival di cultura europea organizzato dalla Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921). Si tratta di un’edizione diversa rispetto alle precedenti poiché quest’anno il festival non sarà concentrato in una settimana ma si svilupperà in sei appuntamenti, uno ogni due settimane, sino al 5 dicembre.

Non mancherà Lectorintavola, la sezione dedicata alla cultura del cibo a cura di Ilaria Guidantoni e Marco Panara.

Attraverso un’intervista rilasciata alla nostra redattrice Annamaria Iannelli, la Guidantoni ha espresso le sue considerazioni sui temi legati alla cultura del Mediterraneo.

Quali sono gli elementi che le vengono in mente quando si parla di sapore mediterraneo? è importante parlare di identità?

“Credo che il Mediterraneo possa essere definito anche in relazione ai suoi confini botanici e così si può dire che si estenda fino a dove arrivano le 5 piante sacre alle tre religioni del libro, già presenti nella letteratura greco-latina come in quella delle altre culture mediterranee: sono la vite, l’ulivo, il fico, il dattero e il melograno che trovano tutte una corrispondenza nei diversi testi sacri fino alle tradizioni popolari. Indipendentemente dalle declinazioni e dai valori, dal Paganesimo ai monoteismo fino ai miti di ieri e di oggi troviamo gli stessi ingredienti. Ci sono poi una serie di peculiarità quali i liquori a base di anice o il cous-cous declinato in varie forme, quali ad esempio la fregola sarda. Ma il sapore del Mediterraneo è anche un’atmosfera di gusto e sapere perché non a caso esiste una continuità con il termine sale che appartiene alla cultura mediterranea dove il sale è legato al mare. In un mare chiuso d’altronde le relazioni sono intrecciate come si scopre seguendo la storia delle varie cucine cosiddette nazionali o meglio regionali. Infine è legata all’ospitalità e al fatto che la tavola sia centrale nella vita e sia una rappresentazione del vissuto sacro della famiglia. Un grande valore simbolico lo assume l’agnello che qui, nella culla delle religioni del libro ha il significato di aver sostituito i sacrifici animali. Interessante la storia delle parole che raccontano il cibo e che ci raccontano la storia come ad esempio quella della melanzana, anticamente peto ciano, come la si chiama in Toscana ed in Emilia-Romagna dall’arabo badanjal. Furono infatti ad introdurlo in Sicilia e il termine è una trascrizione dal parsi, ovvero dal persiano perché sono un ortaggio originario della Persia”.

Cosa devono fare gli addetti ai lavori per far conoscere sempre di più i vini? 

“Innanzitutto promuovere la qualità e il consumo responsabile del bere come premesse per renderne l’assunzione una degustazione valorizzando l’idea che non sia un cibo tra gli altri ma un capitolo che merita una conoscenza perché può valorizzare o peggiorare il cibo che si mangia a seconda dell’abbonamento. Il vino non essendo indispensabile rientra in un viaggio di piacere che anche per il costo merita attenzione oltre l’idea di uno status symbol. Per cui lo spumante classico; metodo talento o lo champagne non sono vini romantici o per le feste o per sfoggiare il lusso ma prodotti da abbinare correttamente. Così ad esempio non si brinda con le bollicine con una torta a meno di non avere un demi-sec e un dolce non troppo dolce che possa essere sostenuto da questo tipo di prodotto. Conoscere la storia territoriale aiuta molto in tal senso. La tendenza all’esotismo rischia di far commettere gravi errori.”

 

 

 

 

 

-Il mondo contemporaneo del vino è in continua evoluzione, in molti casi si punta sempre di più a stupire, a creare scalpore; accade che la funzione principale: creare convivialità intorno ad un prodotto che è strettamente figlio della terra viene persa di vista. Qual è il suo parere in merito? 

“La cultura dominante impone la qualità in base al successo e diventa un gioco di marketing che alla lunga si esaurisce. Il boom dei Super Tiscans si è sgonfiato ad eapip. La patria di Dante crea vini con nomi americani per un mercato che spende ma spesso non così raffinato. Si sta assistendo ad un grande ritorno al territorio e alla valorizzazione delle culture locali anche lontane, anche giustamente contaminate, ma che rispondano ad un’attenzione consapevole della storia e della geografia non ad un’omologazione che appiattisce. Questo non vu dire non viaggiare con il gusto ma viaggiare localmente anche in altre culture scoprendo e valorizza do prodotti poco conosciuti. Si esporta solo quello che diventa un’icona. Ad esempio lo champagne in Francia dove però esiste una miriade di piccoli produttori pochi conosciuti da scoprire e prodotti come Crémant d’Alsace che talora è superiore a un mediocre champagne. Forse bisognerebbe conoscere di più il nostro territorio per non banalizzarlo così ad esempio la Toscana non è solo pici e pappardelle gnocco di patata o ribollita e pappa con il pomodoro ma il riso rosso della Garfagnana, tanto per dirne una. ”

Annamaria Iannelli