Emigrazione italiana Da genova verso la “fine del mondo”

Esteri

L’alba del 26 settembre del 1948 vide, lungo il molo del porto di Genova, ove era all’attracco l’omonima motonave, un insolito assembramento di autorità. Tra queste il sindaco del capoluogo Gelasio Adamoli e l’ambasciatore argentino Gian Augusto Vitelli, prefetto della città. Erano tutti lì per salutare la partenza del bastimento, su cui era imbarcato un primo contingente d’italiani destinati a raggiungere la “fine del mondo”. La nave farà scalo a Montevideo,  a Rio Galleros, quindi il 28 ottobre giungerà a Ushaia.

 Terra alla “Fine del Mondo”, così gli indigeni Yamanas da millenni hanno definito il pezzo di terra su cui sorge Ushuaia (più di 50.000 abitanti), in Patagonia, il centro urbano più a sud del mondo dopo la cilena Puerto Williams (poco più di 2000 abitanti), questa posta sull’isola di Navarino e molto più piccola, sotto l’aspetto demografico.

Ushuaia, per essere precisi è il capoluogo della provincia di “Terra del Fuoco, Antartide e Isole dell’Atlantico del Sud”. E’ ubicata un po’ più “su” del canale di Beagle, quello che separa l’Argentina dal Cile. Per anni il suo destino è stato sempre legato a quello della colonia penale ivi esistente dalla fine dell’800 e destinata alla carcerazione di pericolosi criminali. Un edificio messo in piedi dagli stessi prigionieri condannati ai lavori forzati, al pari della linea ferroviaria più australe che ci sia. Pochi hanno tentato, nel tempo, di fuggire dalla prigione, posta in un luogo remoto e inospitale, tra cime gelate, venti gelidi e foreste di ghiaccio. Chi ci ha provato c’è rimasto. Evidentemente, per quei pochi la prospettiva di una morte per assideramento era stata preferibile alla fine lenta in quell’edificio, oggi museo. Una sua parte, è stata lasciata com’era a quel tempo. E’ visitabile e chi ne ha avuta l’occasione, descrive anguste celle, buie, poste su due piani, con dei corridoi aventi una piccola stufa per ciascuno. Servizi igienici atti a tenere gli uomini al pari di bestie. Vi sono alcune fotografie del tempo che mostrano non uomini ma relitti in pigiama a righe, con palle di ferro ai piedi.

Quando il carcere fu chiuso, nel 1947, il presidente dell’Argentina Juan Domingo Peron (per chi non ama la storia e preferisce il teatro, sarebbe il marito di Eva, la bellissima donna da cui il musical e poi il film “Evita”), decise di ripopolare la zona. L’’imprenditore bolognese Carlo Borsari riuscì ad aggiudicarsi l’appalto inerente alla costruzione e il potenziamento della città, compreso tutto quanto fosse necessario al suo rilancio. In quell’occasione due esigenze s’incontrarono. Vale a dire: da una parte, finito il conflitto mondiale, l’Argentina aveva bisogno di emigranti, soprattutto italiani e spagnoli (molto adatti per certi tipi di lavori, edilizia, agricoltura), dall’altra parte  l’Italia   che aveva necessità di facilitare flussi migratori verso l’estero per diminuire la pressione demografica e allentare la tensione sociale. Non secondario l’aspetto economico relativo al flusso di denaro che gli emigranti avrebbero convogliato verso l’Italia. In quest’ottica con l’Argentina furono stipulati due trattati, rispettivamente il 21 febbraio 1947 e il 1948.

Quando i primi italiani, circa 600, molti uomini e poche donne, quelli della M/n Genova, sbarcarono in questo lembo di terra, “c’era da piangere”, come racconteranno poi alcuni protagonisti.  Il posto non aveva alloggi a sufficienza e, pertanto, furono usati quelli dell’ex personale di servizio al carcere. In alcune case non più abitate si allestirono improvvisati dormitori. Il governo argentino aiutò gli emigranti inviando una nave da utilizzare come dormitorio. Il disagio, però, non scoraggiò i “pionieri” che iniziarono a costruire case e montare i prefabbricati, anche in vista dell’arrivo degli altri italiani, un contingente di altre 500 persone rappresentato dalle famiglie dei lavoratori, che giungerà il 5 agosto del 1949, a bordo della motonave Giovanna C.

Già nella stiva della prima imbarcazione c’era tutto il necessario per costruire una città. Gru, mezzi di trasporto, scavatrici, prefabbricati e stoviglie per la mensa, tutto materiale che l’Argentina pagò all’impresa che aveva anticipato i relativi costi. Con la paga di poco meno di 3,5 pesos di allora, gli operai potevano anche inviare qualche risparmio alle famiglie rimaste in Italia.

Borsari aveva promesso due anni di lavoro, e la parola fu mantenuta. A conclusione dell’esperienza, operai ed impiegati ebbero libera scelta sul loro futuro. A coloro che vollero tornare in Italia, fu pagato il viaggio. Altri si spostarono in zone meno inospitali dell’Argentina e alcuni rimasero nella “loro” città, da loro costruita e resa accogliente: Ushuia.

Oggi La città è un centro turistico, meta ambita per croceristi, e pur se ubicata nel “Culo del mundo”, come dice un cartello del luogo, quasi più nulla ricorda le poche case di coloro che dovettero metterla in piedi. Quei tempi sono passati, ne restano alcuni ricordi, come quello tramandato dalle donne del tempo. Raccontano: quando arrivava la rivista Grand Hotel, ce la passavamo di mano in mano per mesi sino a renderla quasi illeggibile. Ma l’Italiano è sempre tale, ovunque si trovi; da ciò l’imperativo che ogni 28 settembre ci si riunisca per l’annuale “alza bandiera” italiana. Poi ci si conta e qualcuno non è più lì a vederLa  garrire al vento gelido di capo Horn.

Giuseppe Rinaldi