Sul No e sul dopo

Politica regionale, nazionale e internazionale

di Andrea Ermano

Domenica si vota sul “taglio” dei parlamentari: noi siamo per il No anche se probabilmente i Sì vinceranno di buona misura, ma forse senza quel trionfo che qualche tempo fa tutti, o quasi, davano per scontato.

Da parte della Camera e del Senato nell’autoinfliggersi questo “taglio” hanno comunicato il sentore di un’autopunizione, che contiene qualche misura di vergogna e pudore, in fondo anche apprezzabile vista la grande impopolarità degli eletti, che sono stati in realtà “nominati”.

Le ragioni del No sono variamente esposte in tanti luoghi e anche su queste colonne abbiamo già detto la nostra. Ma quella principale sta nella perdita di democrazia. Che ne sarà per esempio delle zone di montagna, dove la tutela d’intere regioni alpine o appenniniche ricade sulle spalle di comunità già duramente insidiate dallo spopolamento? A parole si blatera di rimboschimenti e di lotta al dissesto idro-geologico, ma nei fatti si pratica la revoca della rappresentanza. Basterebbe questo per dire No.

Al di là del momento, tuttavia, il vero problema sta nel fatto che il nostro Paese ha bisogno di riforme, ma da trent’anni riceve o “deforme elettorali” (come giustamente le definisce Felice Besostri), oppure gli vengono propinate vere e proprie controriforme sociali (si pensi agli sfracelli nei settori del lavoro, della sanità e della formazione). E adesso eccoci qua, alla grande proposta di… risparmiare un caffè all’anno. Complimenti.

È importante comprendere che qualunque sia l’esito referendario che emergerà dalle urne lunedì sera, esso non deve assolutamente influire sull’azione di governo in una fase così delicata della vita nazionale ed europea. Ma è altrettanto importante comprendere che esso configurerà in ogni caso una sfida all’attuale Parlamento e ai partiti che lo compongono in vista di un decoroso riassetto istituzionale dopo trent’anni vissuti dannosamente all’insegna dell’improvvisazione pro domo sua.

Sulla questione delle riforme si sono successivamente misurate con vari esiti le diverse generazioni di governanti italiani dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Sempre, in tutto questo tempo, il nostro Paese, come diceva Franco Brusati, è stato una “macchina con due motori” che spingono in direzioni opposte. Ma nei primi trent’anni di vita repubblicana – che mutuando una categoria storiografica di Jean Fourastié possiamo chiamare i “Trenta Gloriosi” – ha prevalso il motore del progresso civile, fondato su una forte spinta alla giustizia sociale e alla redistribuzione dei redditi, accompagnata da una altrettanto forte crescita economica.

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta e fino all’inizio degli anni Novanta subentra una fase di equilibrio delle forze motrici, caratterizzata dal duello all’ultimo sangue tra “riformisti” e “rivoluzionari”. Alla fine, i “rivoluzionari” crolleranno. E i “riformisti” verranno sconfitti.

I “rivoluzionari”, largamente egemoni nel movimento operaio del secondo Dopoguerra, avevano fin lì impedito che si unificasse una sinistra di governo. Ora, però, il loro campo si ritrova orribilmente fratturato tra due opposte fazioni: i nipotini di Pietro Secchia (in nome del quale non pochi finiscono per fomentare la “lotta armata”) e i fautori dell’egemonia culturale gramsciana nella cui logica ed eredità Palmiro Togliatti aveva – a modo suo e non senza doppiezze o forzature – inteso inalveare il Partito Comunista Italiano.

In continuità con la linea togliattiana, Enrico Berlinguer schiera il PCI su posizioni di lotta aperta al terrorismo, in difesa della legalità democratica, della Repubblica e financo dell’Occidente.

In quegli anni i comunisti italiani non solo governano insieme ai socialisti le regioni rosse, il maggior sindacato italiano e un forte movimento cooperativo, ma portano avanti tutte queste attività “egemoniche” secondo metodi e contenuti sostanzialmente socialdemocratici (Graecia capta ferum victorem cepit), pur negando fieramente l’evidenza e perseverando in una sorta di ossequio labiale alla fedeltà moscovita (ça va sans dire: in cambio di sostanziosi finanziamenti).

Agli occhi del gruppo dirigente di Botteghe Oscure la rivoluzione sovietica ha ormai esaurito la sua “capacità propulsiva”, come dichiara Berlinguer nel 1981 sulla repressione russa in Polonia.

Di lì a pochi anni segue la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’URSS. Ed è allora che, molti di noi – donne e uomini onestamente impegnati all’interno della sinistra italiana – iniziano a sperare in una fase nuova, in cui concorrere alla guida del Paese unendo le nostre forze.

Dopo decenni di consociativismo, solo una democrazia “sbloccata”, in cui la destra e la sinistra si contendano Palazzo Chigi senza “ammucchiate” e a viso aperto, ci sembra oltre tutto la migliore risposta anche alla questione morale che si pone, eccome, a causa dei metodi massicciamente clientelari impiegati per “stabilizzare” il consenso durante tutta la Guerra Fredda, in particolare contro la propaganda armata delle Brigate Rosse negli anni di piombo.

Tutto sembra volgersi al meglio quando l’ultimo segretario del PCI, Achille Occhetto, vola a Berlino per chiedere al leader del PSI, Bettino Craxi, di avallare l’adesione all’Internazionale Socialista di un PCI completamente rinnovato nella forma del Partito Democratico della Sinistra.

Ed è proprio Occhetto, il successore di Berlinguer, l’ultimo discendente diretto di Togliatti, l’autore della “svolta” della Bolognina, a ricordare quel tornante della storia: «Prima della caduta del Muro avevamo avuto alle spalle un anno tempestoso. C’era stata Tien An Men; quel giorno stavo facendo un comizio a Firenze, e arrivò un biglietto con la notizia. Io interruppi il comizio e convocai per la sera un sit-in davanti all’ambasciata cinese. E dissi: “Se questo è il comunismo, è morto”», così Occhetto in un’intervista recentemente rilasciata all’ANSA. «Qualcosa si stava sgretolando. Il giorno della caduta del Muro ero a Bruxelles per discutere con Neil Kinnock l’entrata del Pci nell’Internazionale socialista, e Neil mi diceva: “Certo, non si sono mai visti dei comunisti nell’Internazionale Socialista, ma…”. Ma mentre parlavamo ci chiamarono: “Guardate in Tv cosa succede”… La caduta del Muro di Berlino concluse la Seconda Guerra Mondiale e con essa crollò il modo di fare politica del 900».

Si apre un’autostrada verso il superamento della scissione di Livorno. Basterà un po’ di pazienza e finalmente approderemo alla democrazia dell’alternanza. Ma subito inizia la sarabanda contro la legge elettorale proporzionale, contro le preferenze e contro questo e contro quello in un allucinante crescendo gattopardesco: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Una ragione decisiva per cui il processo di ricomposizione a sinistra fallisce, sta in un altro evento epocale che incombe su tutti noi: Mani pulite. «Senza Mani pulite quell’unità forse si sarebbe raggiunta», sostiene Occhetto: «Comunque, l’idea centrale della svolta è che non ci fosse più un muro ideologico tra i riformismi e che si poteva riprendere il cammino iniziato durante la Resistenza».

Così non è, purtroppo. La Prima Repubblica crolla. I vecchi partiti vengono rasi al suolo tra gli applausi scroscianti della gente. E da allora si succedono: un’ondata giudiziaria dipietrista, un’ondata secessionista bossiana, un’ondata neo-liberista berlusconiana e infine l’ondata antipolitica grillina con appendice neo-sovranista salviniana…

Insomma, durante i nostri Trenta Ingloriosi ci siamo autoinflitti una deriva populista dopo l’altra, sicché nel nostro Paese ha prevalso il motore opposto a quello del progresso, con gran danno per la salute politica, sociale ed economica dell’intera nazione. In questi trent’anni il reddito nazionale ha descritto una sorta di parabola autoreferenziale. E alla fine di tutta questa bella corrida di dilettanti allo sbaraglio siamo ritornati al PIL del 1993, mentre in termini di reddito pro capite, stiamo precipitando ancora più in basso: ai valori di fine anni Ottanta!

Numeri alla mano, questo è lo stato delle cose presenti, secondo quanto dichiarato in un recente intervento all’Euroscience Open Forum di Trieste dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Dobbiamo prendere coscienza che nei prossimi trent’anni si decideranno molte cose dalle quali dipenderà se e in che modo la specie umana si rivelerà in grado di autogovernare il proprio modus vivendi su questo pianeta che è l’unico a nostra disposizione, nel tempo che resta.

Come italiani non possiamo far mancare il nostro apporto a questa grande impresa cosmopolitica: riuscire a realizzare una governance democratica della globalizzazione. Ma per farlo dovremo intervenire su due direttrici principali:

a) Verso l’interno occorre progressivamente integrare il reddito di cittadinanza in un vasto “esercito del lavoro” e cioè in un Servizio Civile Universale che sia messo in grado di trasformare la ritirata occupazionale incombente in una vera e propria avanzata formativa e professionale sul terreno dell’accudimento delle persone, dei territori, dell’integrazione e della sicurezza.

b) Verso l’esterno occorre comprendere che il principale strumento per esprimere al massimo le nostre potenzialità nel governo democratico della globalizzazione si chiama Unione Europea lungo il nuovo corso tratteggiato da Ursula Von der Leyen.

Nell’Italia di oggi la società civile di sinistra è sostanzialmente rappresentata in modo unitario nel governo del Paese. Non sussistono ragioni serie per non convergere intorno ai valori, ai metodi e ai contenuti di un coraggioso riformismo ecologico, sociale e democratico.

È evidente che occorrerà discutere in modo costruttivo degli interventi possibili su diversi “titoli” costituzionali. Oltre che sull’esercito del lavoro, sono pensabili riforme anche sul bicameralismo perfetto, sulla forma di governo e sul rapporto tra lo Stato e gli enti locali.

Ciò detto, sarebbe però altamente opportuno che questo Parlamento si limiti a scrivere una riforma elettorale rigorosamente costituzionale, cioè proporzionale, secondo gli accordi politici di un anno fa, predisponendo le regole del gioco per la prossima legislatura.

Qualora dopo si ritenga che la prossima legislatura debba essere una legislatura costituente male non sarebbe, a sommesso giudizio di chi scrive, chiamare il popolo italiano a esprimersi, mentre rinnoverà le Camere nel 2023, anche nel merito delle scelte generali sui “titoli” di cui sopra, analogamente a quanto avvenne tramite il Referendum istituzionale del 1946 e l’elezione dell’Assemblea Costituente. Qui è Rodi, qui sia anche il salto.