Il suo problema principale

Diritti & Lavoro

Come abbiamo scritto nella prima parte di queste riflessioni (che oggi portiamo a una provvisoria conclusione) non pochi autorevoli osservatori della situazione globale concordano su questo punto decisivo per tutti noi: l’umanità è divenuta il proprio problema principale. 

di Andrea Ermano

«Quanto sta avvenendo – ha dichiarato Greta Thunberg, intervenuta in video qualche giorno fa alla Mostra di Venezia sulla situazione oggi nel mondo – comprova ancora una volta che questa è una responsabilità troppo grande per i ragazzi, una responsabilità che dovrebbero assumersi gli adulti che l’hanno provocata»

Ma tra gli adulti dilaga l’inanità. Così, all’universale vuotezza della politica fa da controcanto una altrettanto universale vacuità dell’antipolitica. E, quantomeno finora, nessuno, men che meno il nazional-sovranismo o il neo-liberismo, pare in grado di fornire una risposta sensata alla domanda delle domande: come governare la globalizzazione?

Poiché però la globalizzazione è irreversibile, nessuna restaurazione di sovranità nazionali potrebbe servire alla bisogna. E stendiamo un velo pietoso sul neo-liberismo, che della globalizzazione è fautore secondo gli slogan triti e ritriti del “libero mercato”. L’esaustione tatticistica dell’Occidente sta bruciando enormi quantità di riserve naturali, morali e istituzionali, ma in compenso produce intrattenimenti spettacolosi al livello di Trump e Bolsonaro.

Per fortuna abbiamo ancora il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, il quale la settimana scorsa proprio mentre scrivevamo queste righe ha tratteggiato con chiarezza la situazione globale quale sta emergendo in conseguenza della pandemia Covid-19.

Di seguito proviamo a riassumere quanto detto da Guterres e vi invitiamo a leggerlo con attenzione.

In un mondo divenuto altamente instabile, le sirene d’allarme stanno lampeggiando, ha esordito il Segretario generale. Dobbiamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Le emissioni globali devono essere dimezzate entro il 2030. Questi obiettivi rimangono raggiungibili, ma attualmente siamo fuori strada. La crisi pandemica drammatizza di molto la situazione. I protezionismi in crescita disarticolano le catene di approvvigionamento e le relazioni internazionali. Un’intera generazione di studenti ha assistito allo stravolgimento dei propri percorsi formativi. Per la seconda volta in pochi anni miliardi di giovani esperiscono una recessione globale: esclusi e disillusi, si sentono preoccupati per le loro prospettive di vita e considerano trascurati i loro interessi. La violenza contro le donne è balzata a livelli allarmanti. La gente sta perdendo fiducia nei leader politici. Dilaga la disinformazione online alimentando xenofobia, odio e narrazioni aberranti. La crisi pandemica viene sfruttata ovunque da terroristi, neo-nazisti, suprematisti o cospirazionisti al fine di reclutare nuovi seguaci, incentivare divisioni e fomentare polarizzazioni. Nessuna nazione può da sola affrontare le pesanti sfide di fronte a tutti noi. Vi è un bisogno urgente di unità globale e di solidarietà. La mancanza di cooperazione internazionale è perciò sorprendente, ha concluso António Guterres (vai al sito dell’ONU).

Una sorprendente mancanza di cooperazione. E le sirene d’allarme stanno lampeggiando. Ma che fare, allora, di fronte all’enorme incertezza dei nostri tempi? Rintanarci nella famosa torre d’avorio? Karl Marx accusava i filosofi di passare il tempo a interpretare il mondo, mentre tutto starebbe nel trasformarlo… Senonché, abbiamo molta più trasformazione di quanta ce ne servirebbe, oggi, nell’età atomica, nell’era del surriscaldamento climatico, nell’epoca dell’accelerazione tecnico-scientifica.

Non sappiamo che cosa direbbe Marx dello “stato di cose presenti”, ma lentamente e inesorabilmente prendiamo coscienza di questo: il mondo, sarebbe bene riuscire a governarlo. E non meramente a trasformarlo.

Governare il mondo. Ecco un’impresa cosmopolitica che appare impossibile laddove essa si collocasse fuori o contro una filosofia della persuasione e del consenso. Di solito, a questo punto, i grandi sacerdoti del dogma secondo cui la politica si identificherebbe con la distinzione Amico/Nemico usano citare Schmitt quasi fosse il Tabernacolo dell’Inviolabilità. E dalle tesi di codesto giurista nazista discenderebbe, secondo loro, l’impossibilità di una costruzione cosmopolitica. Ma è la solita concezione del mondo che vede nella guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, che vede nella storia di ogni società sinora esistita una lotta ininterrotta tra liberi e schiavi e patrizi e plebei eccetera, che vede nel conflitto bellico il padre di tutte le cose, il principio assoluto capace di rendere gli uni divini, gli altri umani, gli uni schiavi, gli altri liberi…

Al netto delle suggestioni estetico-letterarie, trattasi di frasi in libertà messe in circolo da una ragion polemica che generalizza astrattamente un pezzo di reale e occulta un bel po’ di vita concreta. Perché è ben vero che la politica deve anche articolarsi in concorrenza e competizione, ma nessuna politica potrebbe esistere senza la polis, la città, il vivere insieme, cioè il concreto cooperare di donne e uomini in una comunità. Come diceva Ernest Renan circa duecento anni or sono: «La nazione è una grande solidarietà, un plebiscito che si rinnova ogni giorno e che si fonda sulla dimensione dei sacrifici compiuti e di quelli che ancora siamo disposti a compiere». La comunità politica, transitata dalle città alle nazioni e dalle nazioni agli imperi, oggi è dunque approdata definitivamente a questa coesistenza di destini globali, detta “umanità”.

Ma che fare? E come? E con chi?

Ancora oggi, quando l’Egeo è in tempesta i pescatori di Lesbo invocano per antichissima tradizione Alessandro imperatore: «Alessandro il Grande vive e regna!», dichiarano impavidi di fronte ai flutti impazziti, affinché lui provveda a calmare la burrasca.

Ma l’astro di Alessandro Magno, ventiquattro secoli dopo, poco c’illumina. E giunti a Lesbo, udiamo solo le grida di donne e bambini in fuga. E non possiamo che unirci ai numerosi appelli alla solidarietà europea lanciati dopo il grande incendio che ha distrutto il campo profughi di quell’isola (vai al video su EuroNews). Anche su questo punto vale la pena riprendere le parole di Antonio Guterres che estende l’attenzione: «Il rischio del COVID-19 sta esacerbando la già fragile sicurezza e situazione umanitaria nei campi in Siria e Iraq. Non possiamo ignorare le nostre responsabilità e lasciare che i bambini, alla mercé dello sfruttamento terrorista, si difendano da soli».

Tornando alla questione cosmopolita, è certo che una praticabile soluzione di governo per il ventunesimo secolo non potrà venirci da un dominus globale. Forse, eventualmente, si potrà piuttosto parlare del “surrogato” di un governo mondiale come è stato preconizzato nel “progetto filosofico” kantiano Per la pace perpetua. Da questo “progetto filosofico” nacque l’idea (statunitense) dell’ONU, che andrebbe fatta progredire e non boicottata. L’ONU si fonda, comunque, su un federalismo di liberi Stati e non su una monarchia planetaria, e fosse pure guidata da generali di vero genio come Alessandro, Cesare o Napoleone. Se non ci sono riusciti loro ai tempi loro…

Insomma, all’umanità servirebbe un’ONU strutturata su basi politico giuridiche simili a quelle dell’Unione Europea, e qui da noi ci vorrebbero quegli Stati Uniti d’Europa con cui Silone titolò a tutta pagina sull’ADL dell’11 febbraio 1944.

Qui, al più tardi, si vede nitidamente come la guerra non sia affatto la prosecuzione della politica, ma la sua catastrofe. Non c’è più tempo per la guerra, su questo pianeta. E non ce n’è più nemmeno lo spazio. La chiamavano “giudizio di Dio”, ma era un gioco al massacro di maschi adulti che decidevano chi tra loro dovesse vincere e comandare. La guerra è morta. E nemmeno il patriarcato, di conseguenza, può godere di ottima salute. Relegato com’è tra i bulli di periferia, i poliziotti trumpiani, i war lords orfani di un mondo che fu e i dittatori alla Lukashenko, il patriarcato può scassare tutto, ma è impotente di fronte alla necessità di governare la globalizzazione.

Ma allora, esclusa la guerra, che cosa resta? Che cosa resta una volta compreso che lo strumento tradizionale del conflitto bellico non rientra più nel novero delle soluzioni realmente praticabili?

Resta un insieme di governi che non può governare, perché lo stile di vita di coloro che andrebbero governati è diventato il pericolo principale per questi stessi.

In ultima analisi, per me francamente resta che il filosofo Giorgio Agamben, che pure è stato variamente insultato da diversi opinionisti durante tutti questi mesi, non pare avere torto quanto meno allorché afferma: «Misurando le mie parole: oggi non vi è sulla terra alcun potere legittimo e i potenti del mondo sono essi stessi convinti di illegittimità».

In effetti nessun governo può proclamarsi “legittimo”, in senso moderno, laddove non possegga la benché minima idea di come intenderebbe proteggere la vita e i beni dei governati. Dunque, se questo è vero com’è vero, quasi di per sé ne risulterà una tendenza allo stato d’eccezione globale.

Nella prima parte di queste riflessioni ci siamo chiesti quale sia il modo tramite cui la “tempesta” possa mai acquietarsi. Parafrasando le celebri parole di Hegel, questo modo vorrebbe dire: portare la sostanza umana al grado di soggettività condivisa di un’umanità capace di autogovernarsi.

E s’è detto pure che ciò costituisce per tutti noi il compito politico, cioè cosmopolita, per antonomasia. Ma per governare il mondo in senso cosmopolitico, cioè anzitutto per pacificare lo stato d’eccezione permanente sul quale la Storia rotola come su un piano inclinato, appare necessaria una pacifica rivoluzione mondiale della partecipazione, ciò che lo storico Yuval Noah Harari chiama empowerment. Nella lingua socialdemocratica di Willy Brandt si potrebbe dire che dobbiamo “osare più democrazia”.

Solo se noi, l’umanità, oseremo più democrazia, noi, l’umanità, potremo raggiungere una soggettività sufficiente a governare il mondo.

Ma comprenderanno mai le “classi dirigenti” che loro principale compito storico consiste non nell’impedimento pro domo sua, ma nella promozione a tutta forza di una soggettività umana capace d’autogoverno nell’era della globalizzazione?

Andra Ermanno